La maschera di Sergio il Superbo
Bologna. A volerla farla breve basterebbe porre l’assioma: Cofferati è diventato di destra. Poi, siccome l’insulto (“di destra”) è rivolto al campione che fu della sinistra (“Cofferati”) e a dirlo è gente di sinistra (con disprezzo) e di destra (con ammirazione), si finisce che ci s’ingarbuglia e parte il dibattito se sia ancora vero, come cantava Gaber, che «la chitarra è di sinistra e il karaoke di destra». A volerla farla breve e dato il postulato come vero e indimostrabile risulta comprensibile – per proprietà transitiva – che: a) da quando è sindaco di Bologna, Cofferati ha scelto di far salire la bile in gola alla sinistra; b) alla sinistra la bile è salita ecome; c) la sinistra s’è così invelenita che lo paragona a «Stalin»; d) poiché l’insulto non è abbastanza feroce la sinistra ha aggiunto che Cofferati è pure un «Berlusconi» d) saputolo, Mario Giordano sul Giornale ha lodato Cofferati; e) la Lega Nord lo indica come modello paragonandolo al mito Gentilini, vicesindaco-pistolero di Treviso; f) Fausto Bertintotti propone una manifestazione per far sentire «la voce degli sfrattati»; g) saputa l’idea di Bertinotti, Armando Cossutta ha scelto di schierarsi con Cofferati; h) il Riformista e Aldo Cazzullo spiegano che la politica del Cinese non è di destra ma «la vera politica di sinistra»; i) Paolo Flores D’Arcais ha una chiave di lettura innovativa per uno come lui: «Il problema è Tangentopoli e la questione morale»; l) e lui che dice? Lui dice che «è tutta colpa della Finanziaria Berlusconi». Almeno per l’ultimo punto, tutto quadra.
Ma volendo sacrificare la brevità per una più sobria semplicità paesana, bisognerebbe evitare gli assiomi e affidarsi a quel che in città s’incomincia a bofonchiare con sempre maggior insistenza: «Destra, sinistra? Di sicuro non è un buon sindaco».
«Lavorerò col mio mito»
Il 2 novembre Cofferati dirà come intende portare avanti il suo progetto di “repressione solidale”. Sarà il giorno della verifica. Sulla metamorfosi da “Sergio il caldo” – quello dell’articolo 18, dei tre milioni in piazza, della riconquista di Bologna la rossa, modellino locale di futuri scenari nazionali – a “Sergio il freddo” – quello che oggi è variamente additato come «sceriffo», «questore», «Tarquinio il superbo» – la città si interroga. E lui, che dell’urbe dei portici ha fatto il suo teatro, assegnando a destra e a manca le parti in commedia, s’è tenuto per sé la maschera del burattinaio dagli occhi di ghiaccio. «Se scontento tutti – ha sussurrato ai collaboratori – significa che sto lavorando bene». E se la logica del “tanti nemici tanto onore” mediaticamente funziona, ai suo fan, che tanto s’erano spesi per la sua elezione, la messinscena incomincia a recar tedio, tanto che, dice a Tempi un ex: «Che se lo ripiglino a Roma. Purtroppo, ci dicono, non lo vogliono nemmeno lì».
Intanto Cofferati inanella eventi per il suo lifting da born again. Il 2 maggio ha incassato la protesta in mutande dei dipendenti comunali perché aveva loro bloccato un premio di 400 euro. Pochi giorni dopo c’è stata una manifestazione per il rilascio di tre disobbedienti arrestati per aver occupato abusivamente dei locali. Il 10 ottobre ha denunciato il «racket dei lavavetri». Il 19 ottobre ha disposto lo sgombero di un campo di rumeni sul Lungoreno con tanto di ruspe democratiche. Ogni volta proteste, delusioni, attestati di stima, paginate sui giornali locali (molto critiche, soprattutto a sinistra) e nazionali (più morbide, soprattutto a destra). «Quelli più delusi sono i suoi tifosi, quelli che gli hanno fatto la campagna elettorale, quelli che hanno fatto digerire a un “paesone” come Bologna un sindaco “straniero”», spiega Paolo Foschini (Fi), vicepresidente in Consiglio comunale. Di segnali ve n’è più d’uno. Il sociologo dossettiano Achille Ardigò ha detto al Resto del Carlino: «è passato da una visione umanitaria a una totalitaria. Oggi mi pento di averlo appoggiato». Gianfranco Pasquino, professore di Scienza politica a Bologna, ex parlamentare della sinistra, è stato categorico: «Dopo oltre un anno mi pare che non conosca ancora la città. Le sue mi sembrano solo misure “tampone” che non nascono da un progetto complessivo e che non producono soluzioni durature nel tempo». Liberazione ha scritto: «Cosa fa un sindaco di sinistra di fronte a operai stranieri supersfruttati che vivono in baracche? Cerca di aiutarli. Cosa fa un sindaco di destra? Manda le ruspe. Sergio Cofferati ha mandato le ruspe». L’Unità (quella delle pagine locali) ha sintetizzato in un decalogo i dieci gradi della tolleranza: dal maggiore (dieci) secondo cui «più clandestini arrivano, meglio stiamo» fino al grado infimo (zero) «quelli vanno spazzati via con le ruspe».
