La Messa è finita
Come per Paul Auster, orfano di padre e autore di un celebre ritratto letterario di famiglia, anche per il cattolicesimo democratico è venuto il tempo dell’invenzione della solitudine. E già. Un giorno c’è la vita. Per esempio, un ulivismo sano, che sta al governo ed è ancora ben piantato tra edifici bancari e campanili curiali, neanche vecchio e già pronto a rinascere dal grembo del grande Partito Democratico. Poi, d’improvviso, per un nonnulla che ha nome Dico, uno di quei pasticci all’italiana fatti per rincorrere in maniera un po’ confusa, provinciale, ipocrita, anodina, le come si usa dire “conquiste civili del resto d’Europa”, ecco che una grande storia evangelica esala un leggero sospiro di incomprensione e agonizza nell’ira. Maxime quella consegnata nella superba pagina di Repubblica di martedì 13 febbraio, dove il maggior storico catto-democratico del Vaticano II, Giuseppe Alberigo, tuona: «La Chiesa italiana si è ridotta ad essere un partito politico, Ruini ha sbagliato vocazione, avrebbe voluto fare il segretario di partito invece di fare il presidente della Cei». Segue un’ulteriore offensiva in forma di “supplica” addolorata e moniti di “sciagura” se, come preannunciato dal cardinal Camillo Ruini, la Chiesa appronterà la preannunciata “nota” sui Dico. E per il cattolico democratico è subito sera. In effetti, già alla fine della settimana scorsa della “sciagurata” nota ecclesiastica circolava una bozza che si concludeva con una dichiarazione di magistero “vincolante per i cattolici”. Quella definitiva dovrebbe essere resa pubblica nei primi giorni di marzo. E comunque non prima che sia passata al vaglio dell’assemblea della Cei e abbia ottenuto il beneplacito papale. Ma le due cartelle che Tempi ha potuto visionare in anteprima e le voci autorevoli che abbiamo raccolto Oltretevere non sembrano lasciare dubbi: la nota ci sarà, e sarà pacata ma ferma. Verrà confermato il giudizio “nettamente negativo” su quell'”atto nocivo” che è il ddl Bindi-Pollastrini. E sarà scritto a chiare lettere, con valore vincolante anche per il politico che si dichiara cattolico, che il magistero della Chiesa considera un “atto gravemente immorale” l’assenso dato a norme che “relativizzano” l’istituto del matrimonio e minano la famiglia fondata sull’alleanza tra uomo e donna.
Repubblica paventa un Dio di destra
E dire che all’inizio pareva essere la più classica delle tempeste in un bicchier d’acqua. Quella che, dimentica del normale, quotidiano confronto che si registra tra chiese laiche e chiese religiose nelle grandi democrazie anglosassoni molto più secolarizzate della nostra, tenta di riattualizare in Italia i cascami di un anticlericalismo ottocentesco e retrogrado. Che grida all’indignazione illibata, al Concordato violato e all’ingerenza vaticana ogni volta che su temi eticamente sensibili la Chiesa fa sentire la sua voce e il suo magistero nell’arena pubblica. Il primo a intuire che nella vecchia fola del conflitto tra laici e clericali c’era qualcosa di ben più serio e drammatico è stato Giuliano Ferrara. Che, per dar conto dell’inusitata durezza con cui la Cei censurava un ddl tutto sommato mediocre ma non propriamente zapateriano, si chiedeva se non vi fosse, nel giudizio dai toni misurati ma fermi con cui i vescovi avevano criticato prima la “mozione Franceschini” e poi il ddl Bindi-Pollastrini, il segnale di una Chiesa «alla controffensiva generale sui grandi temi globali del neosecolarismo come ideologia guida dell’Occidente».
Certamente gli allarmati editoriali di Repubblica in cui si paventava il pericolo di un disegno “reazionario” e la grottesca immagine di un “Dio di destra” evocato dal direttore Ezio Mauro devono aver irritato più di una personalità Oltretevere. Ma, stando a leggende metropolitane che circolano tra i sacri palazzi, una delle gocce che avrebbe fatto traboccare il vaso e indotto le gerarchie a scendere pesantemente in campo, sarebbe stata un’intervista andata in onda sul Tg1 di prima serata, dove il vescovo emerito di Ivrea monsignor Bettazzi rompeva il serrate le righe e spendeva parole pesanti a favore del decreto legge del governo Prodi. Non solo. Succedeva di tutto nell’arena pubblica, allo scopo di forzare la mano alla Cei. Eugenio Scalfari, sempre su Repubblica, dava di “cattolicissimo” al governo. Romano Prodi si affrettava ad andare a ricevere la comunione alla Messa di sant’Egidio. E, appena giunto in India, si faceva riprendere tra le suorine di santa Teresa di Calcutta nell’atto di rappresentare, nello stesso “cattolicissimo” premier, sia la riscoperta delle opere cristiane di misericordia corporale sia una “serena” insensibilità ai richiami della Cei. La letteratura pia nel frattempo raggiungeva i suoi apici nella documentazione, resa pubblica da Italia Oggi, dove il similpacs all’italiana veniva presentato quasi come un capitolo inedito di dottrina morale della Chiesa. Filippo Ceccanti, capogabinetto legislativo di Barbara Pollastrini, faceva circolare note in cui spiegava che «abbiamo fatto quel che san Matteo dice nei Vangeli» e il Dico veniva spiegato ricorrendo addirittura a citazioni di Benedetto XVI e a parole del cardinale Martini sugli omosessuali.
