La mitica neutralità che ha fatto scuola
Charles Glenn è un curioso tipo di pastore protestante. Padre di sette figli, ha mandato l’ultimo a scuola dai gesuiti, e li rimproverava perché non erano «abbastanza cattolici». Da sempre si occupa di organizzazione scolastica: è la materia che insegna all’università di Boston, ed è responsabile della pianificazione del sistema scolastico del Massachusetts. Due grandi temi, intrecciati fra loro, hanno sempre attraversato i suoi interessi sia professionali sia accademici: il grado di libertà che un sistema scolastico concede alle scuole, e le pressioni indirette che le regole di un sistema anche formalmente liberale possono esercitare sulle singole scuole, così da condurre di fatto a quell’uniformità che pure, in via di diritto, non sarebbe prescritta. è l’argomento di The ambiguous embrace, uno dei suoi testi più noti: vi denuncia appunto l’«ambiguo abbraccio» con cui uno Stato può soffocare le scuole libere anche nel momento stesso in cui ne riconosce la legittimità (problema non certo solo americano, se solo si pensa a come tanta parte delle scuole cattoliche hanno rivendicato come un vanto la somiglianza con quelle statali.).
Il mito della scuola unica, da poco tradotto in italiano, è un altro dei suoi testi più diffusi. Qui Glenn ripercorre i caratteri e la storia di quella che gli americani chiamano common school (The myth of common school è il titolo originale) e che rivendicano orgogliosamente come fondamento della loro convivenza civile. Le radici risalgono alla Rivoluzione Francese: «È tempo di ristabilire il grande principio, che ci sembra frainteso oltre misura, per cui i bambini appartengono alla Repubblica più che ai loro genitori. (.) E cosa ci può importare l’interesse di un individuo rispetto agli interessi nazionali? La Repubblica è una e indivisibile; e anche la pubblica istruzione deve riferirsi a questo centro di unità». Così Georges Danton alla Convenzione Nazionale.
Ma a rivoluzione conclusa il principio diventa un cardine dell’azione anche di molti governi liberali. «Nel secolo scorso si è detto frequentemente, e lo si ripete spesso anche ora, che le menti non devono essere imbrigliate, che devono essere lasciate al loro libero agire, e che la società non ha né il diritto né la necessità di interferire. L’esperienza ha smentito questa soluzione arrogante e precipitosa. (.) Sia per favorire il progresso sia per avere un buon ordine della società è sempre necessario un sicuro governo delle menti». È François Guizot. Italia, Germania, Stati Uniti si accodano.
GENERAZIONE DI ASSERVITI
«Il cuore di questo programma, che chiameremo “programma della scuola unica”, è lo sforzo deliberato di creare in un’intera generazione di giovani atteggiamenti, fedi e valori comuni sotto la direzione centrale dello Stato». Ma si tratta, appunto, di un mito. Sia perché mitici, inesistenti sono sedicenti i “valori comuni” e “cultura neutra” che la scuola unica rivendica: sono sempre i valori e la cultura che una certa parte del Paese vuole surrettiziamente imporre a tutti. Sia perché, nei fatti, anche al fine di integrare genti diverse si è sempre rivelata più efficace la scuola culturalmente orientata: molto più facile ad esempio accogliere e rispettare un islamico in un leale paragone con la proposta di una scuola dichiaratamente cattolica che in una sedicente neutra che, mirando ad azzerare ogni differenza, suscita solo reazioni integraliste (come il divieto francese dei simboli religiosi dimostra chiaramente).
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