La moral suasion dalemiana
Ricordate la gagliarda II Repubblica, fatta sulle ceneri della Dc e sul corpo del povero Bettino Craxi sepolto di monetine? Prometteva una nuova stagione di legalità, trasparenza, equità. Tradotte dal prodianese quelle paroline hanno avuto un gran bel banco di prova dal 1996 in avanti: le privatizzazioni – ricordate il robusto messaggio elettorale ulivista? – sarebbero finalmente state fatte nell’interesse dello Stato, dei cittadini e dell’azionariato popolare, contro i tangentari, gli speculatori e gli evasori fiscali. Infatti. “Siamo passati dall’Unione Sovietica al Far West”. No, questa non è farina del sacco delle macchiette. è di Franco Bernabé, che dal vertice Telecom in cui si trova al tempo del governo D’Alema, il 28 aprile 1999, nel suo ultimo discorso da amministratore delegato ai dipendenti, suggerisce quale sia il tratto tipico dell’amministrazione di sinistra. Morale&Adatta? Sì, all’affare del secolo. Al sostegno di un’Opa (offerta pubblica di acquisto), lanciata su Telecom dalla cordata Colaninno-Gnutti, cioè da un concorrente, Olivetti, di cui dice ancora Bernabé «Tutti ricordano come è nato: quando la Olivetti stava fallendo e gli è stata data la licenza della telefonia» (nell’ultimo, ma proprio ultimo, atto del governo Ciampi, tant’è che l’esecutivo Ciampi decade ufficialmente il 16 aprile 1994 e la comunicazione ufficiale dell’assegnazione governativa a Omnitel avviene il 18 aprile 1994, ndr). «Tutti sanno che è stato dato a Olivetti un asset di grandissimo pregio perché non compromettesse i suoi posti di lavoro, gli è stato consentito di crescere, gli è stato persino dato un sussidio di 750 miliardi perché potesse potenziarsi». E non solo gli è stato dato tutto questo, prosegue Bernabé, ma «la conseguenza di tutto questo è che Olivetti ha venduto questo asset ai tedeschi» e «tra l’altro non so chi ha avuto evidenza che lo hanno venduto e quando lo hanno venduto» (Bernabé si riferisce all’atto con cui il governo D’Alema, in data 29 marzo 1999, in deroga ai patti stabiliti dalla Olivetti con il governo italiano nel 1994, autorizzò la vendita per consentire a Colaninno di incamerare lo zoccolo di liquidità indispensabile per la scalata a Telecom ufficializzata il mese successivo; vedi qui più avanti, ndr). Bernabé li ha conosciuti molto da vicino e li ha visti molto bene all’opera quelli del Governo Morale&Adatto. Altro che una semplice combriccola di apaches mantovani e bresciani. «è certo che un asset dato per tutelare i posti di lavoro a Ivrea è stato venduto per montare un’operazione finanziaria che produrrà un danno rilevantissimo all’altra società di telecomunicazione fondamentale per il Paese. Questa è la storia che nessuno ha raccontato finora». Appunto, caro Bernabé, la stiamo sintetizzando.
D’Alema (e Spaventa) morali&adatti. Parola dei fatti
«Mai visto visto tanto fiume di denaro finire nelle tasche di così pochi» raccontano Giuseppe Oddo e Giovanni Pons, giornalisti economici di testate insospettabili, Il Sole-24ore e La Repubblica, autori di un libro-inchiesta rimasto un po’ in sordina (L’Affare Telecom, luglio 2002, vedi qui alle pp. 9-11). Il fiume era già cominciato a salire prima della fine dei benedetti anni ’90. Però la piena arriva il 20 aprile 1999, quando Colaninno lancia l’Opa su Telecom e il governo D’Alema lo fiancheggia in un assalto alla diligenza che chiude la partita Telecom in un mese e cinque mosse.
La prima. Dopo una visita a Palazzo Chigi, il voto del presidente della Consob Luigi Spaventa diventa determinante (in una Commissione dove due commissari su tre sono contrari) all’approvazione del documento con cui l’Opa è dichiarata ricevibile.
Seconda mossa. La Consob fa scattare immediatamente, al semplice annuncio dell’Opa su Telecom, il principio di passivity rule che in pratica obbliga la società fatta oggetto di offerta a non resistere alla scalata (mentre sembra logico che, come il Tar del Lazio prescriverà sei mesi dopo con sentenza su un caso analogo – sentenza a cui la Consob dopo aver lasciato “passare” l’affare Telecom si adeguerà – la passivity rule debba scattare solo dopo la presentazione del prospetto informativo dell’Opa, altrimenti «la forte disparità informativa che si viene a creare tra chi lancia l’offerta e chi è chiamato ad aderirvi, rischia di favorire violazioni della legge sull’insider trading»).
