La politica non ha più bisogno dei cattolici?

Di Giancarlo Tettamanti
13 Ottobre 2020
Si accresce così la frammentazione sociale e la precarietà dell’esistenza, e si scava un fossato sempre più profondo tra i soggetti sociali e le generazioni.
L'aula della Camera dei deputati

Il nostro Paese sta vivendo una crisi gravissima, dovuta alla “pandemia”, la quale tuttavia non è la causa principale. Negli ultimi anni il Paese ha conosciuto altri momenti di difficoltà economiche, politiche e sociali. Ma quella presente si può senz’altro definire una “crisi generale”, perché in essa convergono molti fattori. La gravità della situazione – al di là degli slogans che giorno dopo giorno ci vengono propinati – prima ancora che economica e politica, è culturale. Occorre rendersi protagonisti attivi e consapevoli di una società più giusta e più partecipata, nella quale vengano salvaguardati i presupposti di libertà, solidarietà e giustizia.  

Purtroppo sta crescendo, anche tra i credenti, l’opinione che la politica non ha più bisogno dei cattolici.

Oggi ancor più di ieri il progetto di ristrutturazione teso ad integrare le spinte sociali attraverso un innalzamento del tenore di vita, ha dimostrato tutte le sue contraddizioni. Esso doveva essere reso possibile da un grade incremento di produttività del lavoro dovuto all’uso di nuove e più moderne tecniche di produzione, capaci di uno sviluppo quantitativamente illimitato. Tutto ciò è rimasto nel limbo delle buone intenzioni. Le sacche di povertà si sono paurosamente allargate. Si va giornalmente pagando un elevatissimo costo umano di emarginazione ed esclusione. E questa è la prima causa di malessere e di divisione all’interno della nostra società. È entrata in crisi l’ideologia del progresso e della crescita quantitativa che non ponga al centro l’uomo con i suoi reali bisogni e le sue attese.

Oggi ancor più di ieri si manifestano gli enormi costi sociali che accompagnano il processo di dissociazione della famiglia. Essa ha sempre prodotto una quantità di servizi mai monetizzati, ma non per questo meno reali. Quando i genitori si disinteressano dell’educazione dei figli, occorre supplire socializzando in maniera crescente l’educazione. Quando i figli si rifiutano di assistere i genitori nella vecchiaia emerge il problema dell’assistenza sociale degli anziani. Il fabbisogno di sicurezza sociale diviene sempre maggiore, senza che si riesca a creare nei cittadini la necessaria soddisfazione, e a salvare la condizione giovanile e quella degli anziani da una sensazione di deprimente inutilità e di abbandono.

Oggi ancor più di ieri, con il processo di dissoluzione della famiglia, è entrato in crisi anche il processo di promozione di personalità coscienti. Ogni uomo, in quanto vive un istante, ha un “valore” a cui uniformarsi e per il quale vale la pena di vivere quell’istante. Questo “valore” spesso viene negato. L’essere per un “valore è, infatti, elemento costante e strutturale dell’esistenza umana.  Solo attraverso un’educazione continua si impara ad unificare la vita intera ad un “valore più grande” e quindi a concepire la propria e l’altrui vita, non come un insieme di frammenti slegati, ma nella loro totalità, come un insieme coerente. Solo dando un senso compiuto alla vita, si è poi in grado di superare la sempre più diffusa instabilità esistenziale che è effetto della mancanza di valori interiorizzati. Conseguenza di questa crisi di significato è il rifiuto della responsabilità e la scelta di una precarietà di vita e di un impegno con l’esistenza.

Oggi le decisioni che contano sono prese per lo più da una élite dirigente assai ristretta – e alle volte da un uomo solo al comando – che considera unicamente le esigenze di funzionamento del sistema economico/sociale senza fare alcun conto dei valori in nome dei quali è stata legittimata a governare dal voto popolare. E una pianificazione centralizzata delle decisioni e la regolamentazione burocratica sulle quali si regge la vita dello Stato giungono al massimo di astrattezza e di estraneità ai fini umani, e hanno una immagine di arroganza ingiustificata noncurante di porre l’uomo contro l’uomo, il cittadino contro sé stesso. Si accresce così la frammentazione sociale e la precarietà dell’esistenza, e si scava un fossato sempre più profondo tra i soggetti sociali e le generazioni.

