LA NOSTRA LIBERTA’, LA LORO GAIA SCIENZA
Luigi Amicone
Non siamo qui per crociate o per combattere contro qualcuno. La libertà che ci è cara, non è la libertà della scelta, bensì è rapporto largo con l’infinito, apertura, respiro e quindi anche una strana complessità. Se non è questo, chi avrebbe la libertà? Forse l’uomo giovane che ha ancora tutte le strutture biologiche sane? E l’uomo vecchio che libertà avrebbe se non quella di frenare il più possibile un destino segnato? Che libertà avremmo dentro la vita che corre verso la catastrofe? Invece libertà è l’ imprinting originario che urge in ogni condizione fisica, sociale, anagrafica dell’uomo. La libertà fa parte del nostro patrimonio cromosomico e non ha età. Ringrazio la libertà della professoressa Assuntina Morresi, che con tenacia ha chiesto che si venisse qui e noi ne siamo ben contenti, perché siamo più che ripagati dalla vostra grandiosa e affettuosa presenza.
Gabriella Mecucci, DIRETTRICE
DE “IL GIORNALE DELL’UMBRIA”
Vorrei iniziare con un paradosso. Il referendum interessa solo a coloro che chiedono di astenersi, mentre coloro che lo hanno promosso se ne disinteressano o non riescono a mobilitare le loro forze. è la prima osservazione che ho fatto entrando stasera in questa sala, confrontandola con la sala che ho visto ieri quando è venuto il segretario Ds Piero Fassino che a Perugia gode di un grandissimo seguito. Non sono riusciti in nessun modo a mobilitare. Dirigendo io un giornale locale e tentando di dare voce sia agli uni sia agli altri, ho trovato difficoltà ad avere gli interventi dei promotori. Forse proprio per questa difficoltà alla mobilitazione c’è una fuga a farci credere che stiamo votando un referendum sull’aborto. è evidentemente un tentativo per mobilitare un elettorato, soprattutto femminile, che difese quella legge (fu anche il mio atteggiamento, all’epoca). Del resto, con buona pace di Marco Pannella, la semplificazione referendaria ci costringe spesso a votare in realtà per altro: in questo sì/no si pigiano tanti contenuti, che ciascuno ci infila il suo. Noi invece oggi votiamo su 4 quesiti specifici che riguardano la fecondazione artificiale, ed è una forma di salute mentale ricondurre la discussione alle cose di cui stiamo parlando. L’altro tentativo è quello di agitare lo spettro della caccia alla laicità dello Stato. Francamente non si riesce proprio a sostenere la tesi di una Chiesa cattolica aggressiva che tenta di sfondare il fronte della laicità dello Stato. I toni sono garbati, quasi sommessi, il Papa di fronte a 200 mila persone parla indirettamente attraverso la Conferenza episcopale. è difficile sostenere la tesi che ci sia un tentativo di sventramento della laicità dello Stato!
I problemi sono altri. Ne tratterò solo uno: il rapporto con la scienza e il limite della scienza. Ho profondo rispetto per la scienza e il progresso, ritengo che valga la pena battersi per la libertà di ricerca: ma il diritto alla libera ricerca è contemperato con altri diritti. Il diritto alla libera ricerca si scontra e deve essere contemperato con altri diritti: quello alla vita, quello alla salute, e tanti altri che sono in gioco in questo caso.
Poi c’è il principio di responsabilità. Anni fa mi capitò di intervistare il grande filosofo laico tedesco Hans Ionas, grande sostenitore del principio di responsabilità, in base al quale chiedeva alla scienza e alle nuove tecnologie di fare un passo indietro quando ci si trovava davanti a problemi come la vita, la genetica, l’ambiente. D’altro canto gli stessi promotori di questo referendum (penso ai Ds), sul terreno del limiti della scienza sono sensibili, quando esso si riferisce ad altre questioni: sono essi stessi a sollevare il problema della manipolazione genetica degli Ogm, e anche con qualche ragione; sono essi stessi a sollevarlo sulla ricerca scientifica e le tecnologie di guerra. Mi domando: perché tanta preoccupazione verso la soia e tanta allegra superficialità verso l’embrione che è vita umana?
