La legalità delle canaglie
Dopo aver trascorso un’intera legislatura a tre volte resistere alle leggi del Parlamento e a militare scrupolosamente a fianco dell’opposizione, il pugno di magistrati che ha deciso di fare dell’Italia un mondo capovolto, dove solo per i finanzieri progressisti lussemburghesi, gli antiamericani violenti e i terroristi, le leggi vengono interpretate con scrupoloso garantismo, ci fa sapere che questa è, finalmente, legalità. Se ci pare. E invece non ci pare proprio. L’idea che la legalità sia un valore in sé, dunque un fine che giustifica le intercettazioni di mezza Italia con inchieste che non si è ancora capito come nascano, da chi vengano suggerite, come arrivino in cima alla pila dei milioni di fascicoli giudiziari inevasi, ma si sa già come finiranno, cioè con la gogna e le condanne scritte sui giornali, non è soltanto la summa iniuria, il massimo dell’ingiustizia, che conoscevano già i nostri avi latini. è una barbarie, come ha detto il senatore Andreotti, che «l’Italia conobbe solo sotto il fascismo».
E infatti, l’ideologia della legalità come fine, invece che come strumento che va, volta per volta, interpretato, contestualizzato e declinato nelle circostanze reali, non è il presupposto delle democrazie, ma l’anima dei regimi totalitari. Non è il baluardo della giustizia, ma è l’ultimo rifugio delle canaglie. Come ogni italiano di buon senso avrà capito dopo anni di scandali mirati (contro il centrodestra), a corrente alternata (nel Prodi I la magistratura si prese cinque anni sabbatici) e, oggi, sputtanamenti sui giornali uno via l’altro; dopo un decennio in cui s’è dimostrato che non ci sono state tangenti in casi come Telekom Serbia; dopo Faziopoli, Calciopoli, Pollaropoli e chissà quanto altro ci porterà in dono il cavallo di Troia togato, possiamo solo aspettarci e, forse, auspicare un cortocircuito tale per cui la politica o interviene e taglia la testa al giustizialismo, o succede sul serio che l’Italia finisce nell’orbita della sharia saudita-africana.
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