Il potere invade totalmente la mentalità della persona, ne cerca il consenso e per questo riduce e soffoca i desideri che costituiscono l’IO” (Luigi Giussani)

In questo marasma di incertezze e di labilità, si pone la responsabilità dei credenti tutti. Occorre dare un giudizio culturale al momento che stiamo vivendo, giudizio che non può prescindere dal modo di concepire l’uomo, la famiglia, la stessa vita di un popolo solidale. I problemi che la comunità sociale deve affrontare sono gravi e hanno caratteristiche diverse: etica esistenziale, famiglia, servizi, educazione e formazione, occupazione e lavoro, fisco, immigrazioni ed emarginazioni… Tutti problemi che debbono essere affrontati in un’ottica culturale più aderente ai bisogni dell’uomo.

La vita nel nostro Paese non è rispettata. Urge una legislazione che rispetti il diritto alla vita di ogni essere umano e che attui il dettato costituzionale in ordine alla famiglia. Nei discorsi di molti uomini politici si ricorre spesso ai valori della Costituzione, ma poi all’atto pratico sono i primi a disattenderli con normative mortificanti. Serve, di conseguenza, una programmazione tesa alla concretizzazione di leggi conformi a tali principi.

La famiglia – si dice – è centrale alla vita del Paese. Ma dire che la famiglia è fondamento della società significa ribadire che la famiglia è anche fondamento della persona, della sua identità, della sua crescita, del suo equilibrio, e persino della sua autonomia. Ciò significa che la famiglia, per questa sua funzione, è forza sociale e soggetto politico con la quale vanno concretizzate procedure di dialogo, di confronto e di consultazione circa le scelte ideali ed operative sociali e politiche (cosa invece che il mondo politico disattende ed ignora).

La riorganizzazione dei servizi, nel nostro Paese, è problema da affrontare con estrema urgenza. I servizi sociali e sanitari non sono in funzione della persona e della famiglia. I servizi debbono andare incontro alle esigenze del cittadino riferendo i suoi bisogni all’intero contesto della famiglia in cui vive. Da qui la necessità di operare in tal senso, riconoscendo e promuovendo il rispetto alle realtà di base che intendono rispondere concretamente a tali bisogni.

Anche la politica scolastica ed educativa va ridefinita. Il riconoscimento alla famiglia della libertà di educazione e quindi della scelta della scuola è condizione non rispettata nel nostro Paese. Esso è fondamento di sostanziale democrazia, così come lo è la possibilità di offrire senza condizionamento alcuno un pubblico servizio formativo/scolastico indipendentemente dalla titolarità gestionale. L’uguaglianza dei cittadini anche nel settore formativo/scolastico è elemento di giudizio per quanti sono attenti alle sorti del Paese e al bene comune. La famiglia non può essere sempre immolata sull’altare dell’economia.

E’ su questi valori che deve ricompattarsi la promozione culturale, sociale e politica. E’ attorno a queste prospettive operative globali che va rivendicata una unità del soggetto cristiano e del suo criterio di giudizio. E’ nei riguardi di questo impegno individuale e comunitario che va intrapresa una nuova, più ferma e profonda corresponsabilità, capace di “rendere ragione della propria fede e della propria speranza”.

“Sui grandi temi – la vita, la giustizia, la pace e la guerra, la situazione dei poveri nel mondo, …. – si dice erroneamente: ciascuno si tenga la propria opinione, e poi al massimo si giunge ad un confronto democratico per mezzo di libere votazioni. Ma chi agisce così disconosce che la democrazia suppone una Verità e una giustizia autentiche” (Carlo Maria Martini)

In quest’ottica va promossa e valorizzata la “cultura della responsabilità”: essa deve fortificare quella posizione originale dell’uomo da cui scaturiscono desideri e valori. Questa cultura nasce, infatti, dal “fondamento delle trascendente dignità di ogni uomo che la rende possibile e nella quale è offerto in modo vivo ad ogni singolo cittadino il senso del vivere insieme agli altri mediante una fitta trama di interazioni positive tra i vari livelli della convivenza civile: da quelli personali, di categoria e di gruppo, a quelli più ampi che investono la dimensione nazionale e gli interessi generali” (Giovani Paolo II, nel messaggio alla XVII Settimana Sociale).