Un altro problema: la salute della donna. La fecondazione artificiale porta con sé un gravissimo problema di manipolazione del corpo della donna: tant’è vero che un pezzo del femminismo se ne è accorto e accetta obtorto collo la partecipazione al referendum, chiede sì di parteciparvi ma sempre anticipando frasi del tipo “sarebbe meglio se la manipolazione non si facesse”. D’altro canto, è anche vero che concentrare la ricerca solo o principalmente sulla fecondazione artificiale può far dimenticare (come purtroppo è già accaduto) l’obiettivo principale, che invece è la cura della sterilità. E, non essendo i fondi per la ricerca illimitati, nel momento di scegliere è importante prendere una direzione oppure un’altra. E la via migliore è la cura della sterilità, non di aggredirla con la fecondazione artificiale.
Occorre correggere la legge? Io credo che in alcuni punti bisognerà tornare a rileggerla e a riflettere. Ma mi sono fatta una domanda: quale atteggiamento favorisce una discussione, un ritorno al confronto sulla legge? La vittoria dei “sì” lo favorirebbe? Assolutamente no. è chiaro che la vittoria dei “sì” e l’abrogazione della legge spazzerebbero via forse addirittura la possibilità stessa di fare una legge su questi argomenti. Al tempo stesso, la vittoria dei “no” potrebbe far pensare che si lascia tutto così com’è. E allora, per quelli che la pensano come me, che vorrebbero laicamente ridiscuterne, la scelta migliore è di astenersi, tenere questa legge e fare ciò che i promotori del referendum hanno impedito, cioè sperimentare come funziona. è un atteggiamento laico: è stata fatta una legge, è stato raggiunto un compromesso, magari discutibile, sperimentiamo per due o tre anni se funziona o no; se su quel certo punto funziona male, allora andiamo a rivederla. Questo mi pare un approccio laico e pragmatico, e non quello di raccogliere le firme il giorno dopo che la legge è stata approvata: questo puzza di atteggiamento ideologico.
Giuliano Ferrara
è una battaglia intorno a un tema: il tema è la vita. La vita è come questa sala stasera, più o meno è come siamo noi. Non è una cosa astratta, la vita, una cosa complicata da afferrare come concetto. è varietà, e qui c’è molta varietà: giovani, vecchi, uomini, donne, qualche bambino, provenienze diverse, storie diverse. (…) La vita è il tema di questo referendum: per questo è così sensibile il mondo di coloro che su queste questioni storicamente si sono sempre interrogati. Chiede Gabriella Mecucci: perché quelli dell’astensione si mobilitano con tanta forza e invece quelli che hanno chiesto il referendum stentano a ingranare, si ritrovano in pochi e un po’ tristi? (Anche oggi hanno messo in campo il professor Veronesi, grande star della scienza, quello che ha detto che l’uomo è come lo scimpanzè, e Paolo Bonolis, straordinaria star televisiva con tutti quei pacchi. Li hanno messi insieme e c’erano 35 giornalisti invece che un gran pubblico, e hanno fatto una specie di conferenza stampa.). Perché? Facendo questo giro con Gigi Amicone la risposta salta agli occhi: chi si astiene c’è, chi ha chiesto il referendum latita, protesta contro i media che non ne parlano e intanto frequenta quasi esclusivamente i media. (…).
