La non prodiana Europa
L’Europa è giunta ad un momento cruciale della sua costruzione. Per questo l’idea degli “Stati Uniti d’Europa” prende sempre più corpo, persino in un paese come la Francia che non nutre particolari simpatie verso il federalismo. Diventa sempre più evidente che l’Europa della burocrazia e delle norme, pensata su di un modello imperiale che riproduce su scala continentale il modello della Repubblica francese, non giungerà mai alla sua realizzazione. E ciò non solo a causa dei suoi denigratori, ma anche a motivo del suo allargamento: non si possono normalizzare 25 paesi molto diversi fra loro come si normalizzano i 15 paesi del ricco Occidente.
Rompere con l’Ancien Regime
Le esitazioni e le perplessità che nutriamo nei confronti dell’Europa dipendono da una contraddizione che possiamo riassumere in questi termini: da un lato vorremmo che le nazioni europee conservino la propria specificità; dall’altro, siccome l’unico modello che conosciamo è lo Stato assistenziale, vorremmo un’Europa fondata su tale modello, nel quale, per esempio, tutti i lavoratori dipendenti dispongono degli stessi diritti in termini di salario minimo o di ferie pagate… Ora, questi due desideri sono in conflitto tra loro. Il primo si realizza attraverso un’organizzazione federale; il secondo attraverso un’organizzazione che definirei imperiale o repubblicana, precisamente quella che le istanze europee hanno cercato di costruire da quindici anni a questa parte. In altri termini, parlare di Stati Uniti d’Europa o di un’organizzazione federale dell’Europa, implica una rottura con le vecchie abitudini e l’abbandono di determinate esigenze. La Repubblica francese, ad esempio, dà maggior importanza all’uguaglianza rispetto all’autonomia: si tratta di una scelta.
Proteggere le diversità
Una federazione implica la protezione delle diversità. Ogni gruppo facente parte di un insieme (un cantone o un Land nello Stato, una nazione nell’Europa) è caratterizzato dal fatto di avere delle abitudini, dei comportamenti, insomma un modo di vivere, una cultura. La costruzione dell’insieme non deve sopprimere queste differenze: perché è sempre meglio, per riprendere la riflessione di Aristotele sulla società, l’armonia che l’unisono. Su questo a parole tutti sono d’accordo. Ma proviamo ad esaminare le conseguenze pratiche di questo principio che piace a tutti. Salvaguardare le diversità significa accettare che i lavoratori inglesi siano meno protetti dei loro colleghi francesi, dal momento che le libertà economiche fanno parte del Dna dell’Inghilterra. Non vi è dunque motivo di volere “un’Europa sociale” che annullerebbe le differenze: ciò significa che alcuni paesi preferiranno che i loro figli frequentino la scuola meno di altri (dopo tutto è un problema che riguarda loro); significa che la concezione francese della laicità non deve essere imposta a tutto il continente: non si capisce per quale ragione i greci dovrebbero eliminare ogni riferimento alla religione sulla loro carta d’identità. Ma così ci troviamo in una situazione paradossale: si vorrebbe salvaguardare le diversità, ma senza prestare attenzione al fatto che la diversità presuppone la diversità dei punti di vista sul bene comune e anche sulla felicità individuale, e pertanto implica delle differenziazioni tra le entità politiche che compongono l’insieme.
L’Europa di Prodi? Non è nostra
La federazione compie una scelta: privilegia la diversità rispetto all’uguaglianza. Non perché non ami l’uguaglianza. Ma perché, esaminando i pro e i contro, valorizza l’autonomia delle entità geografiche e culturali. In altri termini, ciò che importa non è solamente l’insieme di beni materiali o immateriali da cui un’entità può trarre beneficio, ma anche il fatto che tale entità decide liberamente ciò che le conviene. La libertà di definire il proprio bene e di decidere liberamente a riguardo, vale molto di più dei vantaggi che lo Stato assistenziale potrebbe garantire. In altri termini si può dire che la federazione esige di credere nella democrazia: ritiene che le entità politiche che la compongono siano più importanti. Non è esattamente il caso dell’Europa che si sta costruendo sotto i nostri occhi da quindici anni.
L’utopia illuminista
Se oggi l’Europa cancella le differenze culturali imponendo delle norme fin negli aspetti più minuti, è perché si crede depositaria di un sapere superiore riguardo al benessere dei popoli che la compongono. Le istanze europee hanno la certezza di conoscere il bene comune europeo per ciò che riguarda l’età scolastica, la proprietà delle acque, la laicità, il trattamento di cui hanno bisogno gli animali domestici e la protezione degli animali selvatici, e tutti gli altri aspetti riguardanti la vita quotidiana. Anche se è evidente che i popoli sono più soddisfatti se le loro opinioni religiose sono rispettate, i loro figli ben istruiti, le loro acque pulite e gli animali trattati bene, i criteri di realizzazione di tutti questi compiti variano a seconda delle culture, e siccome non possono essere realizzati tutti insieme, la scelta dipende dalla cultura e dallo stile di vita di ciascuno. A questo proposito le istanze europee si comportano come il despota illuminato, che pretende di conoscere il bene dei suoi sudditi meglio di loro stessi, obbligandoli a essere contenti alla sua maniera.
I dirigenti europei sono convinti che se ognuno risolvesse da par suo i propri compiti, ne deriverebbero dei disastri: l’acqua delle città sarà sporca, il cibo veleno, gli animali maltrattati… In altri termini, essi assumono il comportamento tipico degli intellettuali illuministi: sicuri di condurre alla felicità dei popoli analfabeti.
Liberi tutti
Un paese europeo può sentirsi a suo agio pur non avendo la stessa sensibilità ecologica dei danesi o le ferie retribuite dei francesi. Invero, si realizzerà se sceglierà da sé il proprio stile di vita. In ciò risiede il federalismo, che è il sistema più democratico di tutti. Nel quadro del federalismo, ogni paese deciderà autonomamente su ciò che riguarda i problemi della vita infrastatale. Non v’è nessuna ragione per decidere dall’alto, per esempio sulle questioni dell’eutanasia, del matrimonio tra omosessuali o dell’aborto, giacché non esiste una legge universale e valida oggettivamente per tutti, ma dei giudizi sempre incerti e discutibili, legati alle circostanze, legati all’esistenza di culture particolari. Non si può nel medesimo tempo volere la diversità e imporre a tutti lo stesso stipendio e la medesima legge sull’eutanasia: perché la diversità prende corpo proprio nelle risposte a tali questioni, come la gestione della caccia o il modo di trattare gli animali.
Se si vuole realmente salvaguardare la diversità culturale, non bisogna più giudicare le diverse culture secondo un criterio morale, e distinguere tra buoni e cattivi a partire da un metro campione stabilito dall’alto. Ma, soprattutto, occorre lasciare liberi gli Stati di decidere sul loro modo di vivere, con tolleranza e rispetto.
Non solo fucili da caccia
Accettare la diversità non significa affatto che ognuno decide per sé o il venir meno della solidarietà. Al contrario, la ripartizione delle ricchezze è parte integrante del federalismo e del principio della sussidiarietà che lo sottintende. Ma tale ripartizione deve essere intesa secondo la domanda delle entità interessate, vale a dire si inserisce nel quadro della diversità stessa. Se accettiamo che gli Stati si governino da sé relativamente alle questioni che sono alla loro portata, potremo mettere tutta la nostra buona volontà nella costruzione di una forza politica comune capace di farsi carico di ciò che la storia ha posto fuori dalla portata dell’azione dei singoli Stati. Oggi, l’Europa si preoccupa della lunghezza dei nostri fucili da caccia, mentre siamo costretti a sperare nell’intervento degli Americani per risolvere i conflitti dei Balcani, mancando di un esercito europeo. Una federazione lascerà che i cacciatori si occupino delle loro prede, e si occuperà dei Balcani. Nel corso della guerra in Irak e delle divergenze europee a proposito dell’alleanza con gli Usa, questi problemi sono diventati sempre più cruciali. Se l’Europa non si darà una difesa e una politica estera comune, non potrà fare altro che mettersi sotto l’ala dell’America. Se vuole diventare grande l’Europa deve fare politica e per questo deve cessare di farsi carico di preoccupazioni domestiche e oziose.
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