Da qui quel “Progetto Culturale che ha avuto inizio nel 1994 ed è durato sino al 2013. Quel Progetto va ripreso, il suo accantonamento è stato un grave danno. “Si tratta di mettere in rapporto fede e cultura, attraverso un lavoro educativo e formativo, coinvolgendo tutte le forze vive che ci sono. Penso sia molto importante ristabilire una maggiore sinergia fra i laici cristiani e l’istituzione ecclesiastica. Ritengo che oggi questo sia ancora possibile, è solo questione di fare una scelta più chiara. Questo non è clericalismo, assolutamente!” (Card. Camillo Ruini, nell’intervista rilasciata a Tempi, settembre 2020).

L’attuale contesto sociale e politico chiama a rivendicare il primato della società sullo Stato, e cioè del tessuto creato da rapporti dinamici tra persone, attraverso la creazione e il rispetto delle aggregazioni che rappresentato le comunità intermedie e che esprimono la libertà dei cittadini potenziata dalla forma associativa. E la chiama all’impegno in favore dell’educazione, della famiglia, della scuola, del mondo del lavoro, dell’organizzazione dei servizi e dello Stato, in una prospettiva dinamica capace di rendere vivo tutto l’assetto sociale e di salvare la cultura della responsabilità e della corresponsabilità attraverso il superamento dell’appiattimento e dell’omologazione culturale in atto, nonché del conseguente smarrimento dei giovani e del preoccupante cinismo degli adulti.

L’uomo si distrugge con la politica senza principi, il piacere senza coscienza, la ricchezza senza lavoro, la sapienza senza carattere, gli affetti senza morale, la scienza senza umanità, la religione senza fede, l’amore senza sacrificio” (Mohandas Karamsciand Gandhi): è dalla distruzione che ne proviene da questi atti che ognuno è chiamato a dare il proprio contributo affinché tanto i singoli, quanto le comunità, possano salvarsi. Un contributo fatto di testimonianza, di idee, di progetti, di presenza e di impegno.

Non va taciuto che il più grande dramma che l’uomo – volente o nolente – può vivere è l’assenza di significato della propria vita o l’assenza del desiderio di volerlo conoscere. Infatti – volente o nolente – ogni suo gesto o decisione afferma la sua dipendenza da quello che intuisce o accetta la situazione, o la migliore corrispondenza, all’altrettanto fondamentale e originale bisogno del cuore di una definizione affermazione della vita. Si può vivere nella dimenticanza di questa dimensione a patto, però, di non stupirsi poi della qualità della vita personale, associata, comunitaria in cui siamo inseriti e del continuo degrado di quell’ordine di rapporti  azioni che dovrebbero essere funzione del “bene comune”.

Poiché è sotto gli occhi di tutti come sia attuale questo dramma nel nostro Paese, e nelle nostre coscienze, e come sia forte la tentazione di risolvere la voglia di cambiamento con l’operazione farisaica ed ipocrita della riscrittura delle regole, sembra importante richiamare ognuno e tutti al senso di responsabilità e al dovere di una presenza testimoniale come prima traccia di un sentiero che deve portare alla ricerca dei modi per liberare tutte le energie culturali che esistono e sono vive, e che cercano uno spazio nuovo perché meglio accordati con un bisogno sociale. “C’è bisogno di buoni cristiani, capaci di aperture e di dialogo con tutti, nella Verità e nel rispetto della nostra storia, delle nostre tradizioni, ma decisi ad andare incontro all’uomo” (Angelo Scola)

Certo: il contesto storico è cambiato, non è cambiata la realtà dei fatti, non è cambiata la necessaria tensione ideale del credente di trovare le ragioni all’attuazione del “bene comune”. Così come sembra importante richiamare ognuno di noi a riflettere sul disinteresse latente circa il valore della “corresponsabilità” e del suo insostituibile apporto all’evoluzione democratica ed al progresso culturale e etico/sociale della nostra comunità nazionale, rimotivando l’attenzione all’articolazione della comunità in una pluralità organica di corpi e di istituti sociali, dove ciascuno e tutti possano essere protagonisti della propria storia. “L’amore cristiano spinge alla denuncia, alla proposta e all’impegno di progettazione culturale e sociale, ad una fattiva operosità, che sprona tutti coloro che hanno sinceramente a cuore la sorte dell’uomo ad offrire il proprio contributo.” (Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace)

Foto Ansa

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