La ragazza con l’orecchino di perla

Di Simone Fortunato
19 Marzo 2004
Delft, 1665: una timida servetta finisce per far da modella per un celebre pittore.

Melodramma d’ambiente pittorico piuttosto velleitario nelle intenzioni, parecchio piatto negli esiti.
Sempre indeciso sulla via da percorrere (film biografico, opera d’arte, mero adattamento cinematografico di un best-seller), l’esordiente Webber costruisce un film pregevole da un punto di vita tecnico (una buona fotografia), ma sbagliato per quanto riguarda registro e dinamica narrativa. Molto macchinoso nella costruzione del racconto (anche se l’intreccio – il rapporto tra una servetta ed un famoso pittore – è di una banalità sconcertante), ricco di forzature ed evidenti anacronismi (le bizze “romantiche” della moglie del pittore; il macellaio del villaggio che sembra uscito da una pagina del Werther), “La ragazza con l’orecchino di perla” è un film pretenzioso, che dice poco e quel poco che dice, lo dice pure male. Si vedano, a questo proposito, la povertà di caratterizzazione del pittore protagonista (interpretato da un catatonico e fuori parte Colin Firth) e la superficialità della resa ambientale. La Johansson, comunque, ragazza prodigio di “Lost in Translation”, è molto meglio della modella originale.

Di P. Webber con C. Firth, S. Johansson

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