Società civile abbandonata
Il segretario provinciale della Cisl, Alessandro Alberani, confida a Tempi il proprio sconforto «per queste vicende, come per tante altre». All’inizio «c’è stato qualche colloquio. Ora non più. Facciamo lunghe riunioni coi suoi tecnici ma poi non si prendono decisioni. Non si fa niente. Settimana scorsa abbiamo fatto una verifica sul bilancio e ci siamo accorti che molte promesse – su immigrati, questione casa, giovani – sono state disattese». E così avanza il sospetto che gli ultimi fatti di cronaca «siano un metodo studiato a tavolino per distogliere l’attenzione dai veri problemi». Francesco Murru, presidente provinciale delle Acli, aveva partecipato al «percorso virtuoso» di Bologna 2004 assieme al sindaco ma poi «si è fatto confusione su ruoli e così ne siamo usciti perplessi». Ora a Tempi dice che non è questione di etichette «di “destra” o di “sinistra”. Cofferati dà una risposta, anche energica, alla richiesta di legalità. Sarebbe opportuno, invece, che il sindaco spiegasse qual è il disegno complessivo riguardo queste tematiche». Perché finora ha «ascoltato poco le reti di solidarietà presenti sul territorio» e ha fornito ai problemi sociali «solo soluzioni parziali, frammentarie e di breve durata».
Don Giovanni Nicolini, vicario episcopale per la Carità della Curia bolognese, che per il sindaco prova «stima ed affetto», concorda che «finora si siano affrontati problemi marginali e non urgenti». «Il sindaco – chiosa per Tempi – fa bella figura nei dibattiti pubblici, strappa applausi ma poi i problemi non li risolve mai». I suoi della Cgil, dopo lo sgombero sul Lungoreno, hanno protestato perché «non si mandano le ruspe e la polizia senza attivare i servizi sociali». E ai sindacati ancora non è andata giù una certa leggerezza con cui, tempo fa, il Cinese declinò l’invito a partecipare a una manifestazione dei metalmeccanici. Ricorda a Tempi un esponente della sinistra comunale: «Disse che non sarebbe apparso in quanto il suo ruolo super partes non glielo consentiva. La frase fu riportata maliziosamente dal leader della manifestazione e accolta con una bordata di fischi».
Chi lo conosce bene racconta che «c’è un aspetto del carattere di Cofferati che incide molto sulle sue decisioni politiche: è alla continua ricerca di un nemico per potersi legittimare. Prima lo faceva tra i corridoi della Cgil, ora tra quelli di Palazzo d’Accursio e «ha scelto come bersaglio non l’opposizione, ma la sua stessa maggioranza». Certo, secondo l’analisi politica, la personalità non dovrebbe essere il parametro di giudizio più opportuno per trarre un bilancio, eppure a Bologna – nel “paesone” Bologna, abituato a un sindaco-macellaio che lo incontravi al bar a giocare a briscola – la marcia solitaria dell’ex leader sindacale fa storcere il naso. E così i sassolini tolti dalle scarpe diventano presto una montagna: «Quando è arrivato ha detto che Bologna era una città “consociativa”. Per risolvere il problema ha messo tutti i suoi in posti di potere». «Persino uno nominato dalla sinistra, Stefano Aldovrandi, ottimo presidente di Hera, l’ha scalzato per mettere un suo fedelissimo». «Quando l’hanno informato che Prc, Verdi e Cantiere erano in riunione per decidere come rispondere allo sgombero, lui ha ribattuto sardonico “Perché, escono dalla giunta?”». «I Ds locali hanno fatto festa quando – dopo un anno! – ha riunito i capigruppo della maggioranza». «Amelia Frascaroli, figura storica della Caritas locale, dopo essere stata nominata a maggio dal sindaco coordinatrice per un progetto di sperimentazione contro la povertà, poi non è più stata richiamata». «Ha bocciato il progetto di accoglienza agli immigrati perché, secondo lui, una struttura del genere avrebbe reso Bologna una città troppo accogliente per gli extracomunitari».
Raccontano in Comune: «Quando nominò vicesindaco Adriana Scaramuzzino (Margherita), lei dichiarò: “Vado a lavorare col mio mito”. Oggi, le comunica le decisioni già prese con un sms». La signora, assessore a Servizi sociali, sullo sgombero non ha però potuto nemmeno fregiarsi delle 160 battute del messaggio di testo del sindaco. Mentre era ad un incontro in Provincia impegnata a spiegare che, a causa della Finanziaria, il Comune avrebbe dovuto tagliare i fondi ai servizi sociali, ha ricevuto la notizia dell’operazione “ruspa democratica”. «Non ne sapevo nulla». E poi telegrafica sui metodi del suo mito: «No comment».
