La pace preventiva di Annapolis
Speranza, piacevole sorpresa, entusiasmo. Scetticismo, rabbia, scherno. Le reazioni agli esiti della conferenza di Annapolis si collocano lungo tutto l’arco degli umani sentimenti, a seconda del luogo e delle persone a cui la notizia giunge. Non c’è dubbio che lo scetticismo prevale (stando ai sondaggi) fra le masse popolari israeliane e palestinesi, la speranza presso gli americani e gli europei, la rabbia a Teheran e a Gaza. Sia come sia, le dinamiche messe in moto da Annapolis sono destinate a durare nel tempo e meritano di essere messe sotto la lente di ingrandimento una per una, con l’aiuto di osservatori di prestigio ed esponenti delle parti in causa.
La prima questione è certamente quella intorno alla credibilità e serietà del processo. Abbas, Olmert e Bush non sono sicuramente i leader politici più solidi del momento. Come potranno far ripartire il negoziato di pace più difficile del mondo? «Quello della debolezza politica di Olmert e Abbas non è un argomento serio», replica padre David Jaeger, francescano israeliano già portavoce della Custodia di Terra Santa. «I governi sono sempre in grado di governare. Rabin riuscì a far passare gli accordi di Oslo mentre era a capo di un governo di minoranza. E Olmert è riuscito a mantenersi in sella nonostante tutte le profezie sulla caduta del suo governo. Per parte palestinese, le difficoltà riguardano il ruolo dell’Autorità palestinese, ma il negoziato lo conduce l’Olp! Se si realizza il trattato di pace, la situazione cambierà radicalmente sia nei Territori che in Israele. Perché la stragrande maggioranza dei palestinesi nei Territori aderirà e anche gli israeliani, davanti a una soluzione che ha l’appoggio mondiale, faranno lo stesso».
«Non ho nessun dubbio che il governo Olmert sarà ancora in carica di qui a un anno, che è il tempo che ci siamo dati per concludere il negoziato», ci dice da Annapolis Hanna Siniora, membro del Consiglio nazionale palestinese e presidente della Camera di commercio euro-palestinese. «Quanto al presidente Abbas, la presenza qui negli Stati Uniti dei rappresentanti di tanti paesi arabi chiarisce che egli ha un sostegno vastissimo nel mondo arabo, e questo lo aiuterà molto nel suo confronto interno al mondo palestinese coi radicali e con Hamas». «La debolezza dei leader paradossalmente è un fattore positivo per le prospettive della pace», spiega Vittorio Emanuele Parsi, analista di politica internazionale docente universitario. «Bush, Olmert e Abbas devono scegliere se passare alla storia rispettivamente come il presidente dell’insuccesso iracheno, il primo ministro del fiasco libanese e l’uomo che ha perso il controllo di Gaza. Oppure decidere il salto di qualità, assumendosi dei rischi e concedendo qualcosa agli altri. L’America forte di Clinton non è riuscita a fare ingoiare agli arabi una pax troppo americana. Adesso la debolezza di tutti rende più facile una pace di compromesso, che non è la vittoria di nessuno, quindi di tutti».
Jaeger è perplesso sul ritorno alla roadmap del 2003: «La forza di Annapolis sta nell’essere una ripresa del modello di Madrid 1991: volontà bilaterale di concludere un vero e proprio trattato di pace, grande mobilitazione e sostegno internazionale a tale volontà, per fornire mezzi politici e finanziari di cui i due interlocutori non dispongono. Non mi è chiaro cosa abbiano inteso i tre leader nel resuscitare la roadmap, che ricalca invece il modello non riuscito di Oslo: concentrazione su tappe intermedie che risolvono problemi circostanziati. L’esperienza ha insegnato che questo modello “consuma” tutta l’energia negoziale senza arrivare alla pace. Storicamente non ha fatto che ritardare il negoziato di pace. La roadmap si muove nell’ottica della “gestione del conflitto”, è stata concepita mentre era in corso la cosiddetta seconda Intifada, le cui violenze si volevano spegnere. Annapolis si muove nell’ottica della “soluzione del conflitto”. I problemi intermedi col trattato di pace vengono tutti risolti. E non dimentichiamo che il governo israeliano a suo tempo impose 14 correzioni al testo base della roadmap, che non sono state recepite dagli altri attori». «Per noi si trattava soprattutto di impegnare Olmert su una data, e ci siamo riusciti», dice Siniora. «E di ottenere che gli Usa si impegnassero a svolgere un ruolo di monitoraggio dei progressi del negoziato. Uno degli sviluppi più importanti di Annapolis è che il presidente Bush ha immediatamente nominato l’ex comandante in capo della Nato generale Jim Jones per svolgere questo compito».
