La guerra dei bambini
Cogoleto (Genova)
Prima ancora che la mediatrice governativa querelasse i coniugi Giusto Bornacin, prima che l’ambasciatore bielorusso arrivasse trafelato in Italia «senza nemmeno le camicie di ricambio», prima che il Tribunale dei minori affermasse tutto e il suo contrario, prima che un piccolo paese nei pressi di Genova dichiarasse una “guerra affettiva” contro un intero Stato, prima, insomma, di tutto questo, è agli atti la prova che la piccola Maria costituisce, dall’alto dei suoi dieci anni, non un caso diplomatico, ma un caso unico nella sua crudele emblematicità. La prova porta in coda la data 5 settembre e la firma di Antonietta Simi, neuro-psichiatra infantile dell’Asl genovese, che ha visitato la fanciulla prima che «questa guerra dei bambini», come dice Chiara Bornacin a Tempi, «si scatenasse».
Scrive Simi nella sua perizia medica inviata al presidente del Tribunale dei minori di Genova, Adriano Sanza: «La minore risulta molto tesa, preoccupata di un possibile rientro in Bielorussia, da lei vissuto in modo drammatico: in caso di rientro forzato, ha pensato di morire volontariamente». La dottoressa annota che Maria «ha subito gravi molestie sessuali in Bielorussia dai compagni di istituto e da ragazzi di 18-19 anni che, a suo dire, pur non essendo ospiti dell’istituto, si introducevano all’interno e minacciavano e maltrattavano le bambine e i bambini piccoli, assoggettandoli alla loro volontà. Ha affermato che le “maestre” non erano attente e spesso erano occupate a chiacchierare tra loro, lasciando i ragazzi incustoditi. Ha parlato di coiti orali, di minacce fatte con accendini, di bambini legati per essere poi abusati. Ha riferito di non aver mai parlato di questi episodi con gli operatori in Bielorussia per paura». La neuropsichiatra aggiunge che Maria «mostra di avere un rapporto affettivo profondo, basato sulla fiducia e sul sentimento di essere stata accolta e amata incondizionatamente, con gli affidatari, che dichiara di considerare come propri genitori». Conclusione: «Se la minore risulta “trasportabile” dal punto di vista fisico, certamente non lo è dal punto di vista psicologico, in quanto una forzatura della sua volontà e delle sue aspettative le potrebbe creare un trauma difficilmente superabile, con danni permanenti al suo equilibrio psico-emotivo».
Sulla base di tali osservazioni il presidente Sanza invia una nota al ministero della Giustizia in cui comunica le proprie valutazioni sul caso: «Non appena le sue (di Maria, ndr) condizioni lo permetteranno, a giudizio dei sanitari che la curano, la bambina farà rientro in Bielorussia». Ma, in maniera alquanto inusuale, il presidente aggiunge una certa insofferenza per un risvolto poco gradito: «Si deve peraltro sottolineare come le lettere qui inviate dall’Ambasciata adoperino a tratti un sorprendente linguaggio intimatorio». La conclusione cui giunge Sanza si allinea alle valutazioni della dottoressa: «Il Tribunale non può evidentemente disporre il trasferimento di un minore in contrasto con le indicazioni mediche competenti».
I giri ministeriali di Skripko
«Noi non sappiamo cosa sia capitato nelle successive ventiquattro ore» dice a Tempi Giovanni Ricco, il legale dei coniugi Giusto Bornacin. «Però è strano che solo il giorno dopo, Sanza, persona che conosco e stimo sia professionalmente sia umanamente, abbia cambiato metro di valutazione». Di mezzo, a stare alle cronache dei quotidiani, c’è stato il giro per gli uffici ministeriali italiani dell’ambasciatore di Minsk, Aleksei Skripko. La discrepanza con la nota che Sanza invia il giorno seguente ai ministeri italiani competenti (Esteri, Famiglia, Giustizia, Solidarietà sociale), ai due coniugi, al Comune di Cogoleto e all’Ambasciata della Repubblica bielorussa è, infatti, evidente. Il presidente informa che la Bielorussia ha «comunicato un programma terapeutico dettagliato» e che questo garantisce del fatto che Maria possa tornare nel suo paese d’origine. Tuttavia, vista la delicatezza del caso («gli abusi da lei subiti sono stati rigorosamente accertati dai sanitari»), Sanza propone che la bambina sia riaccompagnata in patria da medici italiani e che le autorità bielorusse tengano informate quelle italiane dello stato di salute della fanciulla.
