LA FRANCIA IN BILICO

Di Arrigoni Gianluca
07 Aprile 2005
CIRCA L'UNITA' DELL'EUROPA, LA FRANCIA NON SA PIU' COSA VUOLE, MA ESIGE CHE GLI ALTRI EUROPEI SI CONFORMINO. IL MEDESIMO SPETTRO DEL "LIBERISMO" SPINGE ALCUNI AL "SI", ALTRI AL "NO" AL TRATTATO COSTITUZIONALE EUROPEO

Parigi. Gli ultimi recenti sondaggi indicano che una maggioranza di francesi compresa tra il 52 e il 56 per cento intende votare contro la ratifica del Trattato costituzionale europeo, e questo nonostante i principali partiti di maggioranza, l’Ump e l’Udf, e d’opposizione, il Partito socialista, che si sono dichiarati favorevoli al Trattato, abbiano avuto globalmente nelle ultime elezioni legislative, nel 2002, il consenso di oltre il 62 per cento degli elettori. In attesa di sapere quale sarà il risultato del voto, previsto per il 29 maggio, sembra quindi opportuno cercare di capire se questo scollamento tra una maggioranza di francesi e chi è supposto rappresentare l’interesse comune nelle istituzioni sia dovuto ad una crisi politica contingente, e per la cui soluzione non è necessaria una ristrutturazione dei tradizionali strumenti di analisi che tengono conto di parametri politici, sociali e economici, o se si tratta invece del sintomo di un malessere che, pur contingente perchè espresso in occasione di un voto, ha radici più profonde e richiede quindi una riflessione più generale che comprenda anche il modo di intendere la civitas, per verificare se c’è intesa sui doveri degli uni verso gli altri. I due schieramenti, che vedono da una parte chi si oppone al Trattato costituzionale e dall’altra chi lo sostiene, sono estremamente eterogenei. Contrari al Trattato, oltre agli “altermondialisti” come Attac e la Confédération paysanne di Josè Bové sono, all’estrema sinistra, la Lega comunista rivoluzionaria e, all’estrema destra, il Fronte nazionale. A sinistra è contrario anche il Partito comunista e a destra il “sovranista” Philippe de Villiers, presidente del Mouvement pour la France. I Verdi e i socialisti, dopo un voto dei militanti, si sono invece dichiarati favorevoli al Trattato, come favorevoli sono i due partiti della maggioranza, i gaullisti dell’Ump e i centristi dell’Udf. In realtà, le linee di separazione tra i due schieramenti, in particolare a sinistra, sono molto più frastagliate di quanto possa lasciar pensare questa breve panoramica. Alcuni dirigenti dei Verdi hanno infatti deciso di sostenere la campagna referendaria di chi si oppone al Trattato, per esempio partecipando ai meeting della campagna referendaria del Partito comunista. La frattura è ancora più netta tra i socialisti, la cui direzione deve fare i conti con una forte opposizione al Trattato guidata da Jean-Luc Mélenchon e Henri Emmanuelli, leader della corrente di minoranza Nouveau Monde, ideologicamente vicina ai movimenti “no-global”, e dal numero due del partito, Laurent Fabius, che probabilmente si oppone al Trattato sperando di mettere in difficoltà il segretario, François Hollande, che una vittoria del “no” potrebbe spingere alle dimissioni. Fabius avrebbe così la possibilità di presentarsi come un credibile “candidato alla candidatura” per le elezioni presidenziali del 2007. Nel centrodestra, se si escludono le tensioni dovute alle ambizioni presidenziali di Nicolas Sarkozy e François Bayrou, presidenti rispettivamente dell’Ump e dell’Udf, la situazione è più tranquilla. La principale divergenza sull’Europa è l’ingresso della Turchia nell’Unione europea, alla quale è favorevole il presidente della Repubblica, Jacques Chirac, come del resto tutta la sinistra. Sono invece contrari i due partiti di maggioranza. E qui veniamo all’irrazionalità che sembra prevalere nella campagna referendaria. Che c’entra infatti la Turchia con il referendum sul Trattato costituzionale? Niente, perchè dell’eventuale ed effettivo ingresso della Turchia nell’Unione se ne parlerà tra dieci o quindici anni e perché, in quell’occasione, i francesi potranno decidere sempre per via referendaria se mettere il loro veto. Un referendum voluto da Chirac proprio per disinnescare uno degli “argomenti” preferiti utilizzati da chi, come il Fronte nazionale e Philippe de Villiers, oggi si oppone al Trattato. Ma l’argomento principale e davvero trasversale, che trova d’accordo i due schieramenti, è l’opposizione al “liberismo”, inteso come il male assoluto. Problema: da una parte chi si oppone al Trattato lo considera come lo strumento per imporre definitivamente all’Unione l’odiato “liberismo”, dall’altra lo stesso Trattato è visto al contrario come un argine proprio alla “deriva liberalista”. Qualè l’origine di questa schizofrenia, che fa attribuire al Trattato difetti e qualità completamente opposte? Parte della risposta può venire dalla complessità del testo, che poco si presta per sua natura ad una riflessione che non sia fondata su competenze giuridiche non universalmente diffuse. La scelta di sottoporre il Trattato a referendum ha dato spazio alla demagogia e alla cinica strumentalizzazione delle paure, dei pregiudizi e delle credulità dimostrando, se ce ne fosse bisogno, quanto sia difficile discutere razionalmente di un soggetto tecnicamente complesso affidandosi alla sola buona volontà. Ma quella schizofrenia potrebbe anche essere un sintomo della difficoltà a comprendere la realtà, che genera diffidenza, paura e chiusura in sè stessi. Lunedì 4 aprile Denis Jeambar, il direttore del settimanale l’Express, nel suo editoriale scriveva sconsolato: «Ci chiudiamo in un voto egocentrico, caratteristico di società gerarchiche nelle quali l’ossessione è il mantenimento dello status quo ante». Una Francia – scrive Jeambar – che «sembra aver finito con il convincersi che non la si rispetta che quando dice “no”». Un conservatorismo talmente accecato dall’ideologia da credersi rivoluzionario: una nuova avanguardia che indica la strada di un futuro migliore per l’umanità. In un paese dove da due secoli si insegna il mito rivoluzionario della “tabula rasa” rigeneratrice «c’è un piacere nel distruggere l’Europa che sarebbe troppo liberale, troppo burocratica, troppo bruxellese. è un piacere di estrema destra e di estrema sinistra, che accomuna socialisti e gollisti», diceva la scorsa settimana al Foglio il filosofo francese André Glucksmann, che ironizzava proprio sul «complesso della tabula rasa, il complesso del 1788, l’idea cioè che la Francia, sola tra tutte le nazioni, scatena una rivoluzione europea. Una totale illusione dura a morire, l’idea che quando la Francia starnutisce l’Europa intera cambia direzione. (…) La prima conseguenza sarà la completa ridicolizzazione della Francia, che diventerà non solo l’animale malato, cosa che è già, ma l’animale ridicolo dell’Europa». Così succede che in Francia sia i favorevoli che i contrari al Trattato abbiano concordemente indicato come esempio della supposta “deriva liberale” dell’Unione europea la direttiva Bolkestein sulla liberalizzazione dei servizi, la cui applicazione, secondo la valutazione di un istituto di ricerca danese, permetterebbe una diminuzione delle tariffe valutata al 7,2 per cento, un aumento degli stipendi dello 0,4 e la creazione di 600 mila posti di lavoro nell’Unione. La forte pressione francese ha provocato la sospensione della direttiva, che era stata approvata anche da due commissari europei francesi, il socialista Pascal Lamy e il gaullista Michel Barnier, oggi ministro degli esteri. Il presidente della Commissione europea, Josè Manuel Barroso, che aveva sostenuto la direttiva, ha potuto verificare i metodi spicci di Chirac che, secondo quanto ha scritto il 26 marzo il settimanale l’Express, avrebbe chiesto e ottenuto dal secondo canale pubblico francese la soppressione della trasmissione “100 Minutes pour convaincre” del 21 aprile alla quale avrebbe dovuto partecipare come ospite principale proprio Josè Manuel Barroso. In queste condizioni, con due opposti schieramenti che sembrano incapaci di una riflessione razionale sui fondamenti etici e spirituali del vivere insieme, in Francia e in Europa, delle quali dicono di volere il bene, ci si può chiedere di quale Francia e di quale Europa parlino.

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