La fattoria degli intellettuali

Di Newbury Richard
26 Giugno 2003
Denunciò il jet-set inglese al servizio dell’Urss e preconizzò il mondo delle telecamere a circuito chiuso. Tutto quello che non vi hanno detto le celebrazioni (italiane) del centenario di Eric Blair (George Orwell), scrittore antitotalitario

George Orwell, nato cento anni fa ma ancora attuale nelle sue intuizioni sulla nostra predisposizione alla manipolazione per mezzo dell’immagine (software e hardware) fu il creatore, nella sua caustica critica del totalitarismo in 1984, dell’agghiacciante visione della sorveglianza totale: «Il Grande Fratello vi sta guardando».

Il Grande Fratello? Una volta era l’Urss
Liberi noi, i proletari, ci godiamo le opportunità di visione offerteci oggi da 900 canali digitali, mentre i circuiti chiusi televisivi che controllano i nostri centri cittadini realizzano finalmente l’obiettivo del Ministero della Verità orwelliano: “Invadere per Proteggere”. Per liberare le nostre menti dalla prigionia solitaria mesmerizzata davanti allo spioncino sul mondo nell’angolo del soggiorno, chiudiamo il circuito giocando a Il Grande Fratello e diamo i nostri sudati voti non a capi politici, bensì a gente come siamo noi, fuori da una casa-gabbia costruita come un laboratorio. Non a caso il Grande Fratello sa bene che Winston Smith, «l’ultimo uomo in Europa» ha la fobia dei topi. Nella schizofrenia del totalitarismo essere faccia a faccia con un topo in gabbia è come guardare in uno specchio. In verità ci sono diverse opinioni sul fatto che lo stesso controspionaggio di Orwell fosse a favore del Grande Fratello o contro. Nella sua prefazione rimasta inedita alla Fattoria degli animali comunque lui è tranchant sul significato di libertà di parola: «Se libertà significa qualcosa, quel qualcosa è il diritto di dire alla gente quello che non vuole ascoltare». Oggi più di 25 milioni di persone in più di trenta lingue straniere hanno comprato i suoi libri, per condividere o rabbrividire di fronte alla sua visione, ma alla sua morte a 46 anni, nel 1950, la maggior parte dei libri di questo moderno Jonathan Swift, che era considerato onesto ma con un atteggiamento assurdamente nemico verso la recente alleanza con l’Unione Sovietica, erano esauriti.

Da Defoe a Orwell. O Dell’arte del giornalismo
George Orwell attraversò una serie di quelli che potremmo chiamare “Esercizi secolari” per arrivare ad essere «la gelida coscienza di una generazione». Dovette sopprimere la sua sfiducia e avversione verso i poveri, la sua ripugnanza delle masse “di colore” dell’impero che governava, il suo sospetto verso gli ebrei, la sua goffaggine con le donne, la sua avversione contro gli omosessuali. Ad ogni modo, studiando teoria e pratica, divenne un grande umanista. Nondimeno Orwell/Blair rimane pieno di contraddizioni, cosa che denuncia il suo spietato sguardo fisso alla condizione umana. Il socialista egualitario e democratico, che all’epoca della pubblicazione di 1984 chiedeva la formazione l’Unione Europea degli Stati Socialisti, poteva contemporaneamente vedere la fallacia del diritto di proprietà statale e della centralizzazione. Malgrado il suo nome scozzese, gli scozzesi e il nazionalismo scozzese, di cui fu il primo a riconoscere la forza politica, non gli piacquero mai, ma scrisse 1984 nell’isola deserta delle Ebridi del Giura e questo ci richiama al fatto che lo scrittore inglese a cui somiglia di più è l’autore di Robinson Crusoe. Daniel Defoe fu il primo a trasformare il giornalismo in una forma d’arte. George Orwell fu probabilmente l’ultimo.

