La rivolta dei nuovi “barbari”
“Potere Contadino 2001”. Oggi è poco più di una firma goliardica sui biglietti che rivendicano le carrettate di letame scaricate a Milano di fronte alle istituzioni rappresentative del Regno Unito, “responsabile” della mucca pazza e dell’afta. Ma non è un problema né solo milanese, né solo padano, né solo italiano, né solo europeo. Il Duemila ha chiuso quasi simbolicamente quel periodo di storia moderna e contemporanea iniziato 5 secoli fa, e che ha visto non solo la civiltà economica diventare da “contadina” prima “industriale”, poi “post-industriale” e da ultimo addirittura “post-post-industriale”, ma anche i contadini prendere schiaffi a ogni piè sospinto.
La fine di un’era
Inizia, l’era moderna, col massacro dei contadini tedeschi benedetto da Martin Lutero, con le enclosure che espellevano i coltivatori inglesi dalle terre, con il genocidio delle straordinarie culture contadine della Valli del Messico e delle Ande. Continua con David Ricardo, padre dell’economia politica moderna, secondo cui il progresso tecnologico di una nazione è direttamente proporzionale a quanto riesce a comprimere il reddito dei suoi produttori agricoli. Mentre Karl Marx dà però il merito al capitalismo di aver distrutto la piccola proprietà contadina, “che crea una classe di barbari per metà fuori dalla società, che unisce tutta la rozzezza delle forme sociali primitive con tutti i dolori e tutta la miseria dei paesi civilizzati”. La Rivoluzione Francese, dopo aver dato la terra ai contadini, li ha poi mandati al macello come carne da cannone. Quella sovietica ha sterminato i kulaki e quella cinese, dopo aver parlato di “accerchiamento della città da parte della campagna”, ha consegnato i villaggi alla carestia del “Grande Balzo in Avanti”. La Rivoluzione Cubana vieta ai guajiros delle campagne di risiedere all’Avana. Tra 1970 e 1995 il tasso di popolazione rurale è passato dal 26 al 25% nei Paesi industrializzati; dal 49 al 35% nel mondo ex-comunista; dal 43 al 26% in America Latina; dal 59 al 44% nel Mondo Arabo; dall’81 al 69% in Estremo Oriente; dall’81 al 74% in Asia Meridionale; dall’81 al 69% nell’Africa Subsahariana. In capo a un altro mezzo secolo, presumibilmente, sarà minoranza in tutto il pianeta. Né popolazione rurale significa più automaticamente popolazione contadina: perfino in Cina, ad esempio, la percentuale di popolazione attiva in agricoltura è passata dal 76,3% del 1975 al 47,7% del 1996. In Italia, nello stesso periodo, è crollata dal 16,7% al 6,8%. Paradossalmente, però, proprio perché sono via via sempre di meno, i contadini stanno diventando in parallelo sempre più importanti. E stanno generalizzando a livello planetario una tradizione di agitazioni e auto-organizzazione che nella storia era stata finora limitata solo ad alcune realtà specifiche. La Scandinavia, ad esempio, è una realtà dove il feudalesimo non arrivò mai a distruggere l’ancestrale piccola proprietà rurale, e la nobiltà era dunque tutta composta da funzionari e burocrati della Corona. In contrapposizione ai partiti conservatori delle città, dunque, qui nell’800 la lotta per il regime rappresentativo e il suffragio universale fu condotta da partiti contadini che sono arrivati fino ad oggi, sia pure con la nuova etichetta e collocazione di “partiti di centro”. Anche nell’Europa Orientale pre-comunista, con la parziale eccezione della Cecoslovacchia, erano stati i partiti “contadini” i veri movimenti sociali di massa della lotta popolare per la giustizia sociale. Molto più che non i vari partitini comunisti foraggiati dall’Urss e poi imposti al potere con la forza dalle baionette dell’Armata Rossa. Partiti contadini, a base più o meno corporativa, sono pure esistiti in Francia, in Svizzera, in Austria, in Australia, in Cile. Più spesso, i contadini si sono accontentati di fare da bestiame da voto per i partiti “moderati” o da massa di manovra per quelli “progressisti”.
Movimenti eterodiretti di tanti coldiretti
Oggi, però, i contadini si agitano, in tutto il mondo. Per un disagio comune, anche se tale non è sempre il loro l’obiettivo. Negli Stati Uniti fanno lobby contro l’embargo all’export verso Cuba o Irak. In Ecuador marciano per la difesa delle barriere doganali e contro l’adozione del dollaro come moneta nazionale. In Inghilterra, protestano contro l’idea ecologista di vietare la caccia alla volpe. In Francia, il mito della lotta anti-Ogm è il contadino sfascia-McDonald José Bovè. In Bolivia, i sindacati del Chapare chiedono un obiettivo “di sinistra” come la fine dello sradicamento della coca e in Cile il leader della resistenza dei risicoltori contro l’apertura al Mercosur è un personaggio dal cognome “di destra” come il figlio del generale Pinochet. In Russia, i dipendenti degli ex-kolkhoz si oppongono alle liberalizzazioni. A Cuba, dove il comunismo c’è ancora, le fattorie collettive imboscano i prodotti per rivenderli al mercato nero. I produttori polacchi ce l’hanno con Varsavia che apre alla UE e quelli spagnoli con Madrid che chiude agli immigrati latino-americani e nord-africani. Su tutti c’è poi il Movimento dei Senza Terra brasiliano. Orfano del marxismo, occupa latifondi e fattorie spesso ostentando la massima violenza verbale anche se si dichiara convertito al “capitalismo popolare”: «Solo noi», dicono i leader dell’Mst, «possiamo far nascere la vera rivoluzione della piccola proprietà in Brasile». Li si potrebbe quasi contrapporre ai Coldiretti italiani che, orfani della Dc, si fanno tentare dalle battaglie leghiste contro quote latte o mucca pazza. Ma anche dal ministro Pecoraro Scanio e dai Verdi, aderendo alle manifestazioni contro la “libertà di ogm” e “le multinazionali”. Grande, insomma, è il disordine, tra i campi e i solchi. Ma comune è ormai la voglia degli ex-“barbari” di non essere più considerati “quelli ai margini”.
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