“Mamma” Chiara spiega a Tempi che «tutte queste assicurazioni non sono bastate a convincerci a “riconsegnare” Maria alla Bielorussia». La donna, per meglio far comprendere la propia ansia, mostra il “piano terapeutico” che le autorità di Minsk hanno consegnato a garanzia del buon trattamento della piccola. Si legge che la bambina, oltre ad avere garantite «due docce, due shampoo, due pasti tutti i giorni», sarà sottoposta a una «terapia sedativa» e a una – non meglio specificata – cura a base di «cocktail d’ossigeno». A ulteriore conferma dei sospetti dei due coniugi è arrivata nei giorni seguenti la testimonianza di un fanciullo che ha raccontato di aver più volte subito violenze nello stesso istituto di Vilejka in cui vive Maria. La donna che lo ha tenuto in affido quest’estate a Ovada ha raccontato che Ivan, questo il nome di fantasia dell’undicenne, «indossando una maschera cercava di sollevarmi la maglia e torcermi i capezzoli. Ha cercato di picchiarmi dicendomi che ero una bambina del suo internato come Maria». Il minore ha spiegato alla donna che «questo viene fatto subire dai grandi ai piccoli tra cui in particolare Maria nei momenti in cui nessuno vede». Il fanciullo ha poi spiegato di essere stato a sua volta violentato e di essere stato costretto dai più grandi ad abusare di Maria.
Il 14 settembre Ivan è tornato in patria. Invece, dall’8 settembre, Maria è chissà dove in compagnia delle due “nonne”, nascosta forse in Italia forse all’estero. Lunedì 25 settembre è stato mostrato in Procura un video che testimonia la buona salute della bambina. La Bielorussia ha, nel frattempo, chiesto l’intervento «urgente» della autorità italiane e internazionali per trovarla. Minsk ha anche bloccato tutti i viaggi di bambini bielorussi in Italia, facendo andare su tutte le furie le varie associazioni italiane che si occupano di questi soggiorni temporanei. Oggi, molti dei loro rappresentanti accusano i coniugi Giusto di aver «messo a repentaglio le loro adozioni». In realtà, la Bielorussia le ha, già dal 2003, bloccate e il 14 settembre, per ritorsione contro i Giusto, ha annunciato lo stop di tutti i viaggi di minori verso l’Italia.
Domenica 24 a Cogoleto si sono radunate alcune di queste famiglie per una manifestazione contro Alessandro e Chiara Giusto. Sono stati esposti cartelli con sopra scritto: «Riconsegnate Maria». Addirittura nel forum del sito dell’associazione “Sardegna Belarus” sono stati pubblicati l’indirizzo e il numero di casa dei Giusto, invitando gli internauti a urlare loro il proprio sdegno. Commenta Alessandro: «Non giudichiamo questi genitori. Comprendiamo la loro rabbia. Ma noi abbiamo fatto una promessa a Maria e non capiamo perché dovrebbe essere nostra la colpa di questo blocco. La colpa è di un governo che gestisce un problema come questo facendolo pagare ad altri bambini». Esistono voci a favore della coppia: Marco Cappellari, presidente del Coordinamento nazionale amici dell’adozione, ha spiegato al Giornale di «sentirsi vicino ai Giusto. Hanno fatto emergere una tragedia umanitaria. Molti avrebbero voluto avere quel coraggio da leone». Non è un mistero, come ha rivelato Panorama, che le famiglie italiane riscontrino sui bambini di Chernobyl «denti cariati, fratture mal curate, instabilità psicologica, depressioni, bruciature da sigaretta, lividi, maltrattamenti».
«Non dite nulla se volete l’affido»
Chiara e Alessandro raccontano che tre anni fa, quando Maria venne loro affidata per la prima volta, «non rilevammo alcun problema specifico. Ma l’anno seguente la bambina cambiò istituto e, quando si presentò di nuovo, era totalmente diversa». Più introversa, picchiava le bambole e le legava alle sedie, si comportava in maniera aggressiva e intavolava discorsi a contenuto sessuale inadatti per la sua età. Aveva un’evidente bruciatura vicino all’inguine. La coppia, pur essendo vietato dai protocolli che regolamentano le accoglienze temporanee, la fecero visitare clandestinamente. «I medici – dice Chiara – confermarono le nostre paure». Ma, all’epoca, i due non arrivarono al gesto estremo «perché la piccola non parlava, non si apriva», ma soprattutto perché «l’associazione che faceva da tramite ci pregò di non denunciare la vicenda: “Così rischiate di non poterla mai ottenere in adozione”». Chiara e Alessando la lasciarono partire, «ma quest’anno al riproporsi del dramma abbiamo scelto diversamente». Quest’estate la bambina ha cercato goffamente per due volte di togliersi la vita. Nel secondo caso, l’8 giugno a Varazze, solo il pronto intervento di un bagnino l’ha preservata dall’affogare.
