La gelida bellezza della terra spogliata dall’autunno

Ho guardato fuori dalla finestra l’altra sera. Sembrava una notte come le altre. Ma all’orizzonte si stava alzando la luna. Era piena, lucente, come un volto attonito che si affacciasse da un altro mondo sulla campagna. Allora con i ragazzi siamo usciti. Noi di città ci siamo dimenticati di quanto è diversa la notte, quando è luna piena. Già lo scricchiolio della ghiaia sotto ai passi è diverso dal solito. Si tende l’orecchio, come a cogliere rumori di cui non ci eravamo mai accorti. Fruscii fra i rami, e il verso di un uccello che subito, all’avvicinarci, tace. La bambina stringe forte la mano nella tua.
L’unico lampione è alle spalle. Davanti, di fianco, le vigne del Monferrato sono già sgravate dei grappoli neri. Non fa freddo, non c’è vento, e le foglie sono ancora quasi tutte sugli alberi. Appassite pendono inerti dai rami, ma non cadono. Sembrano ostinarsi a non morire. Ci sono distese di girasoli scheletriti, il capo chino. Te li ricordi in luglio, ardenti; ed è un urto ripensarli trionfanti d’oro sotto il solleone, stanotte che in questa luce fredda, secchi ma ancora dritti, sembrano una schiera di soldati annichiliti. Nei campi, dove l’erba cresceva alta e profumata fino oltre ai fianchi, niente più di vivo, solo terra nera frantumata nelle zolle. E c’è in quello spaccarsi scomposto come di vecchia corteccia un doloroso disordine; han rovistato a fondo i rostri degli aratri, senza pietà, annientando ogni resto di radice. Sotto a quella luna attonita l’argilla tagliata di netto delle zolle luccica. È inerme nel mostrare la povertà cui è stata lasciata, dopo aver dato tutto. È come un mare quieto e lucente, la terra sottomessa al suo destino.
Non è freddo, quello che ti porta a stringerti nella giacca, a chiamarti più vicino i bambini. Nella notte senza vento sale diritto il fumo di un camino con il suo odore dolce di resina. Lontano dall’unico lampione della strada la luce del plenilunio è la stessa di secoli fa: le viti, le colline, la nebbia che sale piano dai prati, e sembra il fiato di una cosa viva. E tutto, attorno, è un segno. Tutto, in questa notte di autunno, parla del tuo stesso destino. I ragazzi accanto tacciono, come di fronte a qualcosa di mai visto, e chiedono: torniamo? Ansiosi d’essere di nuovo nel rumore muto della televisione.
Torni dunque, e ti lasci dietro l’odore buono della terra umida, chiudi la porta sulla terra trasfigurata che ti si è lasciata vedere. Immagini le finestre di casa illuminate da fuori, come fosse la notte che vi resta a guardare. Ma cosa hai visto poi davvero, che continui col pensiero a ritornarci? I girasoli di luglio annichiliti, le foglie gialle avvinghiate ai rami fino al primo colpo di vento, la terra nuda e sventrata. Hai visto il tuo destino, e hai avuto freddo e una sottile paura. Ma, è strano, ciò che non puoi dimenticare è come era bella, quella povera terra spogliata sotto la luna. Obbediente a morire fino in fondo, obbediente – nell’oscurità delle crepe nere, dove germoglieranno invisibili i semi – ad aspettare, per nascere di nuovo.

Articoli correlati

0 commenti

Non ci sono ancora commenti.