La lobby verde

Di Esposito Francesco
24 Maggio 2000
Breve viaggio tra i paradossi dei movimenti ecologisti

Un’opposizione furiosa si è scatenata negli ultimi anni in gran parte del mondo contro gli Ogm, gli organismi geneticamente modificati, criminalizzati come “cibo di Frankenstein” e nemici dell’umanità attraverso la violenta campagna propagandistica dei gruppi ambientalisti, gli stessi “registi” delle manifestazioni a Seattle e Davos. Una pressione internazionale che non ha impedito a Bill Clinton, la settimana passata, di limitarsi a disporre controlli più accurati per i cibi “biotech” negli Usa, senza lasciarsi condizionare troppo da una guerra psicologica che coinvolge soprattutto la vecchia Europa.

Non vogliamo qui entrare nel merito del valore e della correttezza scientifica delle denunce degli ambientalisti (lo lasciamo fare volentieri al puntuale contributo di Piero Morandini, in queste pagine) ma solo limitarci a guardare un po’ più da vicino le loro associazioni.

Il mito del romantico Guerriero dell’Arcobaleno…
Tutti i principali gruppi ecologisti sottolineano il loro aspetto romantico, quell’impeto ideale che li spinge a combattere disinteressatamente per il rispetto della natura e la difesa della salute della gente, contro i grandi interessi capitalistici.

Con Greenpeace siamo nell’orizzonte del mito: tutto comincia con un piccolo vascello in rotta nel 1971 verso un poligono di esperimenti nucleari nel Pacifico per cercare di fermare test sotterranei che avrebbero provocato un micidiale terremoto (sic!). Questo manipolo di coraggiosi (e scaltri: si erano infatti assicurati la copertura totale dei media sulla loro azione grazie all’appoggio di giornalisti e fotografi, nda) viene accostato a una “suggestiva profezia” indiana. Eccola: “Una anziana donna Cree, chiamata Occhi di Fuoco, aveva predetto che un giorno la terra sarebbe stata depredata dalle sue risorse, i fiumi avvelenati e i cervi sarebbero morti. Prima che fosse troppo tardi però, gli indiani avrebbero insegnato all’uomo bianco ad avere rispetto della terra e insieme sarebbero diventati ‘Guerrieri dell’Arcobaleno’”.

“Amici della Terra”, associazione senza scopo di lucro, si propone di “invertire o almeno fermare la corsa al ‘citius’, ‘altius’, ‘fortius’. La quale è diventata autodistruttiva (…) Bisogna dunque riscoprire i limiti: rallentare (ritmi di sfruttamento), abbassare (i tassi di inquinamento, di produzione, di consumo), attenuare (la nostra pressione verso la biosfera, ogni forma di violenza)”.

E anche il potentissimo Wwf, forse la più grande associazione ambientalista al mondo, si propone “un futuro in armonia con la terra”, e si appella alla sensibilità della gente con le sue numerose campagne in difesa di lupi, cormorani e quant’altro.

… e la realtà di una assai poco romantica lobby economica internazionale Ma chi volesse conoscere i leader di questi gruppi rimarrebbe probabilmente assai sorpreso trovando ai loro vertici personalità tra le più prestigiose del mondo della finanza, dell’industria e del commercio internazionale. Una vera e propria lobby economica e politica, che si serve di azioni spettacolari e testimonial d’eccezione per influire sui mass media e sull’opinione pubblica.

Alla direzione del Wwf, 5 milioni di sostenitori e un bilancio da multinazionale che arriva ai 500 miliardi di lire, responsabile di un sistema di oasi e riserve che ne fanno il più grande proprietario terriero e marino del mondo, sono passati uomini come Russel Train, nel 1977 direttore per il settore ambiente, salute e sicurezza della Union Carbide (industria chimica proprietaria dell’impianto di Bopal in India, dove nel 1984 una fuga di gas causò la morte di oltre 4mila persone), Eugene Mc Brayer, già presidente della Exxon Chemical (proprietaria della petroliera Exxon Valdez che contaminò 1600 km. di coste dell’Alaska con 40 milioni di tonnellate di greggio), in Europa Luc Hoffman, direttore della farmaceutica svizzera Hoffman-La Roche (multinazionale proprietaria degli impianti tristemente famosi dell’Icmesa di Seveso). Per non parlare del presidente onorario Wwf principe Filippo d’Inghilterra, il quale alcuni anni fa è balzato agli onori delle cronache per aver dichiarato: “Se mi dovessi reincarnare vorrei essere un virus letale per eliminare la sovrappopolazione”. Non è un caso se tra i fondatori del Fondo mondiale per la natura la figura di spicco è quella di Sir Julian Huxley, già presidente della Società Eugenetica, associazione dichiaratamente razzista che si proponeva fra l’altro la crescita zero dell’umanità. Ma ogni anno fondazioni americane come la Ford, Dodge, MacArthur, la Mott e tante altre versano al Wwf cospicue donazioni, utilizzate in gran parte per finanziare piani di controllo per le nascite.

Cieli azzurri, pronostici (e fondi) neri Anche Greenpeace, multinazionale con un bilancio annuale da 100 milioni di dollari, riceve fondi dalle fondazioni Rockefeller, Turner e MacArthur e ha una struttura piramidale dove tutto viene deciso al vertice, quasi un’organizzazione militare. Secondo un’inchiesta del settimanale Der Spiegel (16 settembre 1991) ci sono “miliardi che vanno e miliardi che vengono, con percorsi poco chiari. Sotto accusa è una fitta rete di società controllate al 100% da Greenpeace in Germania che permetterebbe alla holding ecopacifista di mantenere lo status di organizzazione non profit e beneficiare di esezioni fiscali (…) La base non ha alcun controllo sull’amministrazione delle risorse e sulla definizione degli obiettivi”. Mentre Le Figaro ha denunciato in 73,9 milioni di dollari i fondi neri di Greenpeace, “riserve strategiche a cui soltanto tre persone avrebbero accesso attraverso una rete inestricabile di fondazioni e associazioni” (Le Figaro, 30/8/1995).

Amici della Terra, federazione attiva in 50 paesi, ha denunciato per la sola sezione americana introiti per 3,2 milioni di dollari e il sostegno di associazioni come la Charles Stewart Mott Foundation e la Foundation for Deep Ecology. Quest’ultima è legata al movimento della Ecologia Profonda (Deep Ecology), fondato dal filosofo norvegese Arne Naess, il quale sosteneva che il numero degli esseri umani sulla terra non dovrebbe superare i 100 milioni. La Deep Ecology si richiama al principio dell’egualitarismo biosferico, secondo cui occorre proteggere il tutto (l’ecosfera) prima delle parti: “non esiste una base razionale per sostenere che un topo sia diverso da un maiale o da un bambino” (Ingrid Newrick).

Sono aspetti paradossali che alimentano molti dubbi sui metodi delle multinazionali verdi e rivelano l’ambiguità di chi si presenta sempre in opposizione al potere dominante ma finisce spesso per garantire gli interessi di settori ben collocati di mercato.

Articoli correlati

0 commenti

Non ci sono ancora commenti.