La lobby onorevole

Di Bottarelli Mauro
26 Aprile 2007
Come colmare il baratro tra eletti ed elettori. Parlano Bianco, Capezzone, Formigoni, Giovanardi, Lupi, Macaluso, Polito, Sacconi, Sanza, Storace. C'è chi dice preferenza e chi dice uninominale. Ma su una urgenza sono tutti d'accordo: bisogna ridare al popolo il diritto di decidere le persone che lo rappresenteranno

Un vecchio detto della politica inglese recita che «passare dalla Camera dei Comuni a quella dei Lord è un po’ come passare dal regno vegetale a quello animale». Ironia britannica. Qui in Italia, invece, il possibile passaggio dalla Camera al Senato viene vissuto con assoluta leggerezza di spirito: basta avere una poltrona garantita e non ci si fa troppe domande sulla propria collocazione. Il nostro, d’altronde, è il paese dove la rappresentatività degli eletti nei confronti degli elettori è ormai pari a zero: a decidere sono le segreterie di partito e basta dare un’occhiata all’emiciclo di Montecitorio per rendersi conto che le scremature non sono poi così severe e che soprattutto alcuni processi di compilazione avvengono in evidente stato di alterazione. Per questo e per ridare un minimo di anima alla politica italiana, un gruppo di personalità del mondo politico e della società civile ha lanciato una petizione popolare (vedi box a pagina 31), tra i cui primi firmatari c’è il presidente emerito della Repubblica, Francesco Cossiga, affinché il processo di studio e rielaborazione della legge elettorale in atto tenga conto di due indicazioni, semplici semplici. Primo, in caso di orientamento verso una soluzione di tipo proporzionale venga reintrodotta la preferenza. Secondo, in caso di mantenimento dell’impronta uninominale venga garantita la possibilità di candidarsi in un singolo collegio raccogliendo cinquecento firme. Questo, dicono gli estensori della petizione, «per garantire al popolo il diritto di scegliere i suoi rappresentanti».

Polito per il modello spagnolo
Ma i diretti interessati, ovvero gli attuali eletti, cosa pensano di questa proposta e più in generale del deficit di rappresentanza politica presente nel paese? Maurizio Sacconi, senatore di Forza Italia, si dichiara «scettico sulle riforme elettorali e diffidente sulle discussioni in corso al riguardo. Detto questo ero e resto favorevole a correzioni che allarghino la possibilità di scelta per l’elettore, una delle quali è proprio la preferenza».
Di parere decisamente opposto è Antonio Polito, senatore della Margherita e strenuo oppositore della preferenza: «Il cambiamento della politica italiana, la fine della Prima Repubblica, nasce proprio dalla rivolta popolare contro il meccanismo della preferenza e si va a innestare nel famoso referendum. Io parlo basandomi sui fatti: lì dove la preferenza è ancora presente, come nei sistemi regionali, questa sta dando una cattiva immagine di sé. Gli stessi militanti combattono tra loro all’interno del partito per ottenere un posto e questo genera confusione, oltre a fenomeni ben poco edificanti come il voto di scambio. Questo soprattutto al Sud, un contesto politico che conosco bene. Il collegio uninominale, quindi, resta la soluzione migliore per ristabilire un rapporto tra eletto ed elettore: penso al modello spagnolo, collegi con liste ristrette». È d’accordo sul fatto che ci troviamo di fronte a un deficit di rappresentanza, a candidature che nascono e muoiono nei palazzi del potere? «È sempre stato così e la reintroduzione della preferenza complicherebbe solo le cose. La strada da seguire è quella opposta».

È tutto in mano alle segreterie
Non la pensa come Polito Carlo Giovanardi, il deputato dell’Udc che all’ultimo congresso del partito si è candidato a segretario contro Lorenzo Cesa. A parere di Giovanardi «occorre tornare alla preferenza e privilegiare un sistema elettorale come quello regionale, in grado di esprimere un leader e un programma in maniera chiara già due ore dopo la fine dello scrutinio. Ci penserà poi il premio di maggioranza a stabilizzare la situazione». E dell’attuale Parlamento cosa pensa? «Questo come gli altri parlamenti dal 1994 in avanti sono espressione dei partiti: nel proporzionale è l’apparato che decide i nomi, nell’uninominale è il collegio blindato a contare, non certo la bravura del candidato. Le faccio un esempio: io sono stato eletto a Lecco perché se mi fossi candidato nel mio collegio, Modena, sarei a casa mia e non a Montecitorio. Lo ripeto, è il collegio che esprime il candidato e non il candidato che conquista il collegio».
Meno argomentato ma altrettanto netto il parere di Francesco Storace, senatore di Alleanza Nazionale: «Voglio la preferenza oppure la riforma democratica dei partiti». Prego? «Ha capito benissimo». Sembra anche a lei che le candidature siano un po’ frutto di una sorta di mercato delle vacche? «Non serve certo la mia testimonianza per dire che le liste delle ultime elezioni sono calate dall’alto delle segreterie».

