La mistica dell’abbandono

Di Emanuele Boffi
05 Ottobre 2006
Viaggio a Losanna, dove il suicidio assistito è legale e i volontari di Exit si educano a non affezionarsi mai al morituro: si potrebbe recedere dalle proprie intenzioni

Losanna
Dopo l’appello di Piergiorgio Welby al presidente della Repubblica Giorgio Napolitano è ripresa in Italia la di-scussione sull’eutanasia. Welby, malato terminale e copresidente dell’Associazione Luca Coscioni, ha chiesto di essere aiutato a morire non ritenendo più la propria vita degna di essere vissuta. Riportando i risultati di un sondaggio secondo cui «quasi un cattolico su due è favorevole alla legalizzazione dell’eutanasia» Renato Mannheimer sul Corriere della Sera ha fatto notare come oggi la maggioranza degli italiani desideri la legalizzazione della dolce morte. Altre storie, simili per drammaticità a quella di Welby, sono state raccontate dai media, aventi per protagonisti malati che riproponevano la medesima richiesta oppure persone che riaffermavano la propria volontà di continuare a vivere. In questo strano gioco al rialzo delle emozioni, hanno avuto vita facile i radicali nel dichiarare non essere loro intenzione l’imposizione dell’eutanasia a tutti, ma solo a chi ne avesse fatto esplicita richiesta. Ma l’affronto del problema secondo direttive emozionali o in base a distinzioni di fede, non aiuta la discussione, anzi la blocca sulla libera e legittima espressione di diverse opinioni, imponendo, di fatto, uno stallo.
Secondo Antonio Foletti, responsabile del reparto di anestesia dell’ospedale svizzero di Losanna, il problema andrebbe visto non solo dal punto di vista del malato, ma anche da quello di chi si trova ad ascoltare la sua richiesta. «Ne parlo con cognizione di causa – premette per Tempi – essendo la struttura dove io opero uno degli ospedali in cui è possibile richiedere il suicidio assistito».
Il sistema svizzero è stato spesso indicato in queste settimane come un possibile modello da importare in Italia. Lo stesso Welby ha terminato la sua missiva a Napolitano chiedendo che «anche ai cittadini italiani sia data la stessa opportunità che è concessa ai cittadini svizzeri, belgi, olandesi». Ma il riferimento di Welby è errato perché in Svizzera non è ammessa l’eutanasia (uccisione diretta e volontaria del paziente da parte di un terzo), ma solo il suicidio assistito (è lo stesso paziente che si procura la morte ingerendo un farmaco che un’altra persona gli procura). Al di là del caso specifico, i numeri elvetici rimangono impressionanti. Secondo l’Ufficio federale di statistica il 10 per cento della popolazione commette uno o più tentativi di suicidio nel corso dell’esistenza. Il suicidio in Svizzera è superiore alla media internazionale e il numero di coloro che vi ricorrono varia tra i 1.300 e 1.400 casi annui, praticamente il doppio dei decessi che avvengono per incidenti stradali. è la prima causa di mortalità per gli uomini tra i 15 e i 44 anni. All’interno di tali dati, i casi di morte assistita raggiungono il 10 per cento sul totale dei suicidi e lo 0,2 su quello di tutti i decessi.
«Per quel che posso testimoniare – dice Foletti – ricorre al suicidio assistito chi è molto solo. Penso che dovremmo spostare la discussione dal problema della dignità alla questione dell’assistenza: perché gli attori della vicenda non sono solo i malati con la loro richiesta, ma anche noi, con la risposta che diamo a questa domanda drammatica». Foletti ha due episodi dall’esito diverso da raccontare. «A gennaio mi fu chiesto di trattare una paziente di 80 anni, che era stata ricoverata dopo una frattura a un braccio. Soffriva di sclerosi multipla e di altre patologie. Prima di entrare in sala operatoria la signora affermò di essere membro di Exit, l’associazione che, nel cantone in cui lavoro, aiuta la gente a morire. La data per il suicidio era stata già fissata. In ospedale si tentarono delle terapie per far guarire l’anziana, ma inutilmente. Si sviluppò una vivace polemica fra noi medici, se tenere la donna in reparto e tentare altre cure oppure lasciarla andare assecondando la sua volontà. Fu infine lasciata al suo destino e tre ore dopo il suo rientro venimmo a sapere che la donna era morta a casa sua, grazie all’aiuto di Exit».
L’episodio turbò molto il medico perché, da un lato, «toccai con mano quanto fosse delicato accostarsi a persone fermamente convinte sulle proprie mortali decisioni», dall’altro, viceversa, «mi accorsi dell’estrema indecisione di molti colleghi. Alcuni di loro, che pure si dicevano contrari, erano però ben contenti che Exit sbrigasse per loro la pratica». Foletti, in quel caso, molto protestò di fronte all’ignavia dei medici ritenendo ancora possibile qualche via di intervento «ma, diciamo così, in maniera “ufficiosa” mi fu fatto intendere di desistere, “anche perché – mi fu detto – lei ormai aveva deciso”».