Il direttore in prigione
Maria non è la prima. Già nel 2000 un avvocato romano aveva trattenuto con sé una bambina bielorussa, rifiutandosi di “riconsegnarla” all’internat di Mistislavl. Il direttore di quel centro, Leonid Bogatyrov, è stato arrestato e condannato a cinque anni di prigione. Nel supercarcere di Shklov ha già scontati sei mesi, accusato dalle autorità bielorusse di «aver venduto la bambina». Raggiunto da una cronista di Libero, Bogatyrov ha dichiarato: «Sono innocente. Ma il pensiero che una piccola orfana abbia trovato una famiglia e la medicina della vita, mi dà la forza di andare avanti». Più preoccupato il direttore dell’internato di Vilejka, Nikolai Volchkov: «Potrei fare la stessa fine di Leonid. Mi aspetto che arrivi la polizia se Maria non torna in patria». Chiosa Chiara per Tempi: «Non mi stupisco affatto. Quando abbiamo incontrato l’ambasciatore Skripko ci ha rivelato che se non avessimo riconsegnato Maria “avremmo avuto sulla coscienza cinque persone”». Tanti sono i responsabili che, secondo Minsk, devono pagare per essersela fatta sfuggire.
Come ha raccontato un anonimo direttore di uno di questi istituti a Repubblica: «La direttiva del governo è che ogni bambino debba rientrare. Se non succede, meglio impiccarsi. Il regime ha deciso che i bambini si prestano a pagamento, non si regalano». Chiara spiega a Tempi che quella parola “prestare” «è la più indicativa per far comprendere come intendono là i bambini, pura merce di scambio». Il timore è che il “caso Maria” possa costituire un precedente perché, come ha sbottato un rappresentante del ministero degli Esteri di Minsk, «se subiamo una volta, crolla la diga».
Finora qualsiasi tipo di mediazione è fallita. Addirittura il sottosegretario alla Giustizia, Daniela Melchiorre, che s’era posta come ponte fra la coppia e Minsk, ha querelato i coniugi per una frase apparsa su un quotidiano locale in cui era definita «una con una minigonna che fa gli interessi della Bielorussia». I due hanno smentito i toni, ma non la sostanza. «All’inizio – spiegano a Tempi – eravamo ben disposti. Ma quando, al tavolo delle trattative, ci siamo accorti che la sottosegretaria altro non faceva che ripetere pedissequamente le richieste bielorusse ci siamo tirati indietro». «S’è presentata come mediatrice, ma poi non ha mediato un bel nulla» è la sconsolata conclusione.
Oggi si cercano altri approdi per sciogliere i nodi della vicenda. Da parte bielorussa l’ambasciatore Skripko ha dichiarato di aver avuto assicurazioni dal sottosegretario agli Esteri, Famiano Crucianelli, che Maria tornerà in patria. Di diverso tenore l’interrogazione che un gruppo eterogeneo di parlamentari europei, su iniziativa del vicepresidente Mario Mauro (Fi), ha presentata al Parlamento di Bruxelles. In essa si chiede alla Commissione di intervenire, anche sulla scorta di quanto «già rilevato dal Consiglio d’Europa: la Bielorussia non è in grado di soddifare i requisiti minimi di un sistema di democrazia pluralistica». Mauro preannuncia a Tempi che «faremo questa settimana la richiesta di un dibattito urgente sulle condizioni dei bambini negli orfanotrofi bielorussi».
Legittima difesa
Sebbene l’avvocato Ricco sostenga che «i miei assisti non rischiano nulla, hanno agito per legittima difesa, il pericolo cui dovevano rispondere era grave e imminente», loro due sanno che il loro gesto non potrà non avere serie conseguenze (rischiano l’accusa di sottrazione di minore). Ma, oggi, più che all’adozione per cui tanto hanno rischiato in prima persona sono maggiormente interessati a che «la bambina sia curata nel modo giusto, anche non da noi».
0 commenti
Non ci sono ancora commenti.
I commenti sono aperti solo per gli utenti registrati. Abbonati subito per commentare!