La più grossa sorpresa della conferenza di Annapolis è stata sicuramente la partecipazione della Siria, pur decisa all’ultimo momento. «La Siria è venuta ad Annapolis per sfuggire ad un isolamento crescente», commenta per noi da New York il noto analista politico Edward Luttwak. «A settembre gli israeliani hanno colpito le strutture del progetto nucleare segreto che i siriani stavano sviluppando nel nord del paese, vicino al confine con la Turchia. Nessun paese arabo ha espresso solidarietà, e quella dell’Iran è stata puramente verbale. Nella base c’era un costosissimo reattore nordcoreano. La Siria si è sentita isolata e ha deciso di riavvicinarsi agli arabi». «Per la Siria – spiega Parsi – l’alleanza con l’Iran è importante nell’ottica del suo conflitto con Israele, però vede che tale alleanza la relega nel girone degli stati canaglia e la isola da tutto il mondo arabo. Non è un mistero che il mondo arabo era presente in massa ad Annapolis anche per controbattere l’influenza iraniana in Medio Oriente. Mentre l’Iran alzava la bandiera della Palestina ai palestinesi attraverso la guerra totale a Israele, gli arabi hanno alzato la bandiera diversa della Palestina ai palestinesi attraverso una pace giusta. La Siria ha capito che mettersi, in questo momento, contro questa bandiera sollevata dagli arabi avrebbe potuto avere conseguenze negative di lungo periodo. Poi, se la pace salta, la Siria proseguirà la politica filoiraniana». Ottimista invece Siniora: «Un altro sviluppo positivo è la decisione di tenere una conferenza a Mosca entro tre mesi dove verranno trattate la questione siriana e quella libanese. Speriamo che questo porti la Siria a distanziarsi dall’Iran».
Altro tema di discussione è di quanto la conferenza di Annapolis sposta il giudizio sulla presidenza Bush e i risultati della sua politica internazionale. «In Europa parlate sempre di fallimento delle politiche di Bush, ma sbagliate», protesta Luttwak. «Ad Annapolis Bush ha saputo riunire tutti i governi arabi contro l’estremismo islamico. Gli estremisti non hanno più udienza presso i governi. Poi ha riattivato il conflitto fra sunniti e sciiti in tutto il Medio Oriente, e questa è una buona notizia per quelle regioni del mondo che soffrono la pressione politica del mondo musulmano: Israele, Europa ed India. Anche se il processo negoziale israelo-palestinese dovesse fallire, questi altri sono autentici successi».
Il nuovo equilibrio
Meno cinico e più critico Parsi: «Gli americani hanno cominciato a ragionare sul quadro strategico cambiato in Medio Oriente: prima dell’intervento in Iraq l’ordine mediorientale era fondato su tre punti: il ruolo egemonico degli Stati Uniti off-shore, fuori dalla regione; la superiorità militare di Israele e il ruolo politico-finanziario dell’Arabia Saudita. Oggi gli Usa sono un attore della scena mediorientale: non tengono sotto scacco il Medio Oriente, ma sono presenti e prendono schiaffi. Quanto a Israele è ancora militarmente superiore agli altri, ma dopo la guerra dell’anno scorso con Hezbollah non ha più l’aura di invincibilità. E l’Arabia Saudita deve guardarsi dalla crescita dell’influenza iraniana in tutta la regione, compresi il Libano e Gaza. Tutto ciò mette in movimento la politica americana. Questo non significa mettere in discussione l’amicizia con Israele, ma spiegare agli israeliani che in un quadro strategico cambiato bisogna cambiare strategia. Gli israeliani sembrano favorevoli: tanto che Olmert è andato ad Annapolis e ha fatto un discorso sincero. Tutti i leader hanno parlato in maniera molto sincera».
«Se la volontà degli attori è quella manifestata ad Annapolis, alla pace si arriva certamente di qui alla fine del 2008. Perché non c’è niente da inventare, le soluzioni possibili sono già state espresse a Taba nel 2002 e a Ginevra nel 2003», conclude Jaeger. «Per quanto riguarda le frontiere, Gerusalemme, gli insediamenti dei coloni e il diritto al ritorno dei palestinesi, le soluzioni realistiche possibili sono già delineate, serve solo qualche limatura. Serve la volontà delle parti e il sostegno politico ed economico della comunità internazionale per indennizzare coloni che dovranno spostarsi e profughi che non potranno rientrare o che si insedieranno nel nuovo stato palestinese». Questo è il traguardo. Per adesso da Annapolis ci portiamo a casa la nascita di una Santa Alleanza anti-iraniana e la ripresa del negoziato fra palestinesi e israeliani.
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