La preghiera di quei visi feroci
I selvaggi di Apocalypto hanno facce terribili e bellissime. Perché sono bestie, infangati, feroci nella caccia e avvolti di notte dal riverbero rosso delle fiamme dei fuochi. Ma in quei loro occhi neri è limpidamente leggibile l’ansia di vivere, e l’orrore della morte; la paura, quando un fruscìo avverte del nemico in agguato, e la preghiera, quando l’oscurità li sovrasta e li ingoia. Assolutamente uomini gli indios nella trepida tenerezza delle madri, e negli sguardi sbalorditi dei figli. Negli occhi di vittime e inseguiti riconosci lo stesso terrore di prede degli ebrei nei lager; nella arroganza sadica dei capi maya, come nella spietata disciplina delle loro milizie, avverti la profezia di altri Poteri in attesa di sorgere, secoli dopo. Gli uomini, sono sempre uguali, dice Gibson nelle facce di Apocalypto, e sempre ugualmente feroci (come già aveva detto in The Passion, degli ebrei quanto dei romani). Eppure sempre tendenti a ricominciare, a cercare un luogo in pace in cui crescere i propri figli: a vivere. Che, di nuovo, verranno al mondo con occhi spalancati, nella domanda implorante di una possibile felicità.
Ci sarebbe piaciuta, nell’ultima inquadratura, un primo piano dei conquistadores, in cui ci si facesse riconoscere anche nei loro volti la stessa ansia, e la stessa ferocia. Già, sempre uguali, gli uomini, nella foresta come in una tranquilla cittadina brianzola. Ed eterne le loro preghiere, come l’invocazione della india prigioniera a una “madre” buona, che dal cielo protegga i suoi figli.
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