La pubblica conversione di Tony Blair insegna una nuova laicità a tutta l’Europa
Che dire di Tony Blair che fa annunciare pubblicamente la propria conversione al cattolicesimo? Che c’è una buona ragione perché i politici si occupino di religione: anche i credenti votano. Perciò non si contano gli outing in materia. A un Berlusconi che si autocertifica leader cattolico erede, absit injuria verbis, di Sturzo e De Gasperi fa eco un Fassino che improvvisamente si dichiara credente da un bel po’. E i pellegrinaggi veltroniani a Barbiana? I care, sì, ma del consenso dei cattolici. Più che legittimo, si intende. Del resto è storia vecchia. Enrico III di Navarra per diventare Enrico IV di Francia si convertì, da ugonotto che era, al cattolicesimo: Parigi val bene una messa, appunto. Era il lontano 25 luglio del 1593. Quanto a Blair, i maliziosi potrebbero osservare che dichiararsi cattolico in un paese dove l’anglicanesimo è Chiesa di Stato non avrebbe certo portato consensi. Dunque è stata una scelta di politica del consenso quella di posticipare l’annuncio rispetto alle dimissioni da premier. Eppure. È una scelta politica anche l’annuncio pubblico di una decisione, che poteva benissimo rimanere consegnata alla dimensione privata, in interiore homine. Che cosa sta alle spalle della scelta religiosa pubblica di un uomo che continua ad essere un politico? Semplicemente la testimonianza personale che la religione ha e deve esercitare un ruolo pubblico nella costruzione della polis.
Nella versione anglicana il carattere pubblico consiste, in realtà, nell’assoggettamento della religione allo Stato: la Chiesa quale instrumentum regni. L’atto di nascita della Chiesa anglicana è uno scisma politico-istituzionale promosso dalla monarchia inglese nei confronti della Chiesa cattolica. La regina ne è a tutt’oggi formalmente “supremo reggente”. Ma tanto la versione “anglo-cattolica”, nata nel 1833, della quale fu uno dei leader John Newman, quanto la versione cattolica del cristianesimo rivendicano l’indipendenza dallo Stato e, contemporaneamente, la necessità di non separare la vita sociale, culturale e politica dalla dimensione religiosa. La “conversione” pubblica di un leader politico europeo della statura di Tony Blair segnala agli altri leader europei l’urgenza di una ricollocazione della dimensione religiosa nelle società europee. E forse costituisce un’autocritica a-posteriori della scelta inglese di opporsi all’inclusione nella Costituzione europea del richiamo alle radici cristiane.
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