La lezione dell’antieroe

Di Rodolfo Casadei
24 Giugno 2004
Per sconfiggere il terrorismo islamico non servono magistrati vedette e grandi processi, ma intelligence e provvedimenti amministrativi mirati. Parola di Stefano Dambruoso, pm antiterrorismo famoso nel mondo e ora autore di “Milano-Bagdad”, un libro che è il diario di una stagione di inchieste

Colpisce la postura malinconica del meridionale colto, enfatizzata dalla capigliatura romantica. Cerca di nascondere la timidezza dietro i modi decisi, ma mai scortesi, o indurendo i concetti, come quando spiega che Milano-Bagdad, il libro che ha scritto insieme a Guido Olimpio per Mondadori, non c’entra niente col narcisismo ma «nasce dall’esigenza di dare una testimonianza del lavoro quotidiano di un apparato investigativo abituato a lavorare sotto pressione, sotto la minaccia di fatti clamorosi che deve prevenire un secondo prima che accadano. Un lavoro oscuro i cui protagonisti, in una città maledettamente “cara” come Milano, ricevono uno stipendio al limite della dignità». Mentre dice così alcuni dei votati alla causa che non guadagnano duemila euro al mese vanno avanti e indietro per i corridoi del ristorante nel centro di Milano dove ci siamo dati appuntamento. Controllano le uscite di sicurezza, scrutano i piani alti degli edifici davanti all’ingresso. Le cose girano così da due anni e mezzo, cioè da quando i servizi segreti hanno segnalato per la prima volta l’arrivo in Italia di una squadra di killer algerini incaricati di fare la pelle al sostituto procuratore che ha intercettato il maggior numero di cellule di terroristi islamici in Europa. Adesso Dambruoso lavora come esperto giuridico nella rappresentanza permanente italiana presso la sede di Vienna dell’Onu, quella delle agenzie incaricate della lotta alla criminalità internazionale. Qualcuno, soprattutto in America dove il pm italiano si è recato più volte per collaborazioni investigative, storce il naso, come si farebbe per un attaccante che l’allenatore fa giocare fuori posizione. Ma lui è sereno: spiega che i processi con annesso star system di pm antiterrorismo non sono lo strumento chiave della lotta contro i jihadisti. Molto più importanti sono il lavoro di intelligence e i connessi provvedimenti amministrativi. Alla fine la cosa che colpisce di più in Dambruoso è l’onestà che presiede ai ragionamenti, è la modestia per niente falsa con cui riconosce i meriti altrui e dimensiona correttamente i propri.

Dottor Dambruoso, la lettura di Milano-Bagdad non è per niente tranquillizzante. Davvero già a partire dal 1999, cioè due anni prima dell’11 settembre e quattro prima dell’invio di truppe in Irak, gli estremisti islamici presenti in Italia erano pronti a compiere attentati suicidi qui da noi e meditavano di farlo?
Guardi, che nella testa di queste persone ci fosse un’ideologia e una teologia del martirio, è un dato accertato anche da noi. Di recente abbiamo raccolto da “pentiti” confessioni in questo senso, che confermano un dato di analisi investigativa ormai noto da tempo. Come pure risulta confermata la centralità di Milano nel network internazionale del terrorismo islamico in Europa.

Un’altra preoccupazione riguarda la precarietà degli strumenti di indagine: pochi traduttori dall’arabo, pochi pedinatori, giorni e giorni per avere un’autorizzazione all’arresto. Obiettivamente: come stiamo dal punto di vista degli strumenti investigativi? Sono all’altezza della situazione?
La carenza di mezzi che affligge la Pubblica Amministrazione purtroppo è cronica ed è un’esperienza che ho vissuto in prima persona. Ma il dato problematico su cui cerco di attirare l’attenzione è un altro: la lotta al terrorismo islamico non può condursi esclusivamente sul piano giudiziario, perché le regole processuali a volte rendono difficile se non impossibile la trasformazione del dato investigativo acquisito per via di intelligence in dato giurisdizionale. Bisogna valorizzare al massimo l’attività dell’intelligence, sia quella dei servizi che della polizia giudiziaria, che permette di intervenire con azioni di prevenzione. E a questo riguardo sarebbe opportuna una riforma dei servizi per ridare slancio e vigore alla loro azione.

Perché è così difficile trasformare i dati investigativi in prove processuali?
Per ottenere delle condanne in sede giudiziaria bisogna disvelare molte attività investigative nel corso del dibattimento processuale, e questo a volte può non essere opportuno nell’economia generale della lotta al terrorismo. Molte delle mie “prove” consistono in informazioni raccolte tramite informatori. Ma se io porto in giudizio un informatore con la sua testimonianza, come giustamente esige il nostro codice, otterrò la condanna degli imputati al prezzo della perdita di un prezioso collaboratore. Meglio lavorare sul fronte della prevenzione: la testimonianza del mio informatore non sarà mai una prova processuale, ma sarà preziosa per prevenire attentati.