Come al Grande Fratello
D’accordo con questa impostazione anche Maurizio Lupi, deputato di Forza Italia, a parere del quale «nel momento in cui si va a rimettere mano alla legge elettorale che, giova ricordare, non è la madre di tutte le battaglia politiche ma uno strumento, ribadire l’importanza e il ruolo centrale del rapporto con il cittadino-elettore è fondamentale. La libertà di scegliere va sempre salvaguardata».
Di parere diametralmente opposto Daniele Capezzone, deputato della Rosa nel Pugno e membro dell’esecutivo dei comitati referendari per la riforma elettorale, secondo cui «è sbagliato lasciare un tema di questo genere nelle mani dei partiti, occorre che siano i cittadini a esprimere democraticamente la propria preferenza. Per quanto mi riguarda io sono favorevole all’uninominale secco a un solo turno, insomma il sistema britannico e americano con il candidato che si presenta in un solo collegio. Oggi come oggi, occorre essere onesti, non abbiamo degli eletti ma dei nominati dalle segreterie dei partiti, sembra di essere al Grande Fratello. Nei sistemi anglosassoni, invece, al centro della disputa elettorale c’è il candidato e il suo rapporto con il territorio, non le scelte di qualche burocrate».

Sarà una gara a raccogliere più fondi
Per Gerardo Bianco, deputato della Margherita e “grande vecchio” della politica italiana, l’unica scelta percorribile è quella del proporzionale «con una o due preferenze. La legge elettorale vigente, infatti, ha comportato un totale accentramento di potere decisionale nelle mani delle segreterie di partito, è una legge per le oligarchie e non per la rappresentatività. Per questo trovo sacrosanto che la gente veda moltissime candidature come calate dall’alto e si disaffezioni alla politica. È vero. Questo è un Parlamento creato ad uso e consumo delle lobby di potere, logica conseguenza di una politica che ha distrutto il ruolo dei partiti in nome di una Seconda Repubblica che non mi pare troppo differente dalla Prima. Anzi, la trovo peggiore. Avanti di questo passo finiremo come in America, il sogno di molti: ovvero con la corsa forsennata alle primarie e con una logica che sarà quella del raccogliere più soldi possibili per garantirsi la vittoria».

Formigoni e il diritto di scelta
Non teme derive statunitensi ma è comunque uno strenuo difensore della preferenza Angelo Sanza, deputato di Forza Italia, passato alla storia della politica italiana perché regalava agli amici braccialetti col normografo personalizzato che permettevano anche agli analfabeti di scrivere correttamente il suo nome sulla scheda di voto. «Venendo dalla Prima Repubblica non posso che essere favorevole alla preferenza. In subordine è necessario che i partiti recuperino il ruolo serio che avevano un tempo, ritrovino capacità decisionale e facciano quello che si era sempre fatto, cioè una selezione seria al momento della compilazione delle liste, scremando i nomi piuttosto che farli cadere dall’alto. Se invece i partiti restano ciò che sono oggi, il ritorno della preferenza è assolutamente inevitabile e necessario: in questo modo almeno l’elettore può bocciare o promuovere ciò che il capo partito non ha voluto selezionare alla fonte, una sorta di esame». Insomma anche secondo lei quello attuale è un Parlamento lunare, completamente scollato dal paese reale? «Pur essendo uno dei privilegiati, essendo stato eletto, devo ammettere che c’è una forte frattura tra candidato ed elettore, visto che quest’ultimo si trova a mettere una croce sul simbolo del partito senza poter scegliere la persona da cui vuole farsi rappresentare nelle istituzioni. Cosa che, tra l’altro, rappresenta una violazione del mandato costituzionale: oramai, infatti, il vincolo a cui rispondere è quello tra eletto e partito e non tra eletto ed elettore. Questo è inaccettabile».
Non ha dubbi sulla bontà dell’iniziativa Roberto Formigoni, presidente della Regione Lombardia, il quale ha subito deciso di sottoscrivere la petizione. A Tempi, Formigoni dice che «dobbiamo e vogliamo restituire ai cittadini il diritto di scelta e il voto di preferenza è la strada migliore per ottenere questo risultato. È un mezzo per selezionare la classe dirigente di questo paese che permette agli elettori, sia dei grandi che dei piccoli partiti, di riconoscersi maggiormente nel voto che hanno espresso e di dare indicazioni chiare sia rispetto al programma sia sullo spirito e sul respiro che la politica deve tornare ad avere».

Macaluso: comandano in dieci
Favorevole alla petizione, che ha già sottoscritto, è anche Emanuele Macaluso, padre nobile del riformismo di sinistra, secondo il quale «è necessario tornare alla preferenza unica oppure, in caso si opti per l’uninominale, alla candidatura in un solo collegio. Bisogna dire con grande chiarezza e onestà che tagliare fuori l’elettore dalle scelte decisionali, come si è fatto, e dare a dieci persone il potere di nominare l’intero Parlamento è non solo pericoloso per la politica e per la disaffezione che la contorna ormai da anni, ma addirittura antidemocratico. Non si può continuare in questo modo».

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