La recessione viene dal partito della rendita, la ripresa dalla blairiana Lombardia
Come si presenterà il centro-destra alle politiche del 2006, nessuno oggi può dirlo. Chi lo guiderà? Quanti partiti conterà? Boh. Quale modello di governo e quale modello di sviluppo dovrebbe proporre agli elettori per sperare di vincere, invece, si può dire subito: quelli della Lombardia. Non solo perché è stata l’unica Regione, insieme al Veneto, riconquistata nelle elezioni dello scorso aprile. Non solo perché Formigoni è l’unico leader del centro-destra che non si lascia andare a scarti imprevedibili e che porta avanti i progetti di cui è convinto senza farsi condizionare dal variare delle mode e degli umori diffusi. Ma perché la Lombardia è l’ultimo laboratorio del centro-destra ancora capace di idee ed esperienze nuove, senza complessi di inferiorità e senza paura delle inevitabili polemiche. Prendete le ultime due “trovate” del Formigoni III: i tre sottosegretari alla presidenza e i due Comitati strategici, quello sulla competitività e quello sul welfare. L’opposizione e la stampa antipatizzante reagiscono pavlovianamente con critiche e ironie. E il nuovo governo lombardo che fa? Replica con una nota di agenzia per puntualizzare che i sottosegretari non costeranno una lira in più all’amministrazione, perché attingeranno ai fondi e al personale della presidenza. E rilancia attraverso uno di essi, Raffaele Cattaneo, che a Tempi anticipa: «Questione di giorni, e annunceremo anche la composizione di un terzo Comitato strategico dove tratteremo tutte le questioni decisive per realizzare la bellezza nella vita sociale: la lotta all’inquinamento, la mobilità urbana e i problemi dei pendolari, gli equilibri urbanistici, i tempi e gli orari della città, le eccellenze della moda e del design caratteristiche della Lombardia, la ricerca della conciliazione fra vita familiare e lavoro, ecc. Quando il presidente ha lanciato il tema della bellezza nella politica durante la legislatura scorsa, non alludeva a interventi decorativi, ma a questo genere di cose».
IL PRESIDENTE DI TUTTI
D’accordo, l’istituzione dei sottosegretari rientra nella logica dell’evoluzione delle Regioni da enti amministrativi a enti di governo, entro i quali i presidenti hanno bisogno di “ministri” al servizio delle loro scelte strategiche. Ma questi benedetti Comitati non ricordano un po’ troppo la logica del consociativismo? La lista dei partecipanti è impressionante: al Comitato strategico per la competitività aderiscono Marco Tronchetti Provera, Roberto Colaninno, Vittorio Colao, Giorgio Squinzi, Alberto Bombassei, Gianfelice Rocca, Corrado Passera, Alessandro Profumo, Umberto Paolucci, Diana Bracco, Giandomenico Auricchio, Cesare Fumagalli, Paolo Galassi, Emma Marcegaglia, Santo Versace, Bruno Ermolli, Michele Perini, Luigi Roth, Carlo Sangalli, Sandro Bicocchi, Raffaello Vignali, Salvatore Ligresti e Mario Monti; a quello per il welfare (non ancora completato) Lorenzo Ornaghi, Umberto Veronesi, Livia Pomodoro e don Luigi Verzè. Tutto lo spettro politico e culturale è presente: è alle porte una gestione consociativa? Cattaneo spiega che così non è. «I comitati sono uno degli strumenti che traducono in fatti lo slogan “il presidente di tutti”. Qualche tempo fa sul Corriere della Sera Ernesto Galli Della Loggia spiegava che uno dei difetti del centro-destra è la sua incapacità di inclusione: quando governa, il centro-destra tende a respingere tutto ciò che sente estraneo e anche parti della sua stessa maggioranza. Il centro-sinistra, al contrario, pratica largamente l’inclusione, ma secondo un modello che è quello dell’annessione: chi collabora col centro-sinistra deve rinunciare alla sua identità politica. Noi stiamo praticando una terza via: il presidente cerca il contributo di tutti, rispettando la loro identità politica e culturale senza manipolarla, poi si assume la responsabilità della sintesi. Raccoglie la conoscenza della realtà diffusa nella società, che i vertici di governo non possono presumere di avere, e poi decide come agire. I Comitati sono l’ideale completamento dei Tavoli tematici e territoriali e del Patto per lo sviluppo, che sono stati una caratteristica delle prime due legislature di Formigoni. Nessuno può definirli strumenti consociativi: la Lombardia ha sicuramente fatto una politica di centro-destra negli ultimi dieci anni, ma l’ha fatta includendo tutti nella sua costruzione».
SE TORNA PRODI PER L’ITALIA è FINITA
Questo è stato, è e sarà il modello di governo. Al servizio di quale modello di sviluppo sarà messo? «Il modello di sviluppo italiano, quello di un’economia di trasformazione fondata sul basso costo della manodopera e le svalutazioni competitive, non è più sostenibile. Non c’è più spazio per quel modello nella divisione internazionale del lavoro», dice Cattaneo, che è sottosegretario all’attuazione del programma e alle relazioni esterne e internazionali. «Secondo alcuni, l’alternativa è fare dell’Italia la “Florida d’Europa”: una mèta del turismo di massa e un divertimentificio. Ma questo non è sviluppo, è involuzione: è come dire che gli italiani non sono più capaci di imprese serie. Noi invece abbiamo deciso di guardare alla nuova borghesia italiana, che non è più quella del piccolo imprenditore o del dirigente fedele all’azienda tutta la vita. La nuova borghesia italiana è fatta di persone non più giovanissime che hanno investito sulla precarietà all’inizio della loro carriera e oggi raccolgono i frutti. Sono coloro che hanno inventato le software house, che hanno inventato nuove forme di consulenza finanziaria e di consulenza aziendale, che hanno creato le agenzie del lavoro interinale. Sono persone che credono in se stesse, nelle proprie capacità soprattutto di innovazione: non cercano il posto fisso, ma il cambiamento. Non vogliono garanzie, ma opportunità. Questo è il blocco sociale a cui ci rivolgiamo e che vogliamo rappresentare. Perché loro rappresentano l’unico modello di sviluppo possibile non solo per la Lombardia, ma per l’Italia».
L’alternativa della sinistra a questo progetto mette i brividi: «Tutti coloro che hanno avuto vantaggi dal modello di sviluppo tradizionale, cioè la grande impresa e i sindacati, cercano di limitare la forza propulsiva di queste forze: basti guardare le vicissitudini della legge Biagi. è a loro che Romano Prodi si rivolge, e dice: “io vi tutelerò di più”. Non sta dicendo: “io vi accompagno in un nuovo sentiero di sviluppo”, perché non ce l’ha in mente. Ma il vecchio modello ci porta alla rovina. Alberto Quadrio Curzio l’ha ricordato agli Stati generali della Compagnia delle Opere: dal 1985 ad oggi i settori dell’energia, della siderurgia e dell’auto hanno creato 80 miliardi di euro di passivi, il sistema delle piccole e medie imprese, della moda e del design ha prodotto 80 miliardi di euro di attivo. Chi ci vuol far credere che tutto va male, lo fa per poter prendere in mano tutte le leve e impedire che cresca il nuovo modello».
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