La morale della storia

Di Israel Paolo
17 Maggio 2007
Da Salonicco alla Roma nazista, una famiglia ebrea è trascinata nella voragine dell'Europa del Novecento. Un romanzo dove tutto crolla, tranne la certezza che Dio non può essere single Con le radici in cielo Autore Saul Israel Editore Marietti Pagine 260 Prezzo 18 euro

Arriva in libreria in questi giorni Con le radici in cielo, romanzo di Saul Israel, storia di una famiglia ebrea dalla Salonicco dei primi del Novecento alla Roma occupata dai nazisti. Proponiamo alcuni passaggi della presentazione del nipote Paolo.

Questo romanzo racconta la storia di un crollo. L’addensarsi delle nubi, le prime gocce, e il temporale che scoppia, prevedibile quanto improvviso, trascinando via nel gorgo arbusti, tronchi e persino macigni. Dall’alba della Prima guerra mondiale sino al crepuscolo della Seconda, una famiglia è trascinata nella voragine che inghiotte l’Europa tutta intera, i suoi popoli, i suoi Stati e le sue fondazioni morali.
Dramma familiare e meditazione sul tempo, questo libro è anche un enigmatico anacronismo. Fu scritto su una macchina Underwood, in carta carbone e in due lingue, italiano e francese, nei ritagli di tempo di un lavoro che stagnava, in un laboratorio di analisi cliniche e chimiche in una viuzza del centro di Roma, nei primi anni Cinquanta del Novecento. Il suo autore, un medico di professione, la cui lingua materna era un idioma moribondo, era un uomo di un altro mondo e un altro secolo, trapiantato suo malgrado in un nuovo paese e sopravvissuto miracolosamente alla catastrofe.

La religione e la scienza
«Una voce fu intesa in Rama, un lamento, un pianto amaro: Rachele piange i suoi figli, e non vuole essere consolata perché essi non sono più». Così recita il brano in epigrafe, del profeta Geremia. Questo romanzo è il lamento di una Rachele dei tempi moderni, che non può essere consolata, perché non è più. Uno dei suoi figli le ha prestato la sua voce, e il pianto amaro si è fatto meditazione e racconto. (.)
La guerra finì, e Saul sopravvisse. In quegli anni, le riflessioni religiose e filosofiche condotte nei decenni precedenti insieme a Buonaiuti e Salvadori maturarono profondamente. Saul era portatore di un’esperienza religiosa diretta, mistica e venata di poesia, ben diversa da quella degli ebrei emancipati, sradicati e cosmopoliti. Allo stesso tempo, la fiducia nella scienza, nella ragione e nella filosofia gli mostrarono la necessità di una riforma radicale dell’ebraismo, che ne valorizzasse i princìpi essenziali, liberandolo dai lacci della precettistica e della chiusura negli orizzonti ristretti delle comunità. Seguendo questa idea, nel 1947 fondò il Centro di Studi Ebraici, e promosse numerosi convegni e incontri di studio e una rivista, Ha-Makor, che pubblicò per alcuni anni. È in questo periodo, all’inizio degli anni Cinquanta, che Saul scrisse questo romanzo, che racconta del crollo della famiglia di Salonicco. La storia è raccontata per salti: ciascuna delle tre parti segna una delle grandi catastrofi della prima metà del Novecento: la prima è ambientata all’alba della Prima guerra, l’altra nel periodo fra le due guerre, l’ultima negli anni drammatici dell’occupazione tedesca di Roma. (.)

Domande che valgono anche oggi
Le interrogazioni che Saul presta ai suoi personaggi sono importanti e d’attualità, in modo quasi inquietante: il destino dell’Europa; il ruolo della nazione; il valore della democrazia e dei diritti umani; lo spettro dell’antisemitismo, come rivelatore, cartina di tornasole dei mali che affliggono il vecchio continente. Il sionismo è sempre evocato come orizzonte possibile (e in ultima istanza inevitabile) della soluzione del dramma ebraico. Un’altra domanda sorregge e anima queste interrogazioni: la domanda pronunciata dal fratello ribelle all’inizio del romanzo e ripresa alla fine. Come può Dio permettere la distruzione, la rovina, la catastrofe? Qual è il suo ruolo nella storia? Il romanzo non risponde in maniera univoca a nessuna delle domande che pone. Se l’autore si lascia intuire dietro la figura di David, il fratello giovane, timido e meditativo, nessuno ha il privilegio della parola autorevole o veritiera. Come i romanzi di Dostoevskij nella lettura di Michail Bachtin, Con le radici in cielo è un’opera polifonica.

[.] chi non ha ricevuto la rivelazione del sentimento religioso nella famiglia e non
l’ha perfezionato in seno a questa, non riesce a sapere nemmeno di che cosa si tratta. [.] Fuori della famiglia Dio non è che un’arida astrazione che può avere anche una sua bellezza particolare; ma si tratta di una bellezza priva di umanità: una bellezza tipicamente pagana, fatta di simboli, di esorcismi e di scongiuri. È il Dio degli scapoli e degli atei. L’amore per questo Dio richiede uno sforzo di volontà ed uno sforzo mentale appesantito da tante incertezze.

Saul Israel era mio nonno. L’ho conosciuto quando ero appena un bambino, e di lui serbo un ricordo intenso quanto nebuloso. Stava seduto per ore alla scrivania di quella che sarebbe divenuta la mia stanza di adolescente. Passava le sue giornate a scrivere il suo ultimo lavoro: una meditazione sulla morte d’ispirazione bergsoniana. Immagino che, come ho fatto io più tardi, guardasse a lungo la pineta verde e la strada diritta che la costeggia. A Salonicco non era più tornato: non l’avrebbe riconosciuta per com’era diventata.
Ogni tanto, si sollevava dal suo pensiero, e giocava con me alle spade. Già aveva poca forza per tenermi testa. Morì che avevo sei anni, di mal di cuore. Fece in tempo a insegnarmi le prime lettere, e persino qualche parola in francese. Morì, non capii, e non riuscii neppure a essere davvero triste, ma mi rimase a fianco come un’interrogazione e un’eredità.
Ho saputo poi di Salonicco, dai racconti di mio padre, sempre attento a serbare in me la memoria del nonno, e dalle letture. L’ho conosciuto poco, mio nonno, ma l’ho immaginato molto. Cosa si può fare con la storia se non immaginarla? Cosa sono i fatti e le memorie se non ceppi di legno da gettare nel grande camino dell’immaginazione? La «rivelazione del sentimento religioso nella famiglia», acquisito nei primi diciotto anni di vita a Salonicco, fu il fondamento spirituale dell’esistenza di mio nonno, per quanto fosse temperato e messo in questione dalle letture e dalle indagini filosofiche cui lo spingeva la sua mente sempre inquieta. Se a me, suo nipote, questo è mancato, è per via delle vicende che questo romanzo racconta. Le «tante incertezze» sono il lascito inevitabile di questa storia. Dall’albero senza radici, strappato via dalla tempesta con troppa facilità, è rimasto un seme piantato in un’altra terra, fatto, credo, di immaginazione e speranza.

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