Offrire un’alternativa
Da quel giorno l’anestesista è entrato altre volte in contatto con esponenti di Exit. «Ritengono di operare per un bene, si sentono quasi dei missionari. Ma io penso che un’ideologia non vada contrastata con un’altra ideologia, ma con qualcosa di più solido. Occorre far entrare negli aspiranti suicidi una “posizione religiosa”, che cioè li renda consapevoli di non essere padroni della propria vita, quasi suggerire loro un richiamo al sacro, all’intoccabilità ultima di sé, anche di fronte a un dolore insopportabile». Per Foletti «questo non significa convertirli né forzare la loro libertà: significa offrire un’alternativa. E, come dicevo prima, non su basi ideologiche ma attraverso la propria presenza, la propria implicazione con loro».
Per l’anestesista la condivisione del dolore è proprio ciò che manca ad Exit. «D’altronde è la logica conseguenza della premessa: siccome il dolore non ha senso, la vita diventa indegna a causa della malattia e l’eliminazione è una pura soluzione». In Svizzera prima del caso della signora ottantenne fu mandato in onda sulla tv pubblica un documentario in cui si mostravano tutte le varie fasi del suicidio assistito, tranne il momento in cui il cuore del paziente si bloccava. «Particolare interessante» rileva il medico, quasi ad indicare un ultimo sentimento di repulsione e onestà umana anche da parte di chi sostiene la dolce morte. Proprio questo briciolo di nausea per la morte procurata, spiega Foletti, è possibile rintracciarlo «negli stessi esponenti di Exit. Uno di loro mi ha detto che dopo aver assistito un paziente è solito prendersi un paio di giorni di riposo “per poter recuperare”. E in un dvd a cura dell’associazione si intima di non affezionarsi mai al morituro, ché questo è l’aspetto più pericoloso. Si potrebbe recedere dalle proprie “missionarie” intenzioni». Foletti capisce bene questa mistica del distacco propugnata da Exit, «perché è molto più difficile dare la morte a una persona cui sei legato».

E Angelo decise di non farsi uccidere
E proprio per spiegare cosa intenda per coinvolgimento, Foletti racconta la sua seconda storia. «A inizio estate mi fu affidato un paziente, Angelo Calabro. Aveva 45 anni e un tumore cerebrale. La prima volta che parlai con lui mi disse: “Io voglio morire”. “Allora ti farò compagnia”, risposi». Angelo, che soffriva di dolori atroci, si era già rivolto a Jerome Sobel, presidente di Exit, fissando la data e le modalità del suo suicidio. Dopo quel primo brusco dialogo, Angelo e Antonio non affrontarono più l’argomento. Foletti gli propose, dopo che molte cure si erano rivelate inefficaci, un’ulteriore alternativa. Sebbene fosse fallito il primo tentativo, la seconda iniezione di anestetico portò dei benefici alle sofferenze di Angelo. «Io credo – dice Foletti – che troppo spesso ci sia fretta di farla finita. Invece spesso ci sono terapie che possono aiutare, cui invece non si ricorre in nome del principio che “una scelta personale è già stata presa”».
Angelo ha così deciso di non ricorrere al suicidio assistito. Gli ultimi giorni è tornato a casa, morendo nel suo letto accanto alla sorella e a un’amica. Dal dì del loro primo incontro all’ultimo, Antonio è andato a trovarlo tutti i giorni, spesso anche anche di notte a orari improbabili. è stata questa la cura più efficace. Prima di andarsene, infatti, Angelo ha rilasciato un’intervista al quotidiano di Friburgo La Liberté: «Mangiare – ha detto – è per me una pena, e ho anche altri problemi. Ma tutto questo è sopportabile. Non ho paura di morire. Quello che è difficile è lasciare i miei e le persone che amo, non poter più vivere, perché la vita è bella. Non l’ho mai capito bene come adesso. Ogni risveglio è un dono inestimabile. Ho ricominciato a dipingere. E continuo la mia lotta perché il domani sia bello come l’oggi».

Articoli correlati

0 commenti

Non ci sono ancora commenti.