La Francia cerca una nuova Waterloo
E’ oramai evidente che il governo francese non accetta il ruolo internazionale subalterno che gli deriva dalle sue effettive capacità economiche, militari e politiche. E sarebbe drammatico, se non fosse patetico, l’attivismo diplomatico con cui il governo francese cerca di ripristinare la perduta “grandeur”.
La crisi del «santuario»
Bagatelle, si potrebbe pensare, perché la Francia, come raccontiamo in questo numero, è una potenza dai piedi d’argilla. Ma proprio qui sta il punto: la crisi della società francese è la crisi di un modello ideologico, quello dell’illuminismo e degli ideali rivoluzionari giacobini, che per oltre due secoli ha fatto scuola in Europa, ma che oggi sembra incapace di mantenere aderenza alla realtà e che manifesta sempre più evidenti segni di implosione – politica, religiosa, sociale – sotto la pressione delle tante più cose che ci sono in cielo e in terra di quante ve ne siano state nell’Enciclopedia e nella ghigliottina dei Lumi. Non a caso il presidente Chirac ha tentato di rispolverare il mito primigenio di una Francia «santuario della laicità» per giustificare una legge (quella che, come da noi il fumo, vieta nelle scuole il velo islamico e ogni altro simbolo di appartenenza, compresa la croce, compresa la T-shirt del Che) che ha mere ragioni di ordine pubblico e che probabilmente verà disapplicata in tutte le periferie delle città transalpine, oggi sotto il saldo controllo degli imam delle moschee e dei gruppi giovanili maghrebini in cerca di rivincita identitaria. Non a caso la Francia ha scritto per mano di Giscard D’Estaing una Costituzione europea astrusa e priva di costrutto. E vecchia almeno quanto lo sono i modelli statalisti del direttorio franco-tedesco che avrebbe voluto imporsi come leadership dell’Europa e che invece ha trovato l’insormontabile opposizione dell’altra Europa, quella piena di energia e di vitalità anti-ideologica, quella del «buon champagne appena stappato» come segnala una bella metafora di Time, che va da Madrid a Praga, da Londra a Vilnius.
Francia : un futuro da “paese non allineato”?
Certo, chi può negare che Versailles e Parigi furono a lungo un riferimento politico e culturale in Europa e nel mondo? Il “secolo dei Lumi”, i philosophes e la loro figliastra, la Rivoluzione giacobina, sono considerati ancora oggi dai francesi come l’epicentro di ideali e dei modelli universali che aprirono una nuova epoca, e costituiscono, con i passati fasti della monarchia e di una Francia “figlia maggiore della Chiesa”, il nucleo dell’immaginario collettivo francese. Grazie a un’altra mitica “rivoluzione”, quella bolscevica, che proprio alla Rivoluzione francese si ispirò, la mitologia “rivoluzionaria” divenne “patrimonio storico” di gran parte della sinistra, europea e non, e in particolare di quella marxista. Con la fine dell’Impero sovietico e dell’epoca del bipolarismo, rimane da capire cosa spinga oggi il governo francese ad opporsi frontalmente agli Stati Uniti e a vagheggiare il sogno di un mondo multipolare in cui l’Unione Europea sarebbe ridotta a contenitore di commerci, di istanze morali e di un pacifismo imbelle, un’Unione che prefigurerebbe una sorta di riedizione in salsa occidentale di quell’“associazione di paesi non allineati” che, dall’India alla Libia, all’epoca della Guerra fredda, ebbe come capitale di riferimento Belgrado, una funzione marginale sulla scena mondiale (tutt’al più di copertura di qualche piccolo gangster internazionale) e un peso diplomatico-militare uguale a zero.
L’Europa deve isolare Chirac?
La ragione di questa bolsa deriva antiamericana che la Francia vorrebbe imporre all’Europa, ce la suggerisce il direttore di Le Monde, Jean-Marie Colombani, che in un recente libro peraltro non indispensabile ha scritto: «La Francia nello stesso tempo ammira e detesta, attraverso gli Stati Uniti, un prolungamento di quello che è stata: il successo di ambizioni che furono le sue. Gli Stati Uniti sono la perpetuazione di un modello, quello di una Repubblica universale, che la Francia non ha smesso di inseguire. In fondo, quello che si invidia agli Stati Uniti non é altro che quello che si sarebbe voluto continuare ad essere. Ma non si sarebbe dovuto perdere a Waterloo…».
Ed è questa la chiave: la contrapposizione tra francesi e anglosassoni è uno di quei “nodi” secolari che, dopo la guerra in Irak e davanti al movimento dei popoli dell’Est che spingono per entrare nella comunità occidentale, stanno venendo al pettine. Il modello democratico liberale anglosassone da una parte, e la democrazia “alla francese”, statalista, giacobina, neocolbertista dall’altra, che nel secolo scorso si imposta (come nel caso dell’Italia) fin nelle propaggini mediterranee del continente, sono oggi in chiara rotta di collisione.
è per questo che la Francia è l’unico, vero problema dell’Unione Europea. Ed è per questo che i dirigenti europei dovranno lavorare, uniti e di gran lena, per isolare e rendere inoffensivi i sogni di “grandeur” di Jacques Chirac, il nuovo portabandiera della vecchia associazione dei non allineati di Belgrado.
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