La riscossa realista? E’ donna
Julia Black, una free-lance, ha sconvolto la Gran Bretagna con un documentario che mostra senza mezzi termini un aborto e feti abortiti. Non è un’attivista pro-life. Non è nemmeno contraria all’aborto. A 21 anni ha abortito. Ora è incinta: «Avevo bisogno di essere convinta che l’aborto è una procedura legittimata moralmente anche sapendone tutti i risvolti, e volevo delle prove».
My Foetus
Così la Black ha girato il documentario. «I feti abortiti dalla decima settimana in poi sembrano piccoli bambini. Razionalmente, noi lo sappiamo che l’aborto mette fine alla vita di un potenziale essere umano, ma perché, quando vediamo cosa sembra, siamo così scioccati?». E uno shock c’è stato: «Il dibattito sull’aborto in questo paese deve essere aggiornato. Credo che il movimento “Pro-choice” non può esser fermo all’affermazione che l’aborto è un diritto della donna. Devono iniziare a confrontarsi con la realtà».
Il documentario “My foetus”, 30 minuti, è stato trasmesso il 20 aprile scorso alle 23.00 su Channel 4. Sarà stato accolto a suon di fischi, direte. Invece no. «In Inghilterra ci sono stati sei milioni di aborti dal 1967», scrive un editoriale del Telegraph. Perché? «La risposta è che, come Germaine Greer (“icona femminista”, secondo molti) ha sorprendentemente sottolineato, l’opinione liberal è riuscita a convincere le donne che un’operazione che comporta ogni sorta di rischi è in realtà un privilegio».
Non è una voce isolata. Ellie Lee ha scritto il libro Aborto, maternità e salute mentale; un commento al libro, apparso sul British Medical Journal, recita: «la giustificazione per questi aborti (salute psichica della madre) perversamente sottolinea la supposta scarsa capacità delle donne di affrontare la nascita di un bambino. Questi sviluppi, come spiega la Lee, dovrebbero essere messi in discussione e condannati in quanto contro l’interesse delle donne in particolare e della società in generale».
La scomparsa del desiderio
Già: l’interesse delle donne. Una dissidente sovietica, capo di un movimento femminista, anni addietro diceva: «In Urss hanno mandato le donne nello spazio… ma hanno domandato alle donne se volevano andarci?!». è il dramma che sta emergendo: non dall’aver fatto azioni sbagliate, ma dall’aver ridotto il desiderio, sostituendolo con il cedimento alla paura (del domani, della responsabilità, di un avvenimento). Si è fatto credere alle donne (e agli uomini) di essere deboli, e si è fatta di questa debolezza, o fuga, una virtù. Si è fatto credere alle donne (e agli uomini) che tutto ciò cui possono aspirare è solo ciò che possono programmare e centellinare, magari imprese costose, ma sempre programmate, sempre centellinate. Disastro! «Il desiderio scompare dietro la programmazione del figlio. E allora il figlio non desiderato diventa il figlio indesiderabile», spiega un’altra donna, la psicanalista Marie-Magdalene Chatel: «L’effetto suggestivo della contraccezione medica sulle donne ha loro dato la sensazione di essere sterili; e questo ha risvegliato in esse oscure proibizioni di generare, il loro corpo non risponde così velocemente, resta infecondo».
Forse non è un caso che in questi ultimi due anni siano state fatte ricerche sulle conseguenze della fecondazione in vitro e che vi si siano dedicate quasi solo delle donne: Michèle Hansen, Jennifer J. Kurinczuk, Carol Bowe, per esempio, o Laura Schieve, o Christiane Wittemer, Nadejda Machev.
Già, le donne. Perché per difendere le donne è stata varata in India una legge che proibisce di rivelare ai genitori il sesso del nascituro, perché non attuino aborti selettivi sulle femmine. (A proposito: voi sareste d’accordo a lasciar abortire feti perché femmine? Sì? E il vostro femminismo?)
Già, le donne. Le donne che oggi sono alla riscossa, dopo aver prima vissuto discriminazioni ed esser alla fine divenute le uniche (povere) responsabili della scelta sulla vita altrui. Sulla vita generata in loro. Ma si è mai posto qualcuno la domanda di quanto sia pesante questo carico? Che ferita lascia? Si è mai domandato qualcuno quali rischi le donne corrono? I rischi dell’amniocentesi, i rischi della fecondazione in vitro. I rischi della contraccezione e dell’essere costrette a concepire in età troppo adulta. Rischi psicologici e fisici. Rischi sulle spalle delle donne.
«L’ICSI massacra la mia libido»
Brigitte-Fanny Cohen (Giornalista di France 2, autrice del libro Un bambino, ma non ad ogni costo) racconta la propria vicenda di anni alla ricerca di un figlio attraverso l’inseminazione artificiale: «Mi rendo conto che questo accanimento procreativo ci sta allontanando. Non abbiamo più la stessa relazione di coppia, obnubilati come siamo dagli orari delle punture, dai giorni di esame…La fatica generata dal trattamento massacra la mia libido».
Ora le donne non ne possono più. E lo dicono. Basta guardarsi intorno, basta ascoltare.
In Francia Claire Brisset è stata eletta dal parlamento “Defenseur des Enfants”: lotta contro la pedofilia e attua politiche per l’infanzia. «Ciò che mi sembra più grave, dice parlando della fecondazione in vitro – è l’accanimento procreativo. Siamo nel miraggio tecnologico. Sopravalutiamo la filiazione biologica, mentre ci sono altri modi di avere bambini, come l’adozione. Lasciamo che dei genitori si impegolino in processi talora devastanti, mentre sappiamo che c’è un enorme tasso di insuccesso e che costa estremamente caro. Per l’Icsi, bisogna assolutamente procedere a una valutazione retrospettiva di questa tecnica di cui non conosciamo tutti gli effetti. Abbiamo per esempio il diritto di concepire dei ragazzi che rischiano di essere sterili o ipofertili senza avere considerato ciò che questo vuol dire? Mi auguro che si instauri una moratoria finché non abbiamo delle informazioni sufficienti». Sembra incredibile per chi è abituato a sentire proclami sulla “riappropriazione dell’utero” o sulla “libera scelta”. Ma qualcuno ha iniziato a dire che “il re è nudo”. E non sono posizioni pregiudiziali. Non sono estremisti o talebani o mammane. Sono le donne.
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