Il tema vero, profondo, “strategico” di questo referendum è se noi dobbiamo salvaguardare con la vita questa libertà, questo amore, questa capacità di esistere nella varietà storica, nella differenza biologica, oppure no. (…) Perché oggi la tecnica – che non è la scienza, che non è la comprensione di che cosa è il mondo e di come il mondo gira, ma è quella parte della scienza che tende alla manipolazione del mondo – tende a conoscere attraverso la prassi, attraverso un’attività spesso cieca, non illuminata da un’etica, da una capacità di interrogarsi, di domandarsi: questo lo devo fare o non lo devo fare, lo posso fare o non lo posso fare, tecnicamente posso, ma moralmente posso? (…) La tecnica consente realmente di ridurre la variabilità della vita. Consente di omologare, uso una parola un po’ difficile, cioè di rendere sempre più eguali, mettere sempre più sullo stesso terreno, gli uomini moderni. Consente di espropriare, trattandolo come un campo sperimentale, il corpo delle donne e di farlo diventare una macchina, obiettivamente consente, lo dicono alcuni grandi biologi, biogenetisti, consente di trasformare la famiglia in un centro decisionale, fornito di desiderio e di potenza e di volontà di potenza. Con queste tecniche un uomo e una donna con un atto di pura volizione (non fanno l’amore, non costruiscono un’ipotesi di vita futura, si rapportano alla bellezza dell’esistenza in modi vari e poi fanno figli, moltiplicano la specie, attendono questi figli, no, non fanno tutto questo), possono decidere di stabilire che gli esseri umani che nasceranno, che saranno prodotti o fabbricati, possono avere questa o quella caratteristica. Si chiama eugenetica, ed è il fondo di potere che una tecnica cieca, non sorvegliata eticamente, conferisce all’uomo contemporaneo. Il mondo nuovo, la possibilità assoluta di ridurre le differenze.
Io sono, non so se ve ne siete accorti, obeso. La mia obesità è fatta di storia, senz’altro anche di predisposizione genetica. Sono contento di essere obeso, non vorrei essere selezionato perché tutti debbono essere in forma, tutti devono essere magri. Magari uno ha anche un po’ di diabete – beh, adesso non sto a farvi il mio referto clinico – una fibrillazione atriale, con la quale convivo tranquillamente, c’è chi ha il ritmo sinusale e chi no, poi le vite sono corte, lunghe, no? L’eternità ci riguarda e non ci riguarda, ci riguarda per quella che i cattolici intendono come grazia, è una trasmissione, è un’eredità, un senso dell’origine, oppure non ci riguarda, oppure la nostra parabola, il nostro tragitto è puramente materiale, umano, terreno, immanente… non lo so, però, insomma, la varietà, la differenza, l’amore, la libertà, l’individualità, la capacità di legarsi e di slegarsi, di cercare, di provenire, tutto questo è messo in discussione dall’eugenetica. (…)
Per il padre scientifico, genetico, di Louise Brown, la prima bambina nata in provetta, Bob Edwards, «sarà presto una colpa per i genitori avere un bambino che rechi il pesante fardello di una malattia». Ci possono fare sani, dicono loro, o almeno sani da quelle malattie che si vedono attraverso i test genetici. Non è che proprio promettano l’immortalità, cioè una salute eterna (quella, per fortuna, è la salvezza, e fino adesso, fino adesso – domani chissà – se Dio vuole la promettono solo i pastori delle anime e non i medici e i genetisti), però qualcosa di simile, una specie di allegoria – caricatura direi – secolare della salvezza. Oppure Francis Crick, lo scopritore della doppia elica del Dna dice: «Nessun bambino dovrebbe essere definito come essere umano prima di essere stato sottoposto a un test che ne determini il corredo genetico, se non supera il test si è giocato il diritto alla vita». Ora, saranno anche un po’ provocatori questi signori, bisogna conoscerli, sono scienziati un po’ pazzi (diversi però da Albert Einstein, da Oppenheimer, da quelli che quando inventarono l’atomica quasi impazzirono di dolore per ciò che avevano fatto e si interrogavano, ed entravano in una sfera di riflessione mistica intorno al senso della loro professione, perché sapevano di che cosa si trattava). Questi sono più mondani, più provocatori, dicono queste frasi agghiaccianti, ma le dicono durante un cocktail, durante un’intervista a un giornale, però possono essere dannosi, molto dannosi! E bisogna cercare di impedirgli di entrare nella mentalità culturale corrente.