Insomma, vi trovate davanti personaggi circa i quali c’è una certezza morale di pericolosità, ma non c’è la certezza giuridica per poterli fermare. A partire da questo fatto, secondo lei è auspicabile una legislazione di emergenza con forme di detenzione amministrativa, come si incontrano nella tradizione anglosassone?
Io ho sempre sostenuto che le tradizioni giuridiche di ciascun paese caratterizzano la sua storia e le sue scelte legislative. Perciò non ritengo mai davvero proficuo trapiantare le istituzioni giuridiche di un paese in un altro.

Ma gli strumenti amministrativi di cui attualmente disponiamo per la lotta al terrorismo sono già adeguati o vanno rafforzati?
Alcuni sono già adeguati, come le espulsioni dal territorio nazionale per taluni personaggi. Non espulsioni di massa, ma mirate: è quello che si è fatto fino adesso in Italia. Penso anche a strumenti come il congelamento dei beni in ossequio ad una direttiva Onu successiva all’11 settembre, che ha colpito anche una banca con sede a Campione d’Italia. Tutte attività legittime nell’ambito amministrativo che sono state compiute.

Lei accenna a reati propedeutici a reati di terrorismo, come la falsificazione di documenti. Anche nelle fattispecie giuridiche dei reati si potrebbero fare dei ritocchi utili a combattere il terrorismo di matrice islamica?
Mi sono posto questo problema, ma trovo che alla fine il 270 bis nel suo complesso sia una norma assolutamente equilibrata. È difficile anticipare ulteriormente, restando nei nostri canoni giuridici, la soglia della punibilità, o allargarne l’ambito.

Il cosiddetto “mandato di cattura europeo” è uno strumento indispensabile, come pensano alcuni, oppure sono altri gli aspetti della cooperazione investigativa internazionale che vanno prioritariamente migliorati?
Se e quando entrerà in vigore, il “mandato di cattura europeo” rappresenterà un ulteriore progresso verso forme di cooperazione sempre più efficaci, ma molti paesi non l’hanno ancora introdotto. Non è facile mettere tutti d’accordo su norme comuni utilizzabili dappertutto: la giurisdizione è davvero espressione delle tradizioni tipiche di ciascun paese. L’obiettivo ambizioso verso cui ci stiamo muovendo – ma che non raggiungeremo nel breve periodo – è creare delle norme comuni ai vari paesi che sono attivi nella lotta al terrorismo. È un percorso ancora lungo, ma su cui siamo assolutamente tutti avviati.

Ha parlato di congelamenti di beni: a che punto siamo nella lotta contro il finanziamento del terrorismo? Sono stati bloccati fondi in giro per il mondo, ma molto poco rispetto alla quantità di risorse che si muovono intorno al finanziamento del terrorismo.
Dimostrare l’appartenenza sicura di un cespite di denaro ad una persona fisica che sia un terrorista è una delle cose più difficili che ci siano sul piano giudiziario, perché il denaro è massimamente mimetizzabile, si possono utilizzare sigle di società le più varie; per cui il congelamento dei fondi è lo strumento amministrativo ideale per intervenire sul problema dei finanziamenti al terrorismo, e io sono convinto che abbia avuto fino ad oggi effetti importanti quando è stato utilizzato dalle varie banche centrali dei paesi interessati alla lotta al terrorismo, e fra questi l’Italia. Ma va anche detto che coloro i quali vengono colpiti da tali provvedimenti si lamentano molto per il fatto che si è colpiti senza avere la possibilità di difendersi e perché si resta marchiati per un tempo indefinito da un’accusa sottile di complicità col terrorismo, che non viene portata in giudizio. Ma le banche centrali possono assumere legittimamente questi provvedimenti.

Nel corso di una trasmissione televisiva lei ha asserito la presenza stimabile in Italia di 100-150 personaggi legati organicamente al terrorismo di matrice islamica; altri parlano di alcune migliaia di personaggi presenti in Italia che sarebbero stati addestrati militarmente in Afghanistan.
Non è il caso di fare una battaglia dei numeri. A prescindere dalla quantità di persone che sono passate per l’Italia negli ultimi dieci anni e che sono andate in Afghanistan ad addestrarsi, il messaggio che deve passare è davvero che si tratta di frange di una comunità che nella sua stragrande maggioranza rimane moderata. Non dobbiamo cedere alla facile tentazione di confondere l’arabo musulmano con il terrorista: questo non aiuta né noi, né loro a combattere il fenomeno. L’integrazione intelligente degli immigrati musulmani ci consentirà nel medio-lungo periodo di avere aiuti significativi da questa comunità nella prevenzione del terrorismo, perché saranno proprio loro ad avere interesse ad isolare le frange estremiste, per non vedersi confusi con loro.

Quante possibilità ci sono di scongiurare un altro 11 marzo in Europa?
Nessuno può dirlo. Oggi dobbiamo avere la consapevolezza che bisogna continuare a vivere, che non possiamo rinchiuderci in casa; continuare a vivere con la consapevolezza che c’è un rischio serio, che si sta facendo di tutto per prevenirlo ma non siamo certi che certe cose non si ripeteranno. Tutto questo non ci può costringere in casa, altrimenti avrebbero già vinto “loro”.

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