LA GIOVANE MILANO DI PAOLO PILLITTERI
«La Milano culturale, la Milano giovane e ricca di progetti, la Milano che agli anni del terrorismo rispondeva con la voglia di crescere, innovarsi e ridisegnarsi», se lo ricorda così, il suo mandato milanese l’ex sindaco Paolo Pillitteri, «ma poi è arrivato il ’90, e con lui una Lega che preludeva la fine dei fasti del Nord. Il sistema crollava con Tangentopoli e, insieme, segnava la fine di ogni efficace stagione politica». 65 anni, giornalista e scrittore, ex sindaco milanese dal 1986 al 1991 ed ex deputato, il cognato di Bettino Craxi ricorda così «una delle tragedie epocali» della politica italiana, «ridotta ad ancella di altri poteri»: «Il suo commissariamento dal ’92 al ’94 non s’è più risolto. Abbiamo assistito all’ascesa di un grande coraggioso come Silvio Berlusconi, sceso in campo a inaugurare quell’antipolitica che poi ci ha portato a scegliere per Milano un sindaco che crede d’essere l’amministratore di un condominio». Già, l’antipolitica, una volta si usava così, ma adesso le cose sono cambiate, «adesso siamo arrivati alla fase opposta: c’è voglia di politica, c’è voglia di discussione, dialettizzare, guardare al futuro della città».
Ecco perché alle previsioni di un aficionados milanese – autodefinitosi «osservatore non disinteressato, ma non molto fazioso, molto critico e insoddisfatto» della politica italiana – circa il domani di quel grande coraggioso di Berlusconi, non possono mancare quelle del figlio Stefano, avvocato e consigliere comunale di Forza Italia nel capoluogo lombardo: «Non è la prima volta che si dà per morto Berlusconi, salvo poi scoprire che è vivissimo. La parabola della sua politica dura da oltre un decennio e, in politica, una fase ultradecennale è considerata fisiologicamente in esaurimento, non avendo originato una classe dirigente».
Due generazioni, quella di Pilitteri senior e junior, non completamente agli antipodi. Sentire l’ex sindaco raccontare gli anni universitari con Martinotti, quelli del Psi iniziati con un documentario sull’emigrazione a Milano – «era il ’63-’64, io ne curai la sceneggiatura, Craxi la regia» -, l’adesione al Psdi prima e al Psiup poi, e quelli del figlio ancora bambino alle feste dell’Avanti o sui banchi del rosso Berchet di Milano – «ma comunista non lo sono mai stato, sempre riformista» -, dà una lettura originale al periodo che ci vede oggi alle prese con l’attuale scacchiere italiano.
Presupponiamo il partito unico, allora? «Ma come sarebbe possibile – interviene Pillitteri Junior – se, da che siamo al governo, non c’è mai stata né la capacità né la volontà di creare il partito? In tanti facciamo politica con passione, ma anche rammaricati dal non possedere gli strumenti reali per farla».«Il fatto che la politica attuale abbia perso una direzione è attribuibile tanto alla crisi della Casa delle Libertà quanto a un sistema elettorale che ha distrutto i partiti tradizionali, creando dei mostri che ci fanno tornare indietro di 50 anni». La soluzione per l’ex sindaco starebbe nel cavalcare la possibilità di un cambiamento che non escluderebbe Berlusconi dalla scena politica, ma nelle nuove risorse giovani del partito, «in Forza Italia tanti aspettano di crescere sulla scena politica; uno come Giorgio Vittadini, uno dei pochi che ha il senso della direzione, ne auspica spesso la discesa in campo, e chi meglio di lui, dentro al mondo universitario come a quello dell’impresa, ha il polso degli umori? La fase del berlusconismo è finita, l’errore fatale è stato non averci pensato prima alla costruzione del partito». Addirittura fatale? «Quando sente parlare di partito, Berlusconi ha la stessa reazione che aveva Goering quando sentiva parlare di cultura…».
Fulvia Riccardi
0 commenti
Non ci sono ancora commenti.
I commenti sono aperti solo per gli utenti registrati. Abbonati subito per commentare!