La Repubblica brinda al male

Di Tempi
24 Aprile 2002
Giacomo Galeazzi, “Sconsacriamo un simbolo della cristianità”, La Stampa, 9 aprile

Giacomo Galeazzi, “Sconsacriamo un simbolo della cristianità”, La Stampa, 9 aprile. «I monaci vengono chiamati nella Chiesa soltanto quando i guerriglieri hanno bisogno di qualcosa e per fare ciò devono passare nel cortile ed esporsi così ai tiratori scelti israeliani».

Angelo Faletti, “Colombia, strage delle Farc. Un prete ucciso e due rapiti”, Avvenire, 9 aprile. Solo ad aprile, in Colombia: un attentato causa 14 morti e 70 feriti; un sacerdote viene ucciso mentre distribuisce la comunione nella sua parrocchia; due sacerdoti rapiti.

Maurizio Blondet, “Esecuzioni capitali: la Cina ha fatto boom”. Avvenire, 11 aprile. Nel 2001 in Cina, le condanne a morte sono state più delle vittime dell’11 settembre.

Fiamma Nirenstein, “Jenin fra le pietre della morte”, La Stampa, 17 aprile. «Quando hanno fatto venire avanti due anziani a mani alzate, dietro di loro c’era un militante nascosto, che si è messo a sparare (…)».

Renato Farina, “Uno strano incidente”, Libero, 19 aprile. Pirellone: bilancio di 3 morti e 60 feriti.

Umberto Galimberti, “Il fiore del male”, D – Repubblica, 9 aprile. Ad una ragazza che dice di essersi sentita libera quando ha deciso di fare tutto quello che l’educazione e la religione le avevano insegnato come male («ho odiato, ho invidiato, ho desiderato la morte degli altri, ho mentito, ho rubato… non ho sofferto quando ho trovato il corpo senza vita di una ragazza che conoscevo bene ma non amavo»), Galimberti risponde: «Non le viene in mente che Adamo ed Eva sono diventati “uomini” solo dopo il peccato, perché prima erano due semplici imbecilli? (…) Solo chi ha incontrato il male, o come lei preferisce dire il peccato e la colpa, ha nei confronti degli altri uno sguardo buono, comprensivo e accogliente. Vogliamo rinunciare a questi valori che, per chi li accoglie, sono i doni del peccato?».

Commento

Galimberti non finisce di sorprenderci. Volendo sperare che la sua posizione sia più unica che rara, non possiamo non reagire. Il male non è un dono, che sia comune agli uomini non ne fa un conforto. Il senso del bene è come un sesto senso, cioè un principio di conoscenza e di azione positiva al pari degli altri cinque sensi: il male è una negazione di questo e infatti produce dolore, concreto e fisico, come si vede dagli articoli citati. Solo l’ostinazione nel cinismo può non far sentire questo dolore. Il Papa ci ha detto di pregare per i cuori “ostinati”: che ritornino dei cuori, cioè sensibili al bene, perché più passano i giorni – più si accumulano morti – e più si comprende la necessità di una tale preghiera. È il bene che avvicina, non il male: riusciamo ad amare gli altri, a guardarli in modo comprensivo e accogliente, se ci sentiamo noi amati ed accolti. Tanto che nelle situazioni più estreme, può accadere l’impensabile: nel bellissimo libro di Antonio Socci, I nuovi perseguitati, è riportata questa frase di un monaco algerino ucciso nel 1996: «E anche tu, amico dell’ultimo istante, che non saprai quello che starai facendo, sì, anche per te voglio io dire questo “grazie”, e questo “ad-Dio” (…) E che ci sia dato di incontrarci di nuovo, ladroni colmati di gioia, in paradiso (…)». Per essere uomini, abbiamo bisogno di un bene capace di sottomettere anche il nostro male.

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