Ma il giochetto viene scoperto e così i ragazzi del coro scalfariano si avventurano sulle pareti scoscese della denuncia dell’ingerenza della Chiesa in chiara violazione del Concordato. Al che, da Sabino Acquaviva ed Ernesto Galli Della Loggia, i laici replicano che in realtà il ricorso alle grida manzoniane è proprio fuori luogo. Acquaviva sottolinea che il nuovo Concordato dell’84, di cui lui stesso, da braccio destro di Bettino Craxi, fu uno dei principali artefici, oltre a ribadire la formula che «Chiesa e Stato sono ciascuno nel proprio ordine indipendenti e sovrani», afferma il valore della «reciproca collaborazione». Galli Della Loggia dà di «pazzesco» al pretendere che «il magistero della Chiesa possa dipendere dai gruppi di pressione».
La sincerità di Leopoldo Elia
Brutte notizie, per chi tenta di spostare la discussione dai contenuti alle presunte violazioni di metodo concordatario, vengono anche dalle stesse feluche italiane in Vaticano. Che per bocca di Giuseppe Balboni Acqua, ambasciatore italiano in Santa Sede, mandano a dire, in una dichiarazione a una rivista di strettissima osservanza vaticana (il Consulente Re, “Mensile cattolico per le istituzioni ecclesiali” diretto dallo svizzero Giuseppe Rusconi), che uscirà a giorni: «Il Concordato italiano è un modello per i paesi di sana laicità». D’altra parte, almeno una cosa vera è stata detta dai cattolici osservanti la Costituzione più della loro stessa religione: come ha candidamente confessato Leopoldo Elia ad Aldo Cazzullo del Corriere della Sera, in fondo il cardinale Camillo Ruini non c’entra. E nemmeno c’entra il vento di Ratisbona. «In effetti anche se ci fosse stato ancora Giovanni Paolo II alla fine si sarebbe entrati in collisione». Evviva la sincerità.
Se avesse ascoltato Flavia
Nel frattempo i cattolici della Margherita vanno in bambola. Diventa difficile tenere una linea. Le interpretazioni si moltiplicano e la politica prende nettamente il sopravvento su ogni altra considerazione. Notevoli, ad esempio, sono le piroette del giulivo ministro Giuseppe Fioroni: «Sto con i vescovi» e, insieme, «non accetteremo che si stravolga il testo Bindi-Pollastrini». Come se tra la prima e la seconda affermazione ci fosse un nesso logico diverso da quello di tentare di far passare i vescovi per cretini. Ma che la confusione sia grande sotto i cieli teodem e che il duro confronto con le autorità ecclesiastiche li abbia stesi al tappeto, si capisce dall’ innesto della retromarcia e dall’infilata di dichiarazioni imbarazzate. All’Avvenire Paola Binetti dichiara che «non voterò questo testo». Franco Monaco lascia intendere che non gli è piaciuta la supplica dei melloniani e parla di «dichiarazioni intempestive». Oscar Luigi Scalfaro appare estremistico nella sua intemerata su Europa dove oltre che nel magistero costituzionale si esercita in quello papista. D’altra parte la ragione profonda della ritirata si capisce. Perché una cosa sono gli intellettuali e la vecchia guardia libresca del Mulino di Bologna. Un conto è lo storico Alberto Melloni che si avventura nelle cose di Chiesa come l’archeologo va alla piramide di Tutankamon e compulsa i sacri testi biblici come l’antropologo potrebbe andare a rovistare tra le bende di una mummia egizia al British Museum. Un’altra, nelle dimensioni della storia e della realtà molto laica, è la situazione dei parlamentari cattolici. I quali hanno pur sempre collegi elettorali adiacenti alle parrocchie a cui rispondere. Ora, per immaginarsi un futuro politico (o anche una semplice rielezione nella prossima legislatura, che non è mica più tanto detto sia lontana) portando sulle spalle il macigno di una grossolana manifestazione di disobbedienza alla Chiesa, ci vuole una grossa fantasia.
Avesse ascoltato il consiglio di sua moglie Flavia, donna di robusta dottrina cattolica e ancora molto radicata nella base ecclesiale (non è un caso che siano le Paoline, gli stessi editori di Ratzinger, ad aver pubblicato le memorie della signora Prodi), il premier avrebbe traccheggiato, come gli aveva suggerito la sua gentil consorte, invece che presentarsi «sereno» a sfidare la Cei e fare il Magellano della circumnavigazione dei continenti dell’autonomia laica rispetto alla fede. Va bene fare gli indiani con i Grillini e i Diliberto, facendo finta di non sapere cosa passava a Vicenza e a cosa servono davvero i Dico, ovvero a legittimare giuridicamente la coppia gay. Va bene tutto. Ma pensare che l’anestetico pressing mediatico basti a fermare una Chiesa millenaria non è ingenuità, è dare l’impressione di vivere in un periodo molto ipotetico della realtà.
