LA PETIZIONE ATEA DI MASTRO BOBBIO
Nel suo libro, scritto con Aldo Cazzullo, Il mistero di Torino Vittorio Messori sostiene che «l’ideologia piemontese è atea, forse, nei fatti, negli studi, nelle prospettive, ma, tranne in qualcuno, non fa professione di ateismo conclamato. Questa loro cultura è di scorza durissima, perché durissimo è il suo agnosticismo.(.)». Messori parla di Bobbio, Luigi Firpo e Alessandro Galante Garrone, i suoi antichi “maestri”. Questa la loro prospettiva: le grandi domande sull’origine, il senso, il destino finale della vita sono cose da adolescente, da liceale, da età dei brufoli, non domande che un adulto, per giunta colto, si possa permettere. Inoltre: la dimensione del religioso è privata, deve restare – se c’è – in interiore hominis, è impudicizia imbarazzante parlarne, foss’anche tra pochi, tra amici, addirittura tra intimi. In ogni caso – e pure qui i miei maestri furono unanimi, anzi particolarmente trancianti – l’uomo di fede è da rispettare, ma solo se non pretenda di far derivare da quella fede una qualunque conseguenza sul piano sociale, politico o anche culturale. (.). La loro era una petizione di principio. Il principio, cioè, che il dilemma fede-ateismo fosse irresolubile con la ragione. Da qui, la scelta obbligata dell’agnosticismo e del laicismo rigorosi, la rimozione del problema, il rifiuto di approfondire». Ricorda Messori: «Bobbio mi espresse il timore che accettare una Verità porti all’intolleranza tra individui e popoli».
Andrea Pennini
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