La nemesi dei ragazzi del ’68, che ruppero coi padri per lasciare i propri figli inchiodati al presente

Di Cominelli Giovanni
01 Novembre 2007

Orientati esclusivamente al presente. Non perché appaia “denso”, ma perché è l’unica dimensione che vedono. Così allo sguardo empirico i giovani di questi anni. La lettura della Sesta indagine dell’istituto Iard sulla condizione giovanile in Italia, appena pubblicata dal Mulino, fornisce dati e interpretazioni per andare oltre l’empiria immediata. Hanno paura del futuro, dell’incertezza e del rischio? Alessandro Cavalli, padre storico di queste indagini e curatore della ricerca insieme a Buzzi e De Lillo, risponde a questa domanda facendo notare che i padri di questi giovani sono «la coda della generazione che ha fatto il ’68» o «i precursori della generazione del riflusso»: la prima «ha vissuto una delusione», la seconda «non si è fatta illusioni». Perciò il Kulturpessimismus, divenuto filosofia pubblica della generazione dei padri, si rispecchia nei giovani. D’altronde la struttura economico-sociale è tale da costringere a procrastinare tutti i passaggi decisivi della transizione alla vita adulta: gli studi, sempre più lunghi e sempre meno professionalizzanti; il lavoro, sempre più differito, a causa di una cattiva organizzazione del mercato del lavoro; l’uscita dalla famiglia, resa difficile dai due fattori precedenti e da una sorta di complicità protettiva familiare; la formazione di una propria famiglia, rinviata per le ragioni di sopra; l’arrivo del primo figlio, ultimo anello della catena di una transizione lunga.
La nascita adulta dei giovani arriva tardi. La ricerca del 1982 poneva i giovani tra i 15 e i 24 anni, oggi fino ai 34 anni. Nessuna meraviglia che relativismo o nichilismo appaiano come le forme più ragionevoli di autocoscienza giovanile: sembrano interpretare più autenticamente il vissuto personale che la società adulta riproduce sia socialmente sia culturalmente. Laddove gli adulti vedono e vivono una frattura con i giovani e gli opinion leader lamentano che neppure più i giovani “sono quelli di una volta”, la ricerca Iard sembra invitare gli adulti a guardarsi allo specchio. Poiché gli adulti sono ripiegati sul presente, nessuna meraviglia che i giovani registrino i cambiamenti, «senza esserne i protagonisti». La “rottura” degli anni Sessanta fu possibile perché l’intera società era proiettata in avanti. Nella rincorsa al futuro i giovani di allora oltrepassarono i loro padri. Per singolare nemesi storica i giovani di allora tengono i propri figli inchiodati al presente.

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