La radio che reinventò il telefono

Di Manes Enzo
18 Gennaio 2007

Pochi mezzi, tante idee. Tutto si può dire di Radio Popolare tranne che sia una radio priva di guizzi. Per dirne una. Un microfono aperto in occasione di un fortissimo temporale che stava arrivando su Milano. Partì una diretta dell’evento con gli ascoltatori cronisti improvvisati che guardando fuori dalla finestra raccontavano l’incedere della minaccia. Così la radio seguiva il temporale in tempo reale: quartiere per quartiere, emozione per emozione. Una cosa semplice, minimalista, ma di grande efficacia radiofonica. Ma Rp è anche quella della interviste impossibili, come al bandito Renato Vallanzasca quando ancora era latitante e che un giorno si presentò in radio dopo aver fatto acquisti nella prestigiosa via Montenapoleone. E, durante gli anni di piombo, la sera del 7 gennaio, appresa la notizia dell’assassinio di due giovani di destra a Roma davanti alla sede del Msi di via Acca Larentia, chi è di turno decide di aprire i telefoni e, cosa impensabile per quei tempi, giunge immediata la telefonata di un ragazzo che si professa fascista. Parla, nessun insulto. Si ragiona in modulazione di frequenza. Altri chiamano. La diretta procede per una buona parte della notte. Drammatica e vera. Cade così il tabù del fascista che non doveva parlare in una radio di sinistra.

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