La ‘missione’ di Magdi Allam, che ama l’Italia, più degli italiani
«Ragazzi, sappiate che non sono stato io a mettermi nei pasticci. Il terrorismo non è un fenomeno reattivo, ma aggressivo. Io vivo con la scorta oramai da tre anni, ma anche se smettessi di dire quel che dico, di scrivere quel che scrivo, di fare quel che faccio, rimarrei comunque un bersaglio. Questo perché a guidare i fanatici islamisti è un’ideologia che colpisce le persone non per quel che fanno ma per quel che sono. Ne avete una riprova in Irak, dove migliaia di musulmani sono quotidianamente vittime dei terroristi per il semplice fatto di esistere. Io proseguirò nel mio impegno, in quella che si può chiamare la mia “missione”, perché questa è per me una scelta di vita, una battaglia – spesso dolorosa – per preservare la mia libertà». Quando Magdi Allam pronuncia queste parole la platea degli studenti che l’ha invitato martedì 30 maggio ad un incontro a Carate Brianza (Mi), è così silenziosa che si sentono i rumori delle penne passare sui block notes.
Il 6 giugno è uscito il nuovo libro del vicedirettore del Corriere della Sera, il cui titolo – Io amo l’Italia, ma gli italiani la amano? (Mondadori) – rispecchia il sentimento e lo sgomento del suo autore per un paese che ancora non sa – e non vuole – chiamare le cose con il loro nome. Così Allam ha aiutato i suoi giovani uditori a comprendere meglio cosa sta accadendo oggi nello Stivale e nel mondo: la nichilistica minaccia terrorista, il falso buonismo occidentale, la timidezza con cui viene proposta un’identità italiana ammantata da deboli miti multiculturali, la necessità di un dialogo che non sia solo fine a se stesso. Il tutto ruotante attorno al cardine «della nostra identità. Non possiamo confrontarci se non sappiamo chi siamo. E non possiamo fare compromessi con chi non rispetta la sacralità della vita». Al termine, grandi applausi da parte dei mille studenti presenti e una battuta che Allam lascia sul taccuino di chi scrive: «è importante che questi giovani imparino criteri per giudicare questi avvenimenti. I ragazzi sono la nostra speranza».
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