Se c’è un modo, oggi, di essere italiani e patriottici è questo: ci siamo dati una legge, una regolamentazione che non è affatto crudele, oscurantista, medioevale, feroce, che non è affatto diversa, per la sostanza, da molte altre legislazioni che ci sono nei Paesi del Nord, nei Paesi protestanti, perfino in Inghilterra dove fanno marcia indietro sulla questione dell’anonimato nell’eterologa. (…) La battaglia deve continuare a lungo, ma intanto se si salva questa legge, un argine, un soccorso a tutto ciò che di bello, di vitale, di diverso, di intellettualmente entusiasmante che così esiste nella nostra eredità culturale lo avremo costruito.
Perché, si chiedeva Gabriella Mecucci, perché è così difficile per loro mobilitarsi? Io penso di saperlo. (…) è molto semplice. Perché dicono di essere per i diritti umani, per i diritti dell’uomo e del cittadino, ma in realtà stanno facendo una crociata contro i diritti umani, stanno facendo una crociata ideologica contraria all’identità di un soggetto che è lì, che ha un’autonomia da ciascuno di noi e che viene costruito, programmato, fabbricato, e del quale noi dovremmo disinteressarci. Nel senso che dovremmo farne ciò che vogliamo, manipolarlo, ogni volta che è necessario eliminarlo. (…) Ora, loro sanno che questa posizione non può essere spacciata a nessuno, neanche al loro pubblico, neanche a tutte quelle brave persone che giustamente si interrogano sulla necessità di alimentare la ricerca scientifica, non possono spacciare questa campagna come una campagna intorno ai diritti umani, come una campagna di libertà. È una campagna che contraddice le loro stesse premesse. Loro dicono “vogliamo espandere la libertà” e la riducono, in radice, perché aprono la porta all’eugenetica, cioè alla costruzione di un mondo che viene selezionato e organizzato da un progetto tecnico rispetto al quale l’uomo non è libero di decidere. Dicono di essere per i diritti, ma trascurano il diritto fondamentale di quell’insieme di cellule dotate di struttura cromosomica, che si chiama embrione (…).
è evidente che da queste premesse non nasce la libertà della scienza che, come ha ricordato Gabriella, esiste in quanto la scienza si sa dare un limite, ed è il limite dell’etica. Certo, la scienza è robusta, la scienza vuole andare oltre, oltrepassare, ma la scienza non è negromanzia, non è alchimia, non è magia, non è volontà di potenza, non è l’atteggiamento del taumaturgo, il medico, il mediconzolo, il ciarlatano che sfrutta l’ignoranza degli altri e gli propone soluzioni sempre migliori, non è faustismo, non è il patto col diavolo per avere la vita eterna, questa non è la scienza, nei casi migliori è poesia, nei casi peggiori è pura ciarlataneria (come ciarlatano è il titolo di domenica di un giornale nazionale, di cui credo lo stesso Fassino si vergognerà: “Referendum: 4 milioni di malati condannati dalla legge crudele”. Ciarlatani! Venditori! Spacciatori di illusioni!).
Non esiste un solo protocollo di cura che sia stato prodotto nel corso della ricerca sulle cellule staminali embrionali, una ricerca libera in tre quarti del mondo dal 1972; esistono, invece, decine di protocolli di cura sperimentati attraverso l’uso di cellule staminali adulte. Non è la cura delle malattie, è il rovesciamento della funzione sociale del medico, quello a cui puntano. Invece di curare le malattie che cosa fanno? La selezione. è la via più semplice, la più redditizia. Curare è obsoleto, è come fare automobili Fiat, non interessa più a nessuno. La loro parola d’ordine “nascere e guarire” l’hanno messa nel simbolo ma, in mezzo, ci hanno messo “scegliere”. Vedete, loro sono largamente in buona fede. A me è bastato un pomeriggio, compresa la pennichella pomeridiana, per scrivere un brevissimo appello di dieci righe in cui si respinge l’eugenetica (…). E l’hanno firmato Fassino, Amato, Rutelli, Galli della Loggia, Panebianco. Ma per Fassino, per Amato, per Rutelli c’è un elemento – dobbiamo riconoscerlo e, insieme, rimproverarglielo – di buona fede o di ingenuità. Non vedono, non sentono, non desiderano vedere, non desiderano sentire perché è politicamente scomodo il pericolo, non è di moda, non si può dire la stessa cosa che dicono i vescovi (ma perché? I vescovi sono meno dei professori universitari? I cattolici hanno meno diritto degli altri di avere un sapere?). (…) Quello su cui ci si può dividere, invece, non è l’accoglienza al figlio sano, su quello non ci si può dividere, ci si può dividere sull’atteggiamento d’avere verso la disabilità.
