LA LUNGA NOTTE DELLA WATERLOO ROSSONERA

22 e 40 di mercoledì 25 maggio, per le strade di Milano tale è il deserto che ci si potrebbe sdraiare sull’asfalto. Rientri a casa inquieta: eppure, il Milan stava vincendo 3 a 0. In soggiorno, in una nuvola di fumo, due figli, un amico e il marito guardano fisso lo schermo. Pur non capendo niente di calcio, capisci che qualcosa è andato storto, e che la partita è troppo lunga, questi devono essere i supplementari. «Ci hanno fatto tre gol», geme un figlio. Le patatine sono finite, la Coca anche, ma qui nessuno vuole più niente, qui si soffre. E in silenzio, in punta di piedi, come un ateo che entri in chiesa rispettosamente, senza voler disturbare, ti siedi, commossa questa sera da una passione che vorresti condividere.
Sei veramente a zero, quanto a cultura. Il Milan, sarà quello in maglia bianca? Non osi domandarlo per la vergogna. Decidi di sì, per certe facce da celtici, da barbari di quelli del Liverpool, e ti viene da immaginare le antiche centurie romane schierate contro quei pagani biondi. Doveva essere dura. Li guardi ansanti nel gioco, minacciosi negli scontri, le espressioni tese – echi di lontanissime battaglie in quegli sguardi, in quella potenza di spalle, di bicipiti, di scatti a stento trattenuti nelle regole. Il Milan assalta senza tregua la porta del Liverpool, nel boato incessante dello stadio pare un assedio a una rocca che non vuole capitolare. E passano maledettamente i minuti e in soggiorno si divorano le unghie, si urla «taci!» a chi parla, i gatti paiono statue e anche io, mi accorgo, sto soffrendo. Impossibile restare estranei davanti a una grande battaglia. è la guerra il calcio, dice lo psicoanalista James Hillmann, la metafora della guerra, e si vede bene questa sera, nelle passioni estreme sulle facce, allo stadio e a casa, perché questo gioco avvince e innamora, perché di generazione in generazione i maschi bambini si incantano davanti a un pallone.
E poi, i rigori. Silenzio di tomba in soggiorno. A me pare qualcosa di simile a una fucilazione. Ma il portiere del Liverpool ha chiari occhi furbi. «Occhi da diavolo», sibila il figlio piccolo. Poi, tutti attoniti e muti, a casa e a Istanbul. Splendida la faccia disperata di Maldini, faccia da gran cavaliere sconfitto alla grande crociata. Al mattino dopo, davanti a scuola, quello di nove anni concitatamente concorda con l’amico la linea difensiva con gli interisti: «Ricordati, abbiamo perso ingiustamente». E entrano in classe tristi, a testa alta.

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