La via russo-cinese al mercato
Mosca. Uno degli imprenditori più indipendenti della Russia, il presidente dei costruttori di macchine Kacha Bendukidze, ha recentemente affermato che l’alto prezzo del petrolio, che ha salvato i bilanci della Russia negli ultimi due anni, è in realtà la vera palla al piede dell’economia russa. L’affermazione non è solo originale dal punto di vista delle strategie di mercato, ma ha il sapore di una vera eresia ideologica, in quanto sulla congiuntura petrolifera favorevole si basano in buona parte le fortune politiche del presidente Putin e di tutta la sua squadra, a cominciare dal premier Kasianov, che per indolenza ricorda assai il grande Kossighin, primo ministro del ventennio brezneviano. Bendukidze sostiene da tempo la necessità di adeguare il mercato russo ai tempi moderni, in quanto la filosofia del business dell’ultimo decennio sarebbe vecchia di almeno 50-100 anni. L’energico imprenditore russo-georgiano sbaglia nettamente, e volutamente, i criteri di comparazione, per non pronunciare apertamente la formula dell’eresia: l’economia russa, che è passata dallo sfascio gorbacioviano al far west eltsiniano, sta guardando oggi al neocapitalismo cinese come al vero modello di riferimento.
La cina è (purtroppo) vicina
Alle trasformazioni di tipo cinese si guardava con attenzione fin dai tempi di Andropov, vero iniziatore delle riforme russe degli anni ‘80, e a esse tendeva lo stesso Gorbaciov, che purtroppo di economia “vera” ne masticava assai poco essendo cresciuto troppo a piani quinquennali. La Cina ha soffocato nel sangue la libera iniziativa sostenendo una rapida crescita del “capitalismo di stato”, permettendo di arricchirsi a tutti gli imprenditori abili e “fedeli” e ricreando una classe di mandarini che controllano l’intero mercato con una presenza orizzontale nei vari settori. E qui batte Bendukidze, affermando che le grandi aziende in Russia dovrebbero concentrarsi su produzioni di eccellenza in 2-3 settori competitivi e non cercare di allargare i propri tentacoli su tutto il territorio dell’impero. Ma è proprio su questo che si basa la politica dell’“ordine putiniano”: estromettere gli “infedeli” e allargare al massimo il potere degli imprenditori “patriottici”, ottenendo così un risultato di tipo “cinese” attraverso un procedimento storicamente opposto: dopo aver soffocato nel sangue della “lotta tra bande” dei primi anni ‘90 i concorrenti, oggi gli oligarchi rimasti si organizzano per sostenere un nuovo “capitalismo di stato”.
Scrocconi neostatalisti
Assistiamo così alla nascita di una nuova polarizzazione dell’economia mondiale: il comunismo russo-cinese si trasforma in capitalismo anti-liberale, mentre il welfare state si dirige verso le nuove frontiere del liberismo super-tecnologico. La Russia mostra di gradire la competizione, che la rende protagonista della politica mondiale, come confermano le mille manfrine dei russi nelle trattative sui debiti esteri per cercare di pagare i creditori internazionali sempre di meno e sempre più a rate, giustificandosi con l’“inatteso rigore” dell’inverno siberiano! Perché pagare quando si mangia a sbafo? Una ghiotta occasione è stata offerta pochi giorni fa dai paesi dell’OPEC, che hanno deciso di diminuire la produzione di petrolio di 1,5 milioni di barili al giorno (circa il 5% della produzione globale) per evitare il crollo del prezzo del petrolio. La Russia, paese produttore che non fa parte dell’OPEC, ne ha approfittato dichiarando che aumenterà del 5% la propria produzione di petrolio, che già l’anno scorso ha premesso di raggiungere livelli record nel saldo del commercio estero (circa 70 miliardi di dollari d’attivo, a fronte dei 45 del 1999). Il dilemma è “tassare o non tassare” gli utili delle compagnie petrolifere e il paradosso è che l’ala più liberale vorrebbe portare i soldi nella cassaforte statale, mentre l’ala statalista protegge i grandi oligarchi: qui il Mercato ha ormai sostituito