La Repubblica perse una Quercia

Di De Francesco Concetta
10 Ottobre 2002
La frantumazione dell’Ulivo sull’invio degli alpini in Afghanistan è solo l’ultimo atto di una guerra interna. Il dramma di Fassino e l’offensiva del Partito dell’Ingegnere

La discesa in campo plateale è avvenuta il 14 settembre scorso. A San Giovanni si celebrava il grande girotondo promosso da Nanni Moretti, nel tardo pomeriggio la “Festa di protesta” che aveva relegato plasticamente ai margini i vacillanti dirigenti politici del centrosinistra, rinchiusi nella riserva indiana del “vippaio” sotto il grande palco era al suo climax. Roberto Vecchioni intonava i primi accordi di Samarcanda, il popolo della sinistra traboccava dall’immensa piazza romana. E proprio allora, quando era chiaro che la manifestazione era un successo, il Direttore e il Principe hanno deciso di materializzarsi sotto il palco. Ezio Mauro, accompagnato da abbronzatissima e incintissima consorte, e Carlo Caracciolo, capigliatura argentea e completo avana, sono arrivati con l’aria di chi passa quasi per caso, «per osservare da vicino un fenomeno politico molto interessante», spiegava il direttore di Repubblica, e hanno passato il loro tempo a raccogliere gli omaggi di politici e giornalisti presenti (uno dei primi ad andare a stringer loro la mano è stato il prodiano Arturo Parisi) e le occhiate diffidenti di altri. «Eccoli là, i veri capi dei Girotondi», sibilava un esponente diessino. Per i dirigenti della Quercia, Piero Fassino in primo luogo, la lettura del quotidiano debenedettiano è stata in questi mesi una continua causa di stress e di frequenti, tempestose telefonate con Mauro. Se l’Unità parla ai militanti della Quercia, Repubblica è l’indispensabile tramite con il più vasto mondo degli elettori di centrosinistra: «E oggi sono schierati contro di noi, c’è poco da fare: non hanno perso occasione per bastonarci, alimentando il mito Cofferati prima e l’ondata girotondista poi», constata a denti stretti uno dei collaboratori del segretario Ds. E se la vecchia amicizia tra torinesi di Fassino e Mauro ha comunque garantito alcuni buoni frutti (si ricordi ad esempio l’orgogliosa intervista del segretario Ds alla vigilia dell’incontro con la Cgil), i rapporti diplomatici con D’Alema sono ancora più difficili, affidati quasi esclusivamente a Massimo Giannini, firma di punta del politico e intervistatore unico del presidente Ds. «E dire che dopo aver sponsorizzato l’ascesa di D’Alema a Palazzo Chigi, Repubblica ha fiancheggiato passo passo il suo governo: più che allineata direi subalterna, almeno finchè D’Alema è stato potente», ricorda con asprezza Peppino Caldarola, ex direttore dell’Unità e oggi parlamentare della Quercia. Dopo mesi di bombardamento da sinistra contro il precario quartier generale diessino, il durissimo attacco “da destra” sferrato da Ezio Mauro all’indomani della Caporetto parlamentare dell’Ulivo sugli alpini in Afghanistan ha spiazzato tutti. Questa volta nel mirino della corazzata di Piazza Indipendenza c’era la scarsa affidabilità internazionale, coerenza atlantica e cultura di governo di una Quercia allineata, sia pur con molti mal di pancia, sulla linea pacifista di Cofferati&Moretti. Ora, tra i dirigenti Ds, il sospetto che dietro la linea editoriale di Repubblica si celi un preciso disegno politico è sempre più forte. Caldarola gli dà esplicitamente voce: «Se improvvisamente la linea di Repubblica diventa ultramoderata, viene da pensare che ci sia qualcuno che si accinge a far politica in proprio. Non è una tragedia se il gruppo editoriale dell’Espresso voglia scendere in campo direttamente, come ha fatto la Fininvest ai suoi tempi. A patto però che lo si dica: lo scandalo non sta in una scelta esplicita, ma nelle mosse poco chiare».

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