Terza mossa. La Consob rimuove l’ostacolo Tim, la principale controllata di Telecom, stabilendo che il patrimonio Telecom non doveva essere considerato “prevalentemente costituito” dalla partecipazione in Tim (evitando così l’obbligo di un’Opa a cascata su questa controllata).
Quarta mossa. Il governo D’Alema dà l’ok alla vendita di Omnitel e Infostrada alla tedesca Mannesman, vendita che determina un cambio di proprietà e che in base al contratto stipulato nel 1994 tra lo Stato e la Olivetti non potrebbe invece avvenire prima della fine del 1999, allo scadere dei cinque anni. Già lo Stato aveva derogato al contratto autorizzando (nel 1997) Mannesman a entrare nella Oliman (società costituita nel 1997 da Olivetti e Mannesmann in cui confluirono le partecipazioni in Omnitel e Infostrada). Ma nella primavera Morale&Adatta del ’99 il governo D’Alema fa di più: autorizzando il 29 marzo 1999 la vendita della Oliman, il premier diessino consente a Colaninno di incassare quei 7,62 miliardi di euro che costituiscono l’indispensabile base di liquidità per l’Opa su Telecom che il ragioniere mantovano annuncerà il 20 aprile successivo.
Quinta mossa. L’ennesima mano della provvidenza dalemiana si manifesta e chiude la partita impedendo al Tesoro di partecipare all’assemblea degli azionisti Telecom. La vicenda è particolarmente istruttiva della sprezzante sicurezza in cui si muove all’epoca lo sceriffo morale& adatto Massimo D’Alema. Bernabè aveva infatti convocato l’assemblea degli azionisti per tentare una resistenza in extremis alla scalata. Assemblea che avrebbe potuto svolgersi solo se vi avesse aderito almeno il 30% del capitale. Mario Draghi, collaboratore dell’allora ministro del Tesoro Ciampi e suo rappresentante in Telecom (con il suo 3,46%, che valeva 2 miliardi di euro dell’epoca, il Tesoro era infatti il principale singolo azionista di Telecom) cerca di spiegare a D’Alema che se davvero il governo vuole mantenersi neutrale ci sono almeno tre buone ragioni per partecipare all’assemblea: la prima è che un elementare rispetto delle regole e della trasparenza vorrebbe che l’azionista di riferimento si presenti a un’assise indetta per discutere il destino dell’azienda; la seconda è che la neutralità si esprime con il voto di astensione, non facendo mancare il quorum all’assemblea; terzo: il Tesoro ha il dovere di tutelare il patrimonio statale in Telecom, che non è di proprietà del governo D’Alema, ma dei contribuenti. Per tutta risposta il premier diessino mette nero su bianco l’ordine di boicotaggio dell’assemblea Telecom con una missiva in cui invita il Tesoro a non parteciparvi per ragioni di “opportunità politica”. «Nemmeno nei giorni più plumbei della prima repubblica si erano viste cose del genere» commenterà un collaboratore di Bernabé.
Occhio alle date morali&adatte. E a un “Fondo Quercia”
L’estate del ‘97 non è solo il periodo in cui si chiude l’operazione Oliman autorizzata dal governo di Romano Prodi (e in cui si concludono gli incredibili e oscuri affari Telekom-Serbia e Seat, vedi qui a pag. 9) ma segna l’inizio del matrimonio d’affari tra Colaninno e il finanziere bresciano Emilio Gnutti, detto Chicco, il quale è a sua volta in stretta relazione (dal 1996) col colosso statunitense Chase Manhattan – per tramite di Federico Imbert, capo della Chase in Italia – la quale intrattiene cordiali rapporti d’affari con Carlo De Benedetti. Negli Usa siamo in piena epoca clintoniana, in Italia il centro-sinistra vara le privatizzazioni, voli sulla tratta Roma-Londra-New York sempre pieni di post-comunisti che hanno scoperto l’America, D’Alema ospite illustre al desco dello speculatore ugro-newyorkese George Soros (quello che, dal bordo di una piscina, racconta nelle sue memorie, si divertì a giocare contro la lira causando agli inizi degli anni’90 una perdita di decine di migliaia di miliardi di lire alla Banca d’Italia). In questa bella primavera Morale&Adatta, favorevole ad affari umanitari come quello della privatizzazione Seat, Gnutti costituisce Hopa (società ad azionariato diffuso con piccoli imprenditori bresciani) e nell’estate 1998 comincia a rastrellare