Angelo Loris Brunetta, talassemico di 43 anni, (…) davanti a un consesso di scienziati, di galantuomini, in tv, alla radio, ai convegni del Movimento per la vita, ha detto, «Ma abbiate pazienza, Brunetta c’è». Ed ha avuto la sfrontatezza di aggiungere: «Ed è anche contento di esserci, sono 40 anni che mi curo, non siate così sicuri del fatto che avrei dovuto essere eliminato, selezionato e scartato, preferisco che la ricerca si concentri sulla possibilità di curare me e gli altri ammalati, i miei amici, nel frattempo vivo». Vivo! Si vive anche quando si è imperfetti, si vive anche da ammalati, si vive se si è calvi, si vive se si hanno predisposizioni genetiche di ogni tipo, si vive se si è alti, se si è bassi. Ripeto: la vita è quella meravigliosa sorgente di differenza, di forza, di orientamento verso l’Assoluto, e al tempo stesso di registrazione e accettazione di una certa precarietà dell’esistere, senza la quale noi non saremmo quello che siamo, cioè uomini, donne, ragazzi, ragazze, costruiti per questo tipo di felicità, non per la felicità promessa dalla ciarlataneria, non per la felicità che non esiste, per il fitness, per un benessere tecnicamente costruito, ma per una felicità che sgorga da una nostra ricerca, da un nostro modo di intercettare la bellezza del senso dell’esistere, del passare da questo mondo con la fede o con la ragione, con la fede e con la ragione.
Benedetto XVI con cautela, con prudenza, con intelligenza, ha ribadito che fede e ragione, fede e cultura e ragione, sono alleate in una battaglia umanistica per la salvezza dell’uomo dalle illusioni, dalle illusioni di un deserto, il deserto del relativismo morale. Insomma, togliergli la parola mi sembra un po’ forte, pretendere che taccia mi sembra un po’ forte, pretendere che non si esprima in un paese come l’Italia dove quella voce ha plasmato largamente la cultura, la civiltà, il linguaggio, mi sembra un caso clamoroso di intolleranza. (…) Se è per il cuore, la testa, gli argomenti razionali, la fede, la capacità di mobilitarsi e di riconoscersi nella bellezza della vita, la battaglia è già vinta. Poi vedremo.
Antonio Socci
Io sono molto più dubbioso di Giuliano nel riconoscere la buona fede dei nostri antagonisti. Quando si sente Veronesi che afferma letteralmente sul primo quotidiano italiano che «l’embrione di uno scimpanzé è un progetto di essere umano». Oppure quando si sente Marco Cappato che dice: «La vita comincia dallo spermatozoo», oppure dice che l’ovulo fecondato non ha ancora neanche un sesso, significa che manca l’ABC, probabilmente manca deliberatamente. Io penso che in realtà tutti sanno di cosa parliamo. Tutti. Lo sanno tutti benissimo perché interrogati, interpellati, 50 mila volte, tutti gli studiosi (poi hanno fatto i distinguo, dopo il secondo o terzo passaggio), ma in prima battuta hanno sempre tutti dovuto ammettere, riconoscere quello che tutti i libri di biologia dicono, cioè, che dal momento in cui si incontrano il gamete maschile e il gamete femminile inizia una vita umana, diversa, totalmente altra rispetto al padre e alla madre. Questa è la prima e fondamentale verità, e quindi, la prima e fondamentale verità è che non si deve uccidere. Lo dico con le parole di Norberto Bobbio, che è il papa della cultura laica, non il mio, e affermava: «Mi stupisco che i laici lascino ai cattolici il privilegio, l’onore di affermare che non si deve uccidere». È così difficile da capire? A me non pare. Lo sanno le donne. Perché io non ho mai trovato in vita mia una donna che, una volta rimasta incinta, abbia detto “aspetto un embrione”. Ho sempre sentito donne che dicono “aspetto un bambino”. La seconda verità è che non si trasformano gli altri esseri umani in cose. Prima di Bobbio, un altro papa della cultura laica, Immanuel Kant, l’ha formulato così: non si tratta nessun essere umano come mezzo ma sempre come fine. È difficile da capire?