Un mondo impossibile
Eric Blair nacque nel 1903 a Motihari nel Bengala in quella che lui definì la classe «bassa alta borghese» quando descrisse il background coloniale davvero simile al suo di Rudyard Kipling, le cui idee sull’imperialismo erano totalmente opposte alle sue. Nonostante ciò, scrisse con spassionato interesse l’elogio dello scrittore che «ho venerato a tredici anni, detestato a diciassette, amato a venti, disprezzato a venticinque, ed ora di nuovo (1936) piuttosto ammirato». Il padre di Eric, come quello di Kipling, era un ufficiale minore, l’assistente dell’Agente sottodeputato all’oppio nel servizio civile indiano che controllava la vendita legale di oppio ai cinesi. Sua madre era figlia di un francese mercante di tek nella Birmania britannica ed era l’unico adulto che questo bambino solitario amava, «e anche di lei non mi sono mai fidato, nel senso che la timidezza mi faceva nascondere i miei veri sentimenti». «Avevo l’abitudine di un bambino solitario di inventare racconti e sostenere conversazioni con persone immaginarie, e penso che fin dall’inizio le mie ambizioni letterarie fossero mescolate ai sentimenti dell’isolamento e di una scarsa considerazione di me». Ad otto anni venne mandato via dalla scuola di San Cipriano: «Fui scaraventato in un mondo di violenza e malafede e silenzio, come un pesce rosso in un serbatoio di lucci». Non furono le percosse a farlo gridare ma «un senso di solitudine e impotenza, di essere chiuso non solo in un mondo ostile ma in un mondo di male e di bene dove le regole erano tali da non essere per me realmente accettabili. Questa fu la grande costante lezione della mia fanciullezza: che ero in un mondo dove era impossibile per me essere buono».

Fallimento
A Eton vinse una borsa di studi ma «in un mondo dove le prime necessità erano il denaro, titoli rispettivi, atleticità, vestiti di sartoria, capigliatura perfetta, un sorriso affascinante, io non ero buono… Fallimento, fallimento, fallimento – questa la convinzione più profonda che mi portai via». A scuola rendeva poco e dal 1922 al 1927 fece l’assistente sovrintendente della polizia in Birmania. Furono «cinque anni noiosi che mi portarono a odiare l’imperialismo». Comunque «ero diviso fra l’odio per l’impero che servivo e la rabbia contro le bestioline diaboliche che tentavano di rendere impossibile il mio lavoro». Nel suo primo viaggio in Inghilterra si rassegnò a diventare uno scrittore col nome d’arte di George Orwell: I giorni in Birmania del 1934 si basavano sulle sue esperienze locali. «Ero gravato da un immenso senso di colpa che dovevo espiare. Volevo sommergermi, gettarmi giusto fra gli oppressi, essere uno di loro e stare dalla loro parte contro i tiranni. Il fallimento mi sembrava l’unica virtù. Ciò che desideravo intensamente a quell’epoca era di trovare un modo per uscire tutti insieme dal mondo rispettabile. Una volta fra di loro e accettato da loro avrei toccato il fondo e parte della mia colpa mi avrebbe lasciato». Per questo egli visse da vagabondo a Parigi e a Londra, come descrisse nella sua realistica prosa in Su e giù per Londra e Parigi (1933), mentre la sua vita tra i minatori divenne La figlia dell’ecclesiastico del 1935, Prendi il volo di Aspidistra del 1936 e La strada peri Wigan Pier del 1937. Come per Samuel Beckett, il fallimento era l’unica realtà.