azioni Olivetti. Il 2 novembre 1998 Gnutti fonda con Colaninno la società finanziaria Bell, domiciliata in Lussemburgo. Società che, oltre alle due di Gnutti (Hopa e Gpp, che controllano il 47,82% del pacchetto azionario della Bell) ha tra i suoi soci, tra gli altri, la Urmet di Massimo Mondardini (il quale, essendo il conflitto di interessi una costante nelle operazioni condotte in cordata con i capitani Gnutti e Colaninno, come molti altri soci della Hopa, diventerà uno dei grandi fornitori della Telecom scalata dalla cordata Hopa-Bell-Olivetti), Famiglia Lonati, Unipol e un misterioso Oak Fund (“Fondo Quercia”, di cui il prestanome all’epoca è Giorgio Magnoni, fratello del banchiere della Lehman, Ruggero Magnoni, uomo di fiducia di Colaninno), fondo domiciliato nel più torbido dei paradisi fiscali, le isole Cayman. Nel novembre 1998, mentre cade il governo Prodi (e arriva D’Alema), la Bell ha già acquisito l’8,02% di titoli Olivetti, in dicembre è al 10%, nei giorni in cui trapelano le prime indiscrezioni del piano Gnutti-Colaninno su Telecom (in un articolo di Sergio Luciano, La Repubblica, 12 gennaio 1999), la Bell ne possiede il 12%, il 19 febbraio il 13%, il 15% nelle settimane successive. «L’ingresso della Bell nella Olivetti, tra il novembre e il dicembre 1998, ha trasformato Colaninno da manager in azionista stabile e ciò pone qualche interrogativo in materia di trasparenza» scrivono Oddo e Pons. Qualche interrogativo? Gli azionisti Bell (Fondo Quercia compreso) cominciano ad acquistare titoli Olivetti già dalla fine del 1997 e a rastrellarli dall’estate-autunno ’98 fino alla vigilia dell’annuncio ufficiale dell’Opa su Telecom (20 aprile ’99). Però dall’autunno ‘98 Colaninno è al tempo stesso socio Bell e amministratore delegato Olivetti, cioè acquirente e venditore “al corrente dei conti e delle mosse del gruppo prima e meglio di qualsiasi altro investitore”. Fatevi dare un grafico storico dei movimenti e valore dei titoli Olivetti-Omnitel nel secondo semestre ’98 e nei mesi del ’99 e poi chiedetevi: Colaninno avrà fatto buon uso delle informazioni in suo possesso, senza rischiare, lui e i suoi soci, di utilizzare “notizie sensibili” per operazioni di insider trading? Lo dovremmo chiedere alla Consob, che esiste per garantire la trasparenza delle operazioni finanziarie in simili frangenti e che quindi avrebbe avuto il dovere di indagare. “In quell’occasione, e non sarà l’unica, la Consob non agisce” commentano Oddo e Pons.
La morale? Adatta per il Lussemburgo e le Cayman Islands
Lasciamo perdere che il governo morale&giusto dell’Ulivo era partito per privatizzare le grandi aziende di Stato promettendo “un ruolo importante” all’azionariato popolare, ed è finito a consegnare Seat ai Magnifici Otto e il gigante della telefonia a un finanziere bresciano che non si sa quante finanziarie offshore abbia ingrassato e a un ragioniere mantovano che invece si sa quanto ha personalmente incassato: «158,5 milioni di euro secondo le informazioni ufficiali, 250 secondo i banchieri che lo affiancano». La domanda è: lo Stato, le istituzioni, dov’erano all’epoca del governo Morale&Adatto? A mo’ di esempio, una domanda: siccome agli inizi del maggio 1999, in occasione della scalata a Telecom, l’allora ministro del Tesoro Ciampi chiese a Colaninno la lista degli azionisti della Bell e delle persone fisiche che si nascondevano dietro le società lussemburghesi, come mai questa lista non è nota? Forse perché si è persa nel passaggio di consegne del Tesoro da Carlo Azeglio Ciampi a Giuliano Amato, avvenuto il 15 maggio 1999? E soprattutto: dato che il ministro Ciampi fece inserire nella direttiva della golden share la clausola secondo cui potevano essere impedite, attraverso i poteri speciali del Tesoro, le operazioni mancanti dei requisiti di trasparenza, perché il Tesoro non fece valere questa clausola a fronte di una cordata Hopa-Bell-Olivetti che portava con sé una società domiciliata alle Cayman Islands (dopo l’11 settembre entrate nel mirino dell’Amministrazione Bush), per sua natura negazione di ogni trasparenza?
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