Giuliano Cazzola legge così per Tempi la situazione: «Fa il “riformista” solo coi più deboli. Finora s’è distinto per uscite episodiche, buone per la stampa. Fa il leader nazionale, non l’amministratore. Ora quelli che lo hanno fatto eleggere si accorgono di aver messo un elefante su una bagnarola».
Una multa per ogni intervista
Se sui quotidiani si dibatte quanto sia di destra o di sinistra la politica di Cofferati, nelle associazioni e tra i consiglieri del palazzo, grande è lo scontento per una «situazione di assoluta immobilità» confida a Tempi un esponente dell’estrema sinistra che preferisce lasciare il suo nome nella penna. «Quando arrivò a Bologna dichiarò solennemente: il martedì ricevo i cittadini. Ci sono duecento persone in lista che attendo». Chiede con un ghigno l’anonimo: «Quando li vede? Quando finisce il mandato?». Eppure secondo i sondaggi la svolta legalitaria del sindaco è approvata dall’85 per cento dei cittadini. «è vero, la solidarietà con questa gente è molto bassa in città. Tuttavia chiedo: che si è fatto in concreto per risolvere la situazione? Sui lavavetri ha detto genericamente ai vigili di stare attenti, coi rumeni ha buttato via un lavoro che era iniziato mesi fa, con un centro di accoglienza già pronto. Chi ci mettiamo adesso, i fantasmi dei rom?». Dopo lo sgombero molti immigrati sono scappati negli edifici vicini al Reno. I padroni hanno protestato chiedendo ai vigili «a che serve abbattere le baracche se poi me li ritrovo in casa?». Nota Foschini: «Sul Lungoreno hanno identificato solo dieci persone, lo scopo è stato solo dimostrativo». Per Foschini il sindaco «non ha la cultura del fare, ma solo quella del comunicare». Lo si vede anche dal rigaggio degli articoli dedicati alle sue iniziative. Quando ha denunciato il racket dei lavavetri ha conquistato la pagina, mentre la notizia che la procura ha aperto solo un fascicolo per «fatti che non costituiscono reato» non avendo «alcun elemento per dire che esista un racket dei lavavetri», è stata riportata in breve nelle pagine interne. Foschini racconta che il giorno dopo la denuncia ha chiesto a Cofferati quante multe fossero state fatte. «”Oggi non le rispondo” mi ha liquidato. E io: “Signor sindaco, ha mai riflettuto che se avesse fatto una multa per ogni intervista che ha rilasciato, avremmo risolto il problema?».
Il broker dei portici
Cofferati si difende dalla accuse mostrando i muscoli di un solido e concreto decisionismo («L’idea di ridiscutere sempre tutto è contraria all’efficacia dell’azione amministrativa» ha sentenziato). Ma sul suo pragmatismo a più d’uno s’ingrossano le vene del collo. Tiziano Loreti, segretario provinciale di Rifondazione, è stato netto: «Questa giunta non ha dato segni di vita». Gianluca Galletti, ex assessore al Bilancio, dice a Tempi che «nel 2003 avevamo una spesa per gli investimenti di 111 milioni di euro. Nel 2005 siamo a 50. Manca un progetto per il futuro. Noi abbiamo impiegato due anni per portare la macchina amministrativa a funzionare con quelle cifre, adesso la giunta Cofferati ha abbassato lo standard e si sta impegnando su questioni non rilevanti, in certi casi con idee ridicole». Carlo Monaco, ex assessore all’urbanistica e braccio destro di Guazzaloca, fa l’elenco: «Non c’è un’opera pubblica nuova in città. Il piano delle attività di investimento comprende solo opere di routine. I cantieri in città sono quelli che avevamo avviato noi. Avevamo fatto la gara d’appalto per i nuovi uffici comunali (1.100 posti) e il lavoro è stato bloccato. Avevamo promosso la ristrutturazione dell’ex Forno del pane per farci una galleria d’arte e il cantiere è fermo. Per la metropolitana s’è raggiunto il paradosso che, scartato il nostro progetto (già approvato e con i fondi necessari), Cofferati s’è ritrovato senza i finanziamenti. Così ora non ha più nemmeno la metropolitana, i soldi son finiti a Parma e Rimini. Parlano di una monorotaia sollevata che collegherà l’aeroporto alla stazione senza spiegare come farla passare tra i palazzi del centro. Mostrano orgogliosi fotografie di iniziative analoghe in Russia e Giappone, irrealizzabili nel nostro tessuto urbano».
Sotto i portici della grassa e dotta Bologna intanto compaiono i comunicati di Rc, Verdi, Cantiere e Pdci che annunciano che «sulle politiche sociali e sugli immigrati ci sentiamo liberi di agire autonomammente con nostre proposte rispetto alle azioni da “prefetto” e da “questore” di Sergio Cofferati». Accanto si legge l’avviso che lo scrittore John Grisham è stato a Bologna per presentare il suo ultimo romanzo (Il Broker) in compagnia del primo cittadino. Il tempo per le public relation non manca, anche perché, come assicura il sindaco, «Problemi nella maggioranza? Ma no, c’è molta serenità, non vedo nessun problema».
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