La gratuità (senza sicumera) di 4 milioni di italiani

Di Tempi
06 Dicembre 2001
Il problema è l’identità. Tuttavia, la questione posta nel titolo non è risolta: sembrerebbe addirittura che l’io, per identificarsi, abbia bisogno dell’altro come nemico.

Franco Cardini, «L’io e l’altro come artifici», Il Sole 24 Ore (25 nov.)

Il problema è l’identità. Tuttavia, la questione posta nel titolo non è risolta: sembrerebbe addirittura che l’io, per identificarsi, abbia bisogno dell’altro come nemico. L’articolo finisce con un’esortazione all’accoglienza nei confronti della differenza e della pluralità.

Luigi Amicone, «Cari studenti, siete a digiuno di libertà», Il Giornale (30 nov.)

È una lettera sulle recenti agitazioni scolastiche. L’autore accetta l’ipotesi che gli studenti in sciopero (anche della fame) non siano classificabili secondo gli schemi tradizionali (fascismo, comunismo, etc…); fa un appello accorato alla libertà e alla considerazione dei fatti come sono, contro il monopolio di Stato e le vecchie trite nostalgie del «gioco politichese e sindacalese».

Guy Rossi-Landi, «Debray sceglie la sinistra per la volontà, la destra per l’intelligenza», Il Foglio (28 nov.)

Nonostante il titolo molto politico, tutto l’articolo è sul problema di Dio. L’articolo è intelligente, pieno dei dubbi del nostro tempo ed è una formidabile dimostrazione della differenza tra senso religioso, che c’è («l’uomo è un essere che attende. Non esiste definizione migliore»), e fede, che sembrerebbe non esserci («Non sono credente, ma sono un miscredente convinto della necessità di credere. Chi non crede in Dio, generalmente crede in molto peggio»).

Abraham B. Yehoshua, «Libertà vo smarrendo», La Stampa (29 nov.)

Il modo in cui si scrive in ebraico la parola libertà (la prima lettera è graficamente chiusa), dice il concetto che gli ebrei hanno della libertà: la libertà è totalmente determinata dalla legge che Dio ha dato a Mosè, per cui non esisterebbe. Tuttavia, gli ebrei ritengono di esser più liberi degli altri.

Commento

Sembrerebbe che la grande confusione dei tempi inciti l’io, nel senso della singola persona e del gruppo a cui la persona ritiene di appartenere, a farsi la domanda sulla propria identità. La risposta tuttavia appare assai labile, esortativa e senza un riferimento cogente, che indichi esplicitamente l’identità e l’appartenenza in termini non reattivi, ma originali. Bisogna, invece, assolutamente rispondere alle preoccupazioni vere di Amicone e di Debray: come si possa essere liberi e come l’approdo alla fede non contraddica la ragione. Si distingue la posizione ebraica, che giustamente, anche se con un certo dubbio, pone la realizzazione della libertà nell’obbedienza a Dio, cioè alla verità. Il dubbio deriva dalla percezione che la verità non può essere soltanto una legge. E infatti Vittadini – nel suo articolo su La Stampa (29 nov.), «Contro il Dio serpente» – suggerisce come «rinascita», come modo di ritrovare la propria identità, la semplicità e la popolarità di un gesto come la colletta di generi alimentari per i più poveri, recentemente promossa dalla Compagnia delle Opere. Questo è un piccolo gesto di condivisione che, se svolto in tutte le sue implicazioni, richiama chi lo compie a rendersi conto che la vita è fondamentalmente bisogno e quindi domanda. L’identità non è una “sicumera”, ma una domanda, una domanda che sa che Chi risponde non è soltanto una legge e una morale, ma un fatto di gratuità. Quattro milioni di italiani hanno dimostrato che una certa idea di Chi risponde ce l’hanno. Tutto ciò è molto “cristiano”, deve diventare consapevole, soprattutto in noi.

Articoli correlati

0 commenti

Non ci sono ancora commenti.