LA RIVINCITA DI GALLOWAY
«Un brutto giorno per il giornalismo». Faceva leva sul diritto di cronaca, la libertà di espressione e la solidarietà di categoria il comunicato con cui il Daily Telegraph commentò il 2 dicembre scorso la sentenza dell’Alta Corte di Londra che vide il quotidiano britannico condannato a un risarcimento danni di 150 mila sterline nei confronti di George Galloway, l’ex deputato laburista ora alla guida della coalizione di estrema sinistra “Respect”. Il caso fece clamore: nell’aprile del 2003 il Telegraph pubblicò una serie di articoli nei quali denunciava il fatto che Galloway fosse a libro paga di Saddam Hussein, citando documenti, numeri di conti correnti e liste di voucher petroliferi girati dal governo di Baghdad al deputato left-wing e scoperti dall’inviato del giornale nell’ufficio del ministro degli Esteri iracheno distrutto da un missile cruise. I venti di guerra che spiravano dal Golfo non fecero altro che far montare politicamente il caso: Galloway fu espulso dal Labour, ma decise di chiudere comunque i conti con il Telegraph in tribunale. E oggi, a un anno e mezzo di distanza, l’insperata vittoria. Un conto decisamente salato, visto che al risarcimento danni si uniscono anche le spese processuali per un totale che per il Telegraph si aggira sul milione e 200 mila sterline.
Pronto nel confermare che il prossimo anno correrà per Downing Street alla guida del suo partito Respect, Galloway non è voluto però entrare nel merito della sentenza, limitandosi a definire quei giorni di pubblicazione ad effetto «un esercizio di killeraggio politicamente manovrato su grande scala». In effetti, il giudice ha puntato il grosso della sua decisione sul tono non equilibrato degli articoli e dei titoli, «a classic case of publishing and being damned», sulla non possibilità di adeguata replica concessa a Galloway e sul fatto che lo stesso non fosse stato interpellato sul contenuto dei documenti prima che questi venissero sbattuti in prima pagina. Tant’è, quelle 375 mila sterline l’anno che il deputato scozzese avrebbe ricevuto per uso personale e politico attraverso un meccanismo distorsivo del programma Oil for Food non sono il main issue della vicenda: l’Alta Corte ha condannato i toni, non la sostanza. Ma sono stati gli stessi avvocati del quotidiano a non aver impostato la linea di difesa sulla dimostrazione dell’autenticità della notizia, bensì sulla cosiddetta “Reynolds defence” – dall’ex premier irlandese Albert Reynolds che querelò il Sunday Times – che si basa sul principio dell’interesse pubblico di una notizia. è in nome di questo diritto, strettamente legato alla libertà di espressione, che faranno appello, nonostante la causa sia già costata 1,2 milioni di sterline e nonostante il divieto formale del giudice Eady. Perché, tutto questo? Perché alla fine, i bravi colleghi d’Oltremanica, le “prove” contro Galloway non le avevano: era un bel puzzle colorato, ma mancava il tassello finale. Quello, per la legge e la verità, più importante.
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