La parrocchia è rossa, il don la molla

Di Lenzi Massimiliano
28 Settembre 2006

Siena. La chiesa di Santa Cristina vergine e martire è spesso semivuota, la gente vota quasi tutta a sinistra e il parroco chiede all’arcivescovo di chiudere la parrocchia, di essere trasferito da un’altra parte e di «non mandare nessuno al posto suo» tanto in quel borgo sono tutti miscredenti e un pochino comunisti. La protesta di don Pierluigi Filliol, 41 anni, dal 2003 parroco di Castel San Gimignano, piccola frazione nella diocesi di Siena, quando è scoppiata, un paio di settimane fa, ha fatto gridare alla solita saga dei Peppone e don Camillo. Qua, però, è diverso perché siamo nel 2006, nel cuore della Toscana rossa e parecchio anticlericale. Sarà per la schiettezza di questo sacerdote piemontese, nativo di Pinerolo, che ha messo la sua rabbia e i suoi rimproveri di pastore per iscritto, in una lettera aperta ai suoi parrocchiani, pubblicata sul bollettino parrocchiale che circola ogni settimana tra i fedeli.
Don Filliol nel suo j’accuse se la prende soprattutto con l’atteggiamento culturale che serpeggerebbe tra la gente senese. «Non si può – lamenta nella lettera – essere cattolici e al tempo stesso infischiarsene del proprio stile di vita. Convivere e non sposarsi, essere favorevoli all’aborto, senza tentennamento alcuno, e ai matrimoni gay o altre posizioni del genere». La cosa che ha destato sorpresa nella sua arringa contro un intero paesino che avrebbe smarrito la fede, è stata soprattutto la coloritura politica che lui ha voluto dare alla propria protesta. «Qui – confidava ai pochi fedelissimi della parrocchia – hanno votato tutti per l’Unione di Prodi, Bertinotti e D’Alema. Oggi, magari, si lamentano per alcune scelte di questo governo, ma gli elettori della sinistra sono tanti e mi sto rendendo conto che in questa parrocchia i cristiani cattolici sono pochissimi e negli ultimi tempi son buoni soltanto a organizzare gite e ad andare alle fiere di paese».
La protesta, anche mediatica, di Don Filliol è finita, giocoforza, sul tavolo della Diocesi di Siena dove l’arcivescovo Antonio Buoncristiani ha dovuto gestire la bega con estrema cautela. Mediare, tra la passione di un prete disilluso da un intero paesino, è la sobrietà della Chiesa. «Non posso lasciare una parrocchia vacante»: questo il messaggio del vescovo Buoncristiani che, cogliendo la difficoltà della situazione, ha deciso di accogliere la richiesta di trasferimento di don Filliol. «Se ne tornerà nella sua Pinerolo», tra la gente piemontese che, dice il prete, «ha ancora timore e rispetto di Dio». Certo, in questa vicenda dai toni surreali (e anche piuttosto melanconici) resta, in concreto, la denuncia dell’ormai ex parroco di Castel san Gimignano. «Io l’ho constatato ogni giorno – sottolinea – durante le sante Messe, ma la mancanza di appartenenza religiosa, di identità nell’avvicinarsi a Cristo quasi come un abitudine e non con la fede, la si riscontra anche al di fuori di Castel San Gimignano. Io ho soltanto perso la pazienza».

Articoli correlati

0 commenti

Non ci sono ancora commenti.