La grazia che unisce i boia ai prigionieri
«Bevevo due bicchieri d’acqua prima d’addormentarmi, così mi svegliavo. Sdraiandomi sul ventre, cacciando via le cimici celebravo la Santa Messa dalle due fino alle tre. Non potevamo riunirci, ma quelli accanto a me nella baracca pregavano. Non soltanto dalla nostra baracca, ma da tutto il lager arrivavano i detenuti per ricevere la comunione». Placid Olofsson, monaco benedettino ungherese, nel 1946 viene condannato a dieci anni di lager in Unione Sovietica. L’Osservatore romano riporta un brano delle sue memorie. Memorie dal fondo del buio: un lager nell’epoca staliniana, la notte in una cella, tra le cimici e l’odore greve di troppi uomini insieme in galera.
Nel fondo del buio, però, ogni notte un mormorio sommesso di tante voci, e alla luce di un fiammifero un pezzo di pane strappato alle razioni che si fa ostia. Nel fondo del buio, il biancore dell’ostia e le facce dei prigionieri, sporchi, miserabili, la barba lunga, i lineamenti per un attimo da quella luce rischiarati. Dopo la morte di Stalin la situazione dei cristiani nel lager si fa meno pericolosa. Racconta il benedettino: «Nel 1954 a Pasqua, che era un giorno feriale, alle cinque del mattino ci riunimmo nella sala per le assemblee culturali. (…) Stavo preparando l’altare quando la porta si aprì e entrarono due carcerieri. Ispirato da un’idea improvvisa dissi in russo: “Sono arrivati in tempo per partecipare alla Santa Messa di Pasqua! Cristo è risorto! (In russo: “Krisztosz voszkresk!”)».
I carcerieri verrebbero pagati ben tre mesi di stipendio, come compenso per la denuncia della messa clandestina. I carcerieri, sono naturalmente dei nemici. Ma, forse nel loro sguardo su quell’assemblea di miserabili, il benedettino intuisce qualcosa? Un attimo interminabile di silenzio, gli occhi di tutti puntati sui due secondini. E il più vecchio, dei due, passato quell’attimo risponde: “Voisztinu voszkresz!”. Che è il saluto della Pasqua in Russia: “è risorto davvero!”.
Dalla memoria del vecchio carceriere, non pronunciata da oltre trent’anni, la antica esclamazione di gioia della Pasqua russa torna sulle labbra, sepolta nel tempo ma viva ancora. E forse lo stesso vecchio è sorpreso: non ricordava di saperla ancora, tantomeno di poterla pronunciare, fra quelle mura di prigione. Voisztinu voszkresz! Come una grazia, come il sole del primo disgelo, a Pasqua, nelle distese della Siberia: e gli uomini, dentro e fuori le sbarre, prigionieri, muti e sbalorditi a guardare.
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