La neo lingua orwelliana che scambia piselli per lanterne

Sono un medico anestesista e ho dovuto discutere a lungo in ospedale per tentare di dimostrare l’evidente. E cioè che se lo Stato dovesse riconoscere per legge il diritto all’eutanasia, ovvero a una morte procurata e assistita a patto che essa sia frutto della volontà espressa inequivocabilmente dalla persona interessata, non capisco che senso avrebbe per noi medici continuare a tentare di salvare la vita agli aspiranti suicidi. Cosa c’è, ad esempio, di più chiaro e inequivocabile della volontà espressa dal gesto di chi si tira un colpo di pistola alla testa o di chi ingoia una scatola di barbiturici? E cosa dovrebbe fare il medico in queste circostanze qualora passasse una legge sull’eutanasia? Tentare di salvare una vita (e rischiare così di finire poi nelle grane giudiziarie per non aver rispettato la volontà del paziente) o assecondare il gesto, espressione di una chiara e inequivocabile volontà, quindi non fare nulla o tutt’al più affrettargli la morte con una “terapia” che favorisca il trapasso nei modi meno dolorosi possibili?
Martina Mureddu Olbia

Cara dottoressa, ma allora lei non è una persona “sensibile” al dolore e alla sofferenza altrui. Lei non sa cosa sia “la carità cristiana”. Lei non sa cosa sia il vero e recente significato di parole come “libertà”, “amore”, “altruismo”, “bene”, “bontà”, “filantropia”. Piuttosto, lei dà l’impressione di aver letto quella canaglia di George Orwell, che nel suo pessimo e datatissimo romanzo di cui non oseremo proferire nemmeno il titolo, descrisse un mondo dominato da un totalitarismo così radicalmente violento e disumano da riuscire a imporre alla gente una “neolingua” che trasforma tutte le ignominie in buone azioni. «La neolingua era la lingua ufficiale dell’Oceania ed era stata messa a punto per le esigenze ideologiche del Socing, o Socialismo Inglese. Fine specifico della neolingua non era solo quello di fornire, a beneficio degli adepti del Socing, un mezzo espressivo che sostituisse la vecchia visione del mondo e le vecchie abitudini mentali, ma di rendere impossibile ogni altra forma di pensiero. Si riteneva che, una volta che la neolingua fosse stata adottata in tutto e per tutto e l’archelingua dimenticata, ogni pensiero sarebbe stato letteralmente impossibile, almeno per quanto riguarda quelle forme speculative che dipendono dalle parole. L’intento, infatti, era quello di rendere il discorso – specialmente quello relativo a oggetti non neutri da un punto di vista ideologico – il più possibile indipendente dall’autocoscienza. Per le finalità della vita quotidiana era indubbiamente necessario, o almeno lo era talvolta, riflettere prima di parlare. Ma un membro del Partito, quando veniva sollecitato a emettere un giudizio etico o politico, doveva essere in grado di sputare fuori le opinioni corrette con lo stesso automatismo con cui una mitragliatrice spara i suoi proiettili. In rapporto al nostro, il vocabolario della neolingua era molto più esiguo, e si studiavano senza posa sistemi per ridurlo ulteriormente. In effetti, ciò che distingueva la neolingua da tutte le altre lingue esistenti era il fatto che ogni anno, anziché ampliarsi, il suo lessico si restringeva. Ogni restrizione era considerata un successo perché, più si riducevano le possibilità di scelta, minori erano le tentazioni di mettersi a pensare. La speranza era di riuscire a far fluire il discorso direttamente dalla laringe, senza alcuna implicazione con i centri cerebrali superiori».

In ufficio si discute su matrimonio, Pacs, educazione dei figli, ecc. La settimana scorsa avete pubblicato un taz&bao con citazione chestertoniana incentrato sul matrimonio. Girato a colleghi. Uno mi ha risposto così: «In realtà io vorrei capire se è vero che l’educazione deve essenzialmente provenire da due genitori di sesso diverso. Al di là del fatto che sia + naturale che sia così.». Che ne dice di riprendere la questione su un prossimo numero di Tempi? Intanto qui si continua nel serrato confronto.
Sergio Sala Milano

Intanto che continuate il serrato confronto, che ne direste di riprendere la questione a partire da quella leggenda metropolitana di “mamma e papà”? Sa, sono molto interessanti queste discussioni che partono da un’idea e proseguono «al di là del fatto che sia + naturale che sia così.». Se un fatto “è così” non è “cosà”. Perciò, anche se in teoria sarebbe molto bello, chessò, avere un bambino educato da tre padri, sei madri e un canguro, non bisognerebbe mai scambiare la teoria con la realtà. Già, perché se si discute “al di là della natura”, anch’io a un certo punto potrei voler capire se è vero che l’educazione deve essenzialmente provenire da due genitori piuttosto che da ventisette, e possibilmente castrati piuttosto che di sesso diverso o uguale. Di queste fantasie è piena la storia dello scorso secolo. Dicono niente le utopie dei regimi totalitari? Poi, chiaro, dipende: una cosa è stare in una comune del Vermont, un’altra ad Auschwitz (sa, allora dicevano che una coppia di genitori ebrei non era, “essenzialmente”, nemmeno una coppia di esseri umani) o in un campo di rieducazione di Pol Pot (sa, il comunismo ha abolito i genitori).

Ho assistito al Don Giovanni di Mozart messo in scena al teatro Franceschini di Pavia. Un orrore. Mi chiedo cosa abbiano a che vedere col libretto mozartiano scene come quella di santa Giulia che scende dalla croce a seno nudo per precipitare don Giovanni all’inferno o quelle sadomaso con uomini incatenati al guinzaglio di donne a loro volta vestite con costumi sadomaso. Mi chiedo dove, oggigiorno, certi registi prendano ispirazione. Purtroppo una risposta ce l’avrei, ma non la scrivo.
Marta Fumagalli Pavia

Signora, ma come? Lei non sa che la neolingua dell’arte non ha «alcuna implicazione con i centri cerebrali superiori»?

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