La mistificazione imparala da Eco
Mio caro Malacoda, è inutile che tu mi mandi copia degli articoli di Umberto Eco su assoluto e relativismo. Li conosco, ti conosco, e so che è impossibile che li abbia suggeriti tu. Ben altri sono i suoi consiglieri. Il pezzo è quasi perfetto: ironia, sfoggio di cultura, leggerezza e insieme accenni di profondità e soprattutto la magia di far sembrare tutto un gioco che elimina ogni percezione del dramma che è la vita. Un meraviglioso far finta di prendere sul serio tutte le teorie sul mondo distaccandosene un attimo prima di accettarne le conseguenze. Una mistificazione sottile, giocata sul filo degli aggettivi, che porta il lettore a non pensare più, a seguire docilmente il discorso fino all’accettazione delle sue conclusioni: la morte e il limite fisico sono l’unica forma di Assoluto di cui non possiamo dubitare. Sublime l’ipocrisia: Assoluto è scritto sempre con la maiuscola. Nell’inizio c’è già tutto: «Essendo esseri contingenti e pertanto destinati a morire, noi abbiamo un disperato bisogno di pensare che ci si possa ancorare a qualcosa che non perisce, e cioè di Assoluto». La scelta è già stata fatta, perché di scelta si tratta, con l’aggettivo “disperato”. Altri quel “bisogno disperato” l’avrebbero chiamato speranza: «Ritrovandoci indubitabilmente vivi, ed essendo stupiti di esserci e dell’essere (non dipendendo questo da noi), considerando poi tutto ciò migliore del nulla, viviamo nella speranza che sia per sempre». Se il bisogno è disperato, uno non inizia neanche, Eco invece va avanti per quattro pagine nelle quali dimostra con abilità quanto sia credulone il Vicario del Nostro Nemico, quel Benedetto XVI che legge i giornali, si informa sulla legislazione dei vari paesi, riceve report sui programmi scolastici, magari guarda anche un po’ di televisione, è si è fatto l’idea che il mondo non sia retto da una preoccupazione morale per la verità, quanto piuttosto in balìa di un pericoloso detto. Se il Papa invece parlasse con Eco, Eco gli spiegherebbe che a pensarla così nel milieu del pensiero contemporaneo sono in realtà in pochi, pochi ed emarginati radicali, con nessuna influenza sulle masse. Ridurre il mondo all’accademia funziona sempre, ci cascano quasi tutti. Suvvia, Santità non sia rozzo.
L’efficacia di questo modo di argomentare sta nel porre un assioma e poi nello scivolare via veloci, prima che qualcuno ci pensi. Ad esempio citare Lecaldano, «solo mettendo da parte Dio si può veramente avere una vita morale», e poi – ovviamente senza «voler stabilire se abbia ragione» – buttare sul piatto una testimonianza emotivamente forte, l’ebreo Elie Wiesel che dice che coloro che pensavano che tutto fosse permesso non erano coloro che credevano che Dio fosse morto, ma coloro che credevano di essere Dio. Appunto, direbbe uno, se gli fosse concessa una pausa: io posso mettermi al posto di Dio solo se l’ho ucciso o almeno incarcerato. Ma Eco è già volato via, per parlarci di un muro sul quale è disegnata una porta aperta, contro cui mi romperò il naso se cercherò di attraversarla, spiegandoci che non tutto è interpretazione e che lui non è un banale relativista. Ma qui si torna al punto di partenza, la scelta: la vita è un muro su cui è disegnata una porta o è davvero una porta? Sai già la risposta. Rileggiti bene Eco e diffondilo.
Tuo affezionatissimo zio
0 commenti
Non ci sono ancora commenti.
I commenti sono aperti solo per gli utenti registrati. Abbonati subito per commentare!