La moschea di carta

Di Lenzi Massimiliano
02 Novembre 2006
Il centro islamico fa tanto politicamente corretto, ma la gente non lo vuole. Dare l'ok e poi sabotare il progetto nei fatti. Così i Ds salvano capra e cavoli

Per i Ds di Colle Val d’Elsa la costruzione della moschea più grande d’Italia può attendere anche se loro preferiscono non dirlo esplicitamente, sarebbe troppo politically incorrect, molto meglio aspettare e far scadere i finanziamenti erogati dal Monte dei Paschi di Siena per la sua costruzione. Per capire la scelta del silenzio diessino è necessario partire dai fatti: a Colle, tre anni dopo la concessione del terreno da parte del Comune e due dopo l’erogazione del maxifinanziamento (300 mila euro) da parte della Fondazione Monte dei Paschi di Siena, l’area dove dovrebbe sorgere il minareto con annesso centro islamico è ancora zona brulla, senza l’ombra di un cantiere. Una situazione che rischia di far saltare il progetto della comunità musulmana locale, visto che i soldi messi a disposizione dalla Fondazione Monte dei Paschi prevedevano, nel regolamento comune sottoscritto, che l’opera dovesse essere realizzata entro 24 mesi dalla messa a disposizione del denaro. Nel caso del centro islamico di anni ne sono trascorsi più di due e non è stato posato neppure un mattone. Ai Ds la cosa sembra non dispiacere affatto anche se, pubblicamente, le dichiarazioni son tutte improntate alla «necessità del pluralismo religioso». Certo è che l’iniziativa promossa dalla Lega Nord Toscana pochi giorni fa, con la richiesta di un incontro urgente col presidente della Fondazione Monte Paschi, Gabriello Mancini, per chiedere il ritiro dei 300 mila euro, non è stata criticata da nessuno, neppure a sinistra: una reazione impensabile sino ad un anno fa.

Dubbi già in tempi non sospetti
Per capire cosa stia succedendo (e cambiando) all’interno dei Ds locali bisogna anzitutto conoscere la realtà di Colle, paese senese nel cuore della Toscana rossa e mangiapreti, dove l’idea di ospitare il centro culturale islamico i compagni cittadini (quasi il 70 per cento della gente qui vota centrosinistra) non l’hanno mai digerita. Eppure se ne parla (bene) in pubblico da quasi sette anni. Era il 1999, infatti, quando la comunità islamica locale, un migliaio di musulmani che fa riferimento, a livello nazionale, all’Ucoii, fece la richiesta esplicita: «Vogliamo costruire un grande centro culturale islamico, oltre 3.200 metri quadrati, comprensivo della moschea con cupola e minareto stilizzati in cristallo». Cristallo a parte, la vera novità del progetto era un’altra: per la prima volta il centro islamico sarebbe nato su un terreno pubblico, concesso dal Comune di Colle per 99 anni e ad un canone simbolico, e avrebbe ottenuto un cospicuo finanziamento, circa 300 mila euro, dalla Fondazione Mps (l’altra metà dei soldi necessari sarebbe arrivata dalla comunità musulmana locale, presieduta dall’imam Feras Jabareen).
La notizia però, eravamo nel ’99 ed ancora non c’era stato l’11 settembre e l’attacco del terrorismo integralista islamico all’Occidente, non venne accolta benissimo dai valligiani. Prima di tutto perché Colle Val d’Elsa è un paese che conta poco meno di ventimila abitanti e l’idea del centro culturale islamico più grande d’Italia, che avrebbe attirato migliaia di fedeli musulmani da tutta la Toscana, li spaventava parecchio. Secondo motivo: da queste parti sono sempre stati molto diffidenti verso i preti, figuriamoci verso gli imam. L’idem sentire della comunità locale, seppur chiaro, venne, almeno in parte, percepito dal centrosinistra che, tanto per svanire le perplessità, tentò una sorta di moral suasion culturale. Regione, Provincia e Comune cominciarono ad organizzare una serie di incontri sui temi del multiculturalismo e della multireligiosità, della necessità di aprirsi al dialogo, che vedevano spesso, nelle vesti di relatore e protagonista, l’imam di Colle Val d’Elsa, Feras Jabareen. Nonostante tutti gli sforzi, però, la comunità locale restava, nella sua maggioranza, contraria alla costruzione della moschea. Alcuni mesi fa, Tempi compì un viaggio inchiesta a Colle, per cercare di cogliere, al di là delle cronache politiche, gli umori del paese. Circoli Arci, case del popolo, bocciofile, negozianti, quello che venne fuori fu una certa antipatia, per usare una parola politicamente corretta, verso il centro culturale islamico. Certo le note di cronaca che arrivavano dal resto d’Italia non incoraggiavano: il caso della moschea fiorentina di Sorgane, perquisita per presunte infiltrazioni di integralisti islamici, i casi controversi del Nord Italia, compreso quello di via Quaranta a Milano e via discorrendo.
L’ostinazione con cui, ad ogni sondaggio, la comunità locale confermava la propria ostilità al progetto del minareto, ha finito, col passare del tempo, con il convincere pure i Ds che forse la battaglia per il Centro islamico non era così decisiva politicamente. Anzi. Saranno soltanto supposizioni ma sta di fatto che, con il passare dei giorni, da quel lontano 1999 quando balenò il progetto per la prima volta, le dichiarazioni del centrosinistra sul caso di Colle Val d’Elsa sono andate via via diminuendo, sino a sfiorare l’oblio. Oggi, da queste parti, di multiculturalismo si parla sempre meno e sembra trascorso un secolo da quando Oriana Fallaci si scagliò, con la sua consueta schiettezza, contro la costruzione del centro culturale islamico e della moschea. «Se la fanno – avvertì Oriana – vado a Carrara dai miei amici anarchici, prendo l’esplosivo e la faccio esplodere, non voglio vedere un minareto nel paesaggio di Giotto e di Duccio di Boninsegna». Chissà che stavolta non la stiano a sentire persino i Ds: per adesso a Colle la moschea non l’hanno ancora costruita.

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