La rivoluzione? E’ un pranzo d’affari

Di Madama Enrico
13 Marzo 2003
“La Rivoluzione non è un pranzo di gala. Ma a Pechino ci assomiglia”

C’erano una volta i bei tempi del blocco socialista: stessi edifici, stessi slogan, stesse gigantografie e statue di Marx-Engels-Lenin. Un compagno poteva spostarsi da Mosca a Pechino, dall’Avana a Pyongyang, da Bucarest ad Hanoi senza provare il minimo senso di spaesamento. Ai giorni d’oggi succede invece che Castro arrivi in Cina per la prima volta in più d’un decennio e finisca per commentare: «Non posso proprio essere certo di che tipo di Cina io stia ora visitando, perché la prima volta che visitai il vostro paese appariva in un modo e ora appare in un altro». Testuali parole dette a Li Peng di fronte a questa nuova Cina che s’affanna per promuovere quel capitalismo che da giovani il Lider Maximo e l’asfaltatore di studenti sulla Tienanmen volevano cancellare dalla faccia dalla terra. Chissà come si sarà sentito Castro agli incontri con Jiang Zemin, Zhu Rongji, Hu Jintao, con comunicato finale di prammatica: «Come paesi socialisti guidati dai partiti comunisti, Cina e Cuba condividono lo stesso ideale e la stessa fede». Vero, però non condividono la stessa condizione economica, tant’è che scopo della visita di Fidel era quello di firmare un pacchetto di aiuti economici per tappare qualche falla nella sgangherata economia pianificata del suo povero paese caraibico.

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