La nuda verità? Non sta in Italia
La scorsa settimana abbiamo segnalato un pubblico scandalo editoriale italiano. Uno dei libri più intensi, più belli e più drammatici sulla tragica storia dei gulag sovietici, La nuda verità, è stato rifiutato da ben 15 editori italiani, quelli che, di fatto, comandano la cosiddetta distribuzione. Lev Razgon, nato a Gorki nel 1908 e morto a Mosca nel 1999, ha passato 17 anni tra lager staliniani e confino, fu riabilitato nel 1955, fondò con Sacharov l’Associazione di studi “Memorial”. Per cercare il libro di Lev Razgon, si deve promuovere una sorta di “caccia al tesoro”. Sconosciuto in quasi tutte le librerie italiane, ignoto ai grandi raider editoriali. C’è voluta la “soffiata” di qualche amico e una telefonata alla meritoria casa editrice di Napoli, “L’ancora del Mediterraneo”, per acquistare il libro e per leggerne le splendide pagine. Un percorso quasi da samizdat, al quale Razgon era già abituato, ma nell’Unione Sovietica di triste memoria. Ovviamente il libro, pubblicato in queste condizioni di semiclandestinità (non certo per demerito della coraggiosa casa editrice) ha venduto finora solamente 800 copie in tre anni. Per comprendere come è stato accolto in Italia, basta pensare alla risposta di qualche “genio” dell’Einaudi, già di proprietà berlusconiana: «è ora di finirla di parlare male dell’Urss!». Il che la dice lunga sulla schizofrenia della comunicazione complessiva degli apparati che dovrebbero fare riferimento, diretto o indiretto, al presidente del Consiglio, accusato costantemente di “conflitto di interessi”. Il libro era stato raccomandato da una delle più grandi slaviste, Julia Dobrovolskaja, come uno dei testi più significativi «dopo quello che era stato scritto da Solzenicyn». Domanda: è ancora possibile aggiungere qualcosa a quanto hanno raccontato Salamov, Herling, Solzenicyn? Gli anni sono gli stessi, quelli del terrore e comune lo scenario: il Gulag dove non c’erano solo le pallottole ma erano tanti i modi di ammazzarti (per uno che veniva fucilato dieci morivano di “morte naturale”). Quell’esperienza agghiacciante reclama verità e bisogno di ricordare. Scrive Razgon: «Io non ho dimenticato, anzi questo pensiero non ha mai abbandonato la mia mente. Non ho dimenticato e non voglio dimenticare. Infatti, questo non è un libro su di me, ma su quanti come me sono stati rinchiusi e che ora non ci sono più e nessuno ricorda». Come quelli dell’Einaudi e gli altri 14 editori italiani.
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