La guerra al terrorismo divide i liberal Usa

Di Lorenzo Albacete
11 Ottobre 2001
Adesso che è cominciata la cosiddetta guerra contro il terrorismo, è difficile immaginare come potrà essere la politica americana negli anni a venire.

Adesso che è cominciata la cosiddetta guerra contro il terrorismo, è difficile immaginare come potrà essere la politica americana negli anni a venire. Repubblicani e conservatori sperano che il quasi unanime appoggio dato al presidente durante l’attuale crisi di tradurrà in voti per il Partito Repubblicano alle lezioni congressuali dell’anno prossimo, così da riconquistare il Senato e consolidare il controllo della Camera. Che questo succeda, dipende non soltanto da quanto vedremo sui “campi di battaglia” e da come verrà spiegato agli americani, ma anche dalla capacità dei liberal Democratici di opporsi politicamente ai Repubblicani senza dare l’impressione di voler compromettere l’unità nazionale, necessaria per sostenere i nostri soldati impegnati in guerra. Attualmente i Democratici sono divisi sul da farsi. Al cuore di questo disaccordo sta la questione israeliana. I liberal che considerano l’appoggio a Israele una delle più importanti priorità della politica estera americana, non solo appoggiano questa guerra, ma sono tra coloro che più spingono l’amministrazione ad ampliarne il fronte. Per includervi, infine, il rovesciamento di Saddam Hussein e consentire agli israeliani di proseguire con la “linea dura” nei confronti delle richieste palestinesi. Questi liberal speravano che l’attacco dell’11 settembre mostrasse al popolo americano cosa avevano dovuto sopportare gli israeliani negli anni passati, spingendoli ad approvare una risposta armata dello Stato d’Israele. Ecco perché hanno accolto con sgomento la decisione (attribuita al Vice-presidente Cheney e al Segretario di Stato Powell) di costituire una “coalizione internazionale” per tentare di raccogliere le nazioni arabe i cui leader temono il fondamentalismo terrorista. E ancor più la dichiarazione di Powell che ha riconosciuto come necessaria la costituzione di uno stato palestinese. Per costoro è necessario che l’opinione pubblica Usa consideri il conflitto di oggi come un equivalente della II guerra mondiale, non come una nuova guerra in Vietnam. Il primo ministro Sharon gli ha fatto eco quando ha ammonito gli Usa a non abbandonare Israele, come fecero gli Alleati con la Cecoslovacchia prima dell’ultima guerra. Il forte rifiuto dell’amministrazione Bush di fronte alle richieste di Sharon voleva segnare la battuta d’arresto di questo tentativo di ampliare il conflitto, ma indubbiamente continuerà a giocare una parte importante nello sviluppo politico successivo all’11 settembre. Altri liberal speravano che i timori per la globalizzazione avrebbero aperto la strada a una nuova alleanza tra anticapitalisti, leader sindacali e studenti intorno al tema della giustizia economica, che li svincolasse dal sostegno di femministe e gay. Ma l’attuale slancio del patriottismo spinge ad una maggior cautela verso atteggiamenti che potrebbero apparire come antiamericani suggerendo che la politica economica Usa è in un certo senso responsabile dell’odio dei terroristi. È sorprendente osservare quanto le cose siano cambiate rispetto a non molto tempo fa, quando la stentata affermazione elettorale di Bush faceva pensare all’ultimo respiro del conservatorismo post reaganiano…

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