Io devo sempre superare un grande imbarazzo fisico quando parlo di queste cose. Ho la bocca dello stomaco attanagliata dall’orrore. Non è una discussione pacifica e serena che possiamo fare con calma olimpica. (…) Nella più grande democrazia del mondo, gli Stati Uniti d’America, che tutti noi ammiriamo, non più tardi del secolo scorso, nel 1858, la Corte Suprema in una celebre sentenza nel caso Dred Scott affermava che i neri, la popolazione nera, erano essere umani ma non erano persone. E nel Cinquecento, quando colossali interessi economici spagnoli, avevano scoperto appena il Nuovo Mondo, si stavano concentrando con l’acquolina alla bocca per la conquista delle terre d’oltremare, e quindi per lo sfruttamento della mano d’opera schiavistica degli indios, dovette intervenire il Papa Paolo III e tuonare che gli indios erano veri uomini e chi diceva il contrario era un manutengolo del demonio. La Chiesa per duemila anni ha ricordato che non ci sono esseri umani di serie B, non ci sono esseri umani che si possono ridurre a schiavitù, che si possono trattare da cose, da cavie, da cavie da organi. Non è difficile da capire. È semplice. E io continuo a pensare che sia orrendo che ne dobbiamo discutere e votare su questi aspetti.
Penso che il problema tra l’altro non è appena che gli embrioni siano parificati agli scimpanzé o ai pidocchi, magari! Vi assicuro che la sorte degli scimpanzé e dei pidocchi è molto migliore. Voi sapete che esistono leggi concernenti il divieto di maltrattamenti degli animali: sono state inasprite le pene che prevedono il carcere per l’abbandono e il maltrattamento degli animali, per l’uccisione immotivata. Voi sapete che due anni fa c’è stata una polemica furibonda per le condizioni in cui sono fatte vivere le galline negli allevamenti, nelle gabbie, la regione Emilia-Romagna ha emanato una legge – che poi è stata impugnata dal Governo – in cui si limita fortemente, quasi al limite del proibizionismo, ogni esperimento scientifico dell’industria farmaceutica sugli animali, specialmente cani e gatti. Capite? Noi stiamo discutendo con una cultura che tende a diventare proibizionista quando si parla di esperimenti farmaceutici, per mandare avanti veramente la ricerca scientifica, sugli animali, mentre si pretende di negare agli embrioni, cioè alle più piccole fra le creature umane, ogni diritto fino a trasformarle in cavie.
Penso non sia necessario essere cristiani, essere cattolici per riconoscere che non è una civiltà umana quella dove si uccide indiscriminatamente, dove si assoggettano altri esseri umani solo perché sono più deboli o perché non sono sani. Però, penso – e qui credo che sia il nostro piccolo contributo di cristiani alla battaglia contro il nichilismo e il relativismo etico – che il nostro contributo è quello di poter dire per grazia, per fortuna, per quello che ci è stato dato d’incontrare, che non solo gli esseri umani vanno difesi tutti, ma che “esseri umani è bello”. Noi abbiamo avuto la fortuna di incontrare una persona che duemila anni fa camminava per le strade di Palestina, che ci ha detto: «Il Signore dal seno materno ti ha chiamato. Fin dal grembo di tua madre ha pronunziato il tuo nome. Sei tu che hai creato le mie viscere, mi hai tessuto nel seno di mia madre. Ti lodo perché mi hai fatto come un prodigio, sono stupende le tue opere. Tu mi conosci fino in fondo. Non ti erano nascoste le mie ossa quando venivo formato nel segreto, intessuto nella profondità della terra. Ancora informe mi hanno visto i tuoi occhi, e tutto era scritto nel tuo libro». “Ancora informe mi hanno visto i tuoi occhi, e tutto era scritto nel tuo libro”. Il primo dovere dei cristiani è testimoniare la commozione di chi si è sentito dire così da Dio. Perché, innanzitutto, questa è la speranza che noi dobbiamo portare nel mondo, no? “Essere umani è bello” vuol dire essere amati, annunciare nelle circostanze questa cosa che allieta il cuore, rende grande la vita anche quando può essere nella malattia, nel dolore, nella difficoltà.