Una fuga borghese
Nel 1936 sposò Eileen O’Shaughnessy, laureata a Cambridge, e vissero in uno spolio cottage a 50 km da Londra conducendo l’emporio del paese. Rimasto improvvisamente vedovo, Orwell sposò sul suo letto di morte la più apprezzata ragazza della Londra letteraria, Sonia Orwell che, con sorpresa di tutti, si ritrovò erede dei diritti di un bestseller mondiale quando la sua tubercolosi cedette al suo incessante scrivere e fumare. Il suo amico Arthur Koestler così descrisse le convinzioni politiche di Orwell: «che nessuno dovrebbe essere povero e che nessuno dovrebbe avere il potere di dire a qualcun altro cosa fare, pensare o provare». Orwell era un patriota che amava la classe lavoratrice inglese come un amministratore coloniale potrebbe «vivere da indigeno» e parteggiare per i colonizzati. Per lui «l’Inghilterra è una famiglia con i peggiori membri al comando». Eppure le sue descrizioni degli inglesi e del loro paesaggio erano così elegiache che un Primo ministro conservatore come John Major potè citarle parola per parola nei suoi discorsi. A cambiare la vita di Orwell fu il combattere in Spagna, da militante di estrema sinistra del labour party, per il Poum, odiato allo stesso modo dagli stalinisti e dai trotskisti. Fu ferito e durante il ricovero sua moglie lo salvò dalla “liquidazione”. Per ironia si erano travestiti da lavoratori per attraversare in treno la Spagna; per uscirne salvi indossarono abiti borghesi.

Censure comuniste
Omaggio alla Catalogna fu un resoconto delle purghe staliniste, ma nessun editore di sinistra l’avrebbe pubblicato a causa di quello che Orwell chiamava la «censura pro comunista» fino a che Secker e Warburg lo fecero. Fu lui il primo a individuare la relatività post-modernista contro la verità oggettiva per uno spavaldo, nuovo mondo di psicobalbettio soggettivo, ossimori burocratici, e “correttezza politica”. Il suo austero credo «di non usare mai due parole dove ne basta una» ha profondamente influenzato la scrittura inglese del dopoguerra. “Politicamente scorretto” Orwell perciò si rivolse all’allegoria swiftiana – contro tutte le forme di totalitarismo – con il “moderno racconto fiabesco”, La fattoria degli animali, che di nuovo fu inizialmente respinto da venti editori. Gli anni del 1944-45 non erano di certo adatti per fare della satira così acuta sul grande alleato di Inghilterra e America, “zio Joe” Stalin, e per far notare la sua somiglianza col recente comun nemico Hitler. I polmoni di Orwell gli avevano precluso il servizio militare. Ma il suo lavoro come produttore di programmi della Bbc per l’India in un’epoca in cui i suoi libri erano banditi – ma molto letti clandestinamente – in India, ispirò in parte 1984 come per esempio l’improvvisa inversione di atteggiamento ufficiale da parte di Stalin nel 1941. Per Orwell il trattamento del suo Omaggio alla Catalogna «mi da la sensazione che il profondo concetto di verità oggettiva sparisca gradualmente dal mondo. Le menzogne passeranno alla storia».

La lista mancante (in Italia)
Occorreva fermare quella che Orwell fornì come «una lista di giornalisti e scrittori che secondo me sono criptocomunisti, compagni di viaggio o predisposti a quella inclinazione e a cui non si dovrebbe dare fiducia come propagandisti» al dipartimento d’informazione e ricerca (in pratica una costola dei servizi di controspionaggio britannici, ndr) del Foreign Office diretto dalla cognata di Koestler, Celia Kirwan (e, pensate, sotto la direzione di Guy Burgess, ovvero una delle quattro spie al servizio dei sovietici che agli inizi degli anni ’50 si rifugeranno a Mosca, portando con sé un bel dossier di segreti atomici delle potenze occidentali alleate!). In questa lista di possibili spie Urss c’erano Cecil Day Lewis, il poeta padre dell’attore, gli attori Michael Redgrave e Orson Welles, il commediografo G. B. Shaw e Sean Casey «davvero stupido», il romanziere J. B. Priestley e John Steinbeck, e gli influenti giornalisti Tom Driberg e Kingsley Martin «liberale decaduto, molto disonesto» così come la miliardaria amante di Sam Beckett, Nancy Cunard. Solly Zuckermen descritto come «forte simpatizzante potrebbe solo cambiare. Politicamente ignorante» finì col diventare consigliere scientifico capo del Ministro della Difesa. Orwell, il primo scrittore che osò paragonare Stalin a Hitler, scrisse di 1984 «la morale per essere strappato da questa pericolosa situazione da incubo è una, semplice: non stare a guardare. Dipende da te».

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