
La Mela del pensiero liberal
Qualche anno fa sono stato invitato a unirmi ad un gruppo d’intellettuali, giornalisti, professionisti della politica e critici newyorkesi che s’incontrano una volta al mese per discutere del futuro del progressismo. Chi partecipa a queste riunioni ama definirsi liberal, ma è piuttosto infastidito dall’apparente abbraccio del Paese al conservatorismo, a partire dalla lunga presidenza Reagan. Gli otto anni di Clinton non sono serviti a rassicurarli. Clinton è rimasto in carica perché nonostante usasse per lo più il linguaggio liberal ha poi condiviso le cause dei conservatori, dopo la vasta vittoria dei Repubblicani al Congresso del 1994, congiunta al programma conservatore del presidente della Camera Newt Gingrich (la stessa New York, cittadella dei liberal americani, ha avuto per otto anni un sindaco repubblicano, grazie anche ai voti riluttanti dei miei amici che trovavano le possibili alternative ripugnanti).
Le sorti progressive del mondo americano
Solo la svolta a sinistra di Al Gore è riuscita a riaccendere gli entusiasmi, quella espressa nel suo discorso alla riunione del Partito Democratico che lo ha poi scelto come candidato per le elezioni presidenziali. Ma i peggiori timori dei liberal hanno trovato successivamente una conferma, quando George W. Bush è riuscito a vincere di un soffio spalancando le porte al rafforzamento del potere dei conservatori. È sopravvissuto solo un lumicino di speranza dopo che i sondaggi hanno mostrato come la vittoria di Bush non ha significato il successo delle idee conservatrici (i numeri dicono che la maggior parte degli elettori condivideva le posizioni di Gore), ma il ripudio di un’amministrazione Clinton infestata dagli scandali e la conseguenza del poco entusiasmo per la persona di Gore. Gli è che quanti sono davvero, ideologicamente, conservatori appaiono essi stessi assai poco convinti che l’amministrazione Bush riuscirà a realizzare il suo programma. Inoltre i cambiamenti d’umore fra i liberal, dall’ottimismo alla disperazione, rivelano la consapevolezza che il progressismo deve ancora in qualche modo riuscire ad esprimere una concezione affascinante e coerente con il mondo elettronico e globalizzato del dopo Guerra fredda. Naturalmente una parte della ragione per questa crescita d’elettori politicamente post-liberal va individuata proprio nel trionfo del progressismo nella società americana. Il problema del progressismo americano non deriva dal fatto di aver perso, ma al contrario dalla sua vittoria.
Alle origini della tradizione liberale
Effettivamente non è mai esistita una “ideologia conservatrice” davvero autorevole nella politica americana, almeno non nella sua forma classica. Sia i conservatori che i liberal americani sono figli della stessa tradizione del liberalismo classico con una visione assolutamente individualistica. L’intera storia americana delle idee politiche è segnata dal tentativo di salvare l’individuo da qualsiasi “appartenenza” che possa intralciare il riconoscimento dei suoi diritti in quanto individuo. L’importanza dell’“appartenenza” è entrata naturalmente nella vita americana, ma non ha mai occupato a lungo il potere politico. Sarebbe impossibile in una nazione formata da così tanti e diversi popoli d’immigrati. Se il Paese ha da restare unito, la politica americana non può trasformarsi in un conflitto tra “appartenenze” diverse. Perciò tutte le diverse parti, prima o poi, devono rifarsi ai diritti dell’individuo come la base per il proprio impegno politico, il vero punto di partenza del liberalismo. Direi che due sono stati gli sviluppi che attualmente stanno mettendo in crisi questo consenso e perciò il liberalismo, sia nella sua forma liberal che conservatrice.
I diritti delle comunità etniche…
Il primo è la politica del “multiculturalismo” che ha dato una forza enorme all’individuo contro la battaglia delle appartenenze. Ciò che le ha aperto la porta è stato il trionfo degli afro-americani che avendo affrontato con successo il razzismo politico (nel nome dei diritti dell’individuo contro l’opposizione dei conservatori che si appellavano ai diritti dello stato o della comunità), si sono spinti a rivendicare i propri diritti nel nome del popolo afro-americano in se stesso, e non semplicemente dei diritti individuali. I liberal che hanno appoggiato la causa degli afro-americani si sono in seguito divisi fra quanti hanno aderito alle nuove richieste degli afro-americani e coloro che seguitano a credere nel primato dei diritti dell’individuo e si vedono perciò rifiutati dai primi, ritrovandosi dalla stessa parte dei conservatori. Questo problema si è più tardi diffuso con le rivendicazioni di tutte le altre comunità etniche, come gli ispanici, che insistono sull’educazione bilingue e sull’adesione ai programmi di “affirmative action” (azione giuridica di tutela delle minoranze sul posto di lavoro). A proposito, anche i conservatori stanno attraversando problemi analoghi dopo la decisione del presidente Bush di assicurare l’amnistia a più di 3 milioni di immigrati messicani illegali offrendo loro la cittadinanza americana…
… e quelli dell’individuo
Il secondo sviluppo viene dalla sempre più estesa applicazione alla sfera etica o morale di quella priorità dei diritti dell’individuo tipica del liberalismo. In questo caso, mentre i conservatori guardano con orrore l’ampia diffusione fra gli americani di questa tendenza, i liberal generalmente ne appoggiano i progressi nel campo dei diritti della donna, dell’aborto, dei diritti dei gay, ecc. anche se qualcuno comincia a preoccuparsi per le possibili conseguenze in altri campi e per la crescente mancanza d’interesse verso le politiche di solidarietà a vantaggio dei poveri e degli emarginati. Mentre i conservatori seguitano a rivolgersi al liberalismo classico per trarne il punto di riferimento con cui affrontare le nuove sfide, i liberal stanno cercando un’“alternativa” intorno alla quale radunarsi per costruire una propria versione del liberalismo americano. Nel frattempo il mondo va avanti e lancia sfide sempre nuove senza aspettare che le idee si mettano al passo…
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