L’imbarazzo di Famiglia Cristiana
Si aggiunga l’imbarazzo del sempre più moderatamente ulivista grande settimanale cattolico Famiglia Cristiana. Che nel numero della scorsa settimana arriva al lapsus («Dopo la legge sui Dico», cosa balzana visto che per ora è solo sulla carta) e non risulta convincente nel dare a Rosy Bindi l’estrema opportunità di proiettarsi in avanti in quella che, altrove, per esempio sull’Espresso, è definita esplicitamente un’operazione per «isolare» Francesco Rutelli, «resistere» a Ruini e portare scalfarianamente i catto-Ds e i catto-margheritici sotto il mitico ombrellone Pd. Mastica amaro l’ineffabile Famiglia paolina, e, bisogna dirlo, insieme alla critica del Dico che però risulta affievolita dall’implicita ammissione che ormai il danno è stato fatto, rilancia con un’intervista alla dolce Rosy la proposta di un «consiglio straordinario governativo sulla famiglia». C’è da crederci: presieduto da Luxuria e Grillini? Intanto Avvenire, organo della Cei, macina fuoco di sbarramento e, tanto per far capire quale sia la posta in gioco, pubblica ogni giorno una sventagliata di vescovi che censurano con chiara dottrina e verace durezza la roba Dico.
Il cortocircuito adesso è nell’aria. Franco Grillini va in giro a fare danni. «Papa eversore», grida a Telelombardia. «Chiesa omofoba», proclama a Otto e mezzo. E, a proposito di Otto e mezzo, credete che abbiano fatto bene all’immagine Dico quei confetti azzurri distribuiti in diretta tv e, nel backstage, il saluto del presidente onorario dell’Arcigay e deputato diessino («Bè, mio caro Rocco Buttiglione, adesso me ne vado a cena col mio ragazzo»)?
Provate a pensare come deve sentirsi Francesco Rutelli in questo caos catto-democratico. Con gli intellettuali supplici che se ne vanno a farfalle, come caterine da Siena che invece di invitare il papa a stare Roma, lo invitano a consegnarsi alla cattività avignonese dei laici al barolo. Con un ministro dell’Istruzione che consiglia di tenere la posizione sui Dico e, al tempo stesso, sfilare sotto i riflettori come figli di Maria. Con quelli che per una bagatella vorrebbero addirittura convocare il Concilio Vaticano III, non prima però di aver collaborato ad aprire una seconda breccia a Porta Pia. Pensate come deve sentirsi la povera senatrice Binetti, che si avvia malinconicamente a pregare Domineddio affinché il disegno Bindi-Pollastrini si areni in Senato.
«La piazza? Non la escluderei»
Come finirà il cine-teatro Dico? Troppo presto per dirlo. Certo è che se la settimana di passione del cattolicesimo democratico, di cui Gianni Baget Bozzo ci ha dato una formidabile lezione storica e filologica sul Foglio di giovedì 15 febbraio («Cattolico democratico è un termine che nasce nel quadro dell’organizzazione politica del Pci, che dona il termine “democratico” a tutte le associazioni culturali che promuove», fu coniato nel 1976 e da allora indica quella parte di cattolicesimo politico entrato nell’orbita di «una accettazione dell’egemonia» della sinistra), ha avuto il suo clou nei giorni in cui il furore e la gloria mal introducevano l’appello supplice melloniano, non sembra ci siano venti favorevoli per una riscossa dei dossettiani. Dossettiani che, sorpresi con la guardia abbassata dal contrappello dei laici, hanno dovuto incassare prima l’uppercut del giro ferrariano, poi la durissima controffensiva di Avvenire che ha ricompattato in un cuor solo e in un’anima sola la cattolicità italiana. E adesso, come ci dice una signora di Vaticano che si aggira tra via del Corso e largo Chigi, «non è da escludere, qualora le posizioni si irrigidissero e, ancora una volta, il governo Prodi fosse messo all’angolo dall’area rosapugnona, correntona e rifondarola, una mobilitazione di piazza in grande stile».
Impossibile? Chissà. Ma il precedente c’è. Accadde in Francia, a metà degli anni Ottanta, quando il presidente socialista Mitterrand tentò di stringere il cappio al collo della scuola cattolica. Fu monsignor Lustiger, allora cardinale arcivescovo di Parigi e presidente della Conferenza episcopale francese, che si mise alla testa dei cattolici e guidò una manifestazione a cui parteciparono milioni di cittadini francesi. Alla fine la scelta della piazza si dimostrò vincente e costrinse il governo socialista a ritirare la sua stretta politico-giuridica. Si dirà che l’Italia non è la Francia. Che le parrocchie sono disabitate e che la secolarizzazione ne ha fatta di strada in vent’anni. È vero. Però non bisogna dimenticare la fatidica la domanda: quante divisioni ha il papa? Magari non molte nelle parrocchie, ma nei grandi movimenti ecclesiali?
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