C’è anche un’altra cosa che si è delineata chiaramente nelle ultime settimane, ed è la questione della libertà. Non riesco a capire perché il popolo degli uomini, per dirla come dicevano gli indiani Navajos, che siamo noi, perché noi dobbiamo essere cittadini di serie B? Il signor Fassino, e tutti gli altri, più di una volta hanno invitato all’astensionismo elettorale. Ebbene, quando lo fanno i cattolici diventa immorale, diventa illecito, diventa una schifezza, diventa un rifiuto del confronto. Ma quale confronto? Tutti i grandi quotidiani, tutti i grandi settimanali italiani hanno sposato una posizione in maniera plumbea, militare. Tutti belli incolonnati. Voi ditemi, su quale altra questione, su quale altro tema, da destra a sinistra, tutti i grandi quotidiani, tutti i grandi settimanali hanno imposto un solo pensiero unico. Quale?
Quando parla il Cardinale Ruini, salta fuori Scalfari, Repubblica, tutti, non dicono soltanto “ingerenza, interferenza”, no. Si chiede addirittura che venga portato davanti ai giudici, davanti ai giudici. Soprattutto Scalfari rimpiange (nostalgia di gioventù) il Concordato fascista del ’29 perché dice che lì era formulato il divieto a ogni sacerdote e religioso di occuparsi di politica. Poi, che le dichiarazioni di Ruini siano una palese, anzi, macroscopica invasione di campo che interferisce sul libero svolgimento di una consultazione referendaria, mi sembra evidente. Certo il cittadino Ruini non ha i diritti del cittadino Scalfari, ovviamente. Se questa interferenza fosse sollevata dinanzi a un giudice e da questo rimessa davanti al giudizio della Corte costituzionale, penso che si farebbe cosa buona e giusta, ma sì, ai ceppi! Ai ceppi! Spegnetegli le cicche sulle braccia! Non so, che gli vogliamo fare perché ha parlato? Non ho capito.
Parla Marcello Pera, fulmine anche su Pera, non può parlare neanche Pera, no! E lui è un laico, non è cattolico, non è prete, non è vescovo, non può parlare neanche lui. Parla Pier Ferdinando Casini. Niente, fulmine anche per Casini. Non può parlare. Non può parlare nessuno. Non può parlare il Comitato Scienza&Vita. Allora uno dice «qua stanno cercando di rinchiuderci nelle sagrestie!». No! Neanche lì perché è venuto Cappato a denunciare «tutti i preti che nelle sagrestie e in parrocchia parlano del referendum». Anche lì ci vengono a scovare. Dobbiamo andare nelle catacombe. Francamente rimango scandalizzato per il fatto che oggi, di questo incontro, mi è stato detto non è uscita la notizia sui giornali. Però è uscita quella di Fassino. Ma Fassino, si sa, è piccino, è andata pochissima gente da Fassino, noi abbiamo Amicone e abbiamo tanta gente… (…) Che cosa vorrà significare questo? Significa che questi signori ci imbavagliano per cui non si decide solo della vita o della morte, della barbarie o della civiltà, ma anche della nostra libertà, della libertà dei cristiani. Dobbiamo tenerlo presente perché se questi signori vincono al referendum, dal 14 giugno saremo meno liberi, siamo già cittadini di serie B. Perché voi non leggerete mai sul Corriere della Sera l’editoriale di un cattolico o di una persona che abbia un parere diverso da quello del professor Sartori? Nemmeno sul Sole 24 Ore, neanche su Liberazione, neanche sull’Unità? Siamo già cittadini di serie B, diventeremo di serie C.
Noi siamo in tanti stasera, c’è tanta gente con bei volti, belle facce, però stasera non vogliamo soltanto convincerci fra noi, raccontarci delle verità che poi, secondo me, sono ovvie, d’adesso al 12 dobbiamo metterci sotto perché è una questione che riguarda ognuno di noi, e l’aspetto decisivo sono i cattolici praticanti, l’esito di questo referendum lo decidono i cattolici praticanti. è una verità statistica questa. Non si tratta neanche di andare a fare chissà cosa per le strade, basta che ognuno di voi che la domenica va a Messa, si prenda la gente che va a Messa, si prenda il parroco, si prenda il sagrestano, il presidente del consiglio parrocchiale, da ora al 12 e faccia capire quello che c’è in gioco. Non uscite da qui con l’idea che avete sentito tante cose belle o brutte, ma cercate di uscire da qui con un compito, con una cosa che noi dobbiamo fare, con una responsabilità. La grande responsabilità che abbiamo è quella di dire che è bello essere umani, perché siamo amati, siamo voluti, siamo voluti da Dio. Questa è la grande responsabilità, il grande compito della vita.
E poi c’è quella più piccola, responsabilità piccola per modo di dire, che è quella di salvare migliaia di vite umane e di salvare la civiltà e di salvare anche la nostra libertà. Lo so che qualcuno di voi penserà, beh, la gonfia un po’, fa un po’ il demagogo, la mette un po’. No! non è così, perché il piano inclinato, i piccoli passi, sono quelli che hanno portato alcuni paesi, e lo sappiamo bene nel Novecento quali sono stati, alla barbarie totale. è stato un piano inclinato apparentemente impercettibile. Ratzinger ha capito cosa era il nazismo da bambino, negli anni Trenta, perché un suo cuginetto, affetto da sindrome Down, a cui era molto attaccato, un bel giorno fu portato via dai gendarmi per “curarlo meglio” e qualche giorno dopo si seppe che questo bambino era morto di polmonite. E come lui tanti altri casi. Cominciò così, capite? Cominciò così, e cominciò anche con il fatto che tanta gente sì si preoccupò, si addolorò, ma non fece niente, ma non disse niente. Io non voglio essere di quelli, tra sessanta anni io vorrei, se fossi vivo, vorrei poter guardare negli occhi i miei nipoti e i miei figli e l’umanità che ci sarà.
Luigi Amicone
(…) Negare l’evidenza è la prima violenza, diceva Giovanni Paolo II. La prima violenza è la menzogna, la prima violenza è la falsificazione, è negare l’evidenza, oltre che essere la prima follia. (…) Soltanto che la realtà è più testarda.
Il problema di questo referendum, e di tutto ciò che seguirà, è il problema della conoscenza. Le opinioni costruite dal potere sistematicamente operano per diffondere nel popolo l’idea che l’unico problema è la libertà di scelta, cioè gli automatismi della tecnica o del desiderio in astratto. Mentre l’unica resistenza possibile, da qualunque parte si provenga, si sia cristiani, atei, ebrei, buddisti. musulmani, è la resistenza di un popolo, la resistenza di uomini interi. è un problema di conoscenza. Questa è la battaglia per il referendum, e per il resto che ci aspetta. Noi semplicemente stiamo di fronte alla realtà difendendo l’evidente. Questa è la goccia di resistenza che prima o poi vincerà; non so quanto tempo occorrerà, ma qualunque uomo, perfino Fassino, a un certo punto, grazie a questa goccia, può sorprendersi e cambiare.
(Perugia, sala dei Notari, 30 .05.05. Appunti non rivisti dagli autori)
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