La lunga attesa di Drogo nel deserto dei kamikaze
Herat, nord ovest dell’Afghanistan, a cento chilometri dal confine con l’Iran. Camp Vianini è la caserma della missione internazionale di pace Isaf. In mezzo alla città, una struttura candida dall’architettura già iraniana; rose e ciliegi che cominciano a fiorire in aprile nel susseguirsi di piccoli cortili, come in un monastero. Dentro, i soldati spagnoli, francesi, inglesi oltre ai nostri, che attendono alle occupazioni del Provincial reconstruction team, l’opera di ricostruzione del paese: scuole, argini, ponti per cercare di cominciare, dopo 25 anni di guerra, la pace.
Ma, ogni tanto, anche qui la guerra ritorna. A dicembre un’autobomba si accoda a un mezzo italiano e ferisce tre dei nostri; a febbraio, dopo le vignette antislamiche, una folla impazzita cerca di sfondare le porte della caserma. Il giorno dopo tutto torna tranquillo, come quando una tempesta si calma, e il mare è liscio come nulla fosse accaduto. Torna la quiete nel caldo già opprimente della primavera asiatica. La sera, sopra il cortile di Camp Vianini il cielo è pieno di stelle, e le rose cominciano a odorare. Dall’alto del muro di cinta s’affaccia furtivo un dingo, e spia gli uomini coi lucenti occhi selvatici. Scricchiolano nel silenzio i passi sulla ghiaia, dal minareto la voce del muezzin chiama alla preghiera. In un cortile gli ufficiali mangiano spaghetti e bevono un bicchiere. Gli spagnoli suonano con la chitarra “Paloma”. è una sera lieta per questi uomini così lontani da casa, in questa caserma in cui vivono come tanti tenente Drogo ai confini di un Deserto dei Tartari dove il nemico sta quatto là fuori, e inesplicabilmente attende ad attaccare. E si può dunque, in questa bianca Fortezza Bastiani nel cuore di un paese insanguinato, amabilmente bere un aperitivo ai tavoli del bar, e discutere dei destini della regione, o di quando si rientrerà in patria, e sarà estate.
Ma, all’improvviso, vicina alla caserma un’esplosione: si alzano i soldati, e compostamente vanno alle loro postazioni. Un’altra, e un’altra ancora. Sei, in tutto. Nulla di grave, nessuna conseguenza. Solo un segnale dal silenzioso nemico acquattato: io sono qui, non ve ne scordate. Il giorno dopo c’è il sole, e Herat pare in pace, la gente sorridente. I giornalisti rientrano in Italia. Sabato mattina, un’Ansa: un kamikaze ha fatto tre morti e sette feriti davanti alla base italiana. A noi sembrava assurdo, quel girare col giubbotto antiproiettile, ci pareva di giocare alla guerra. Ma i Tartari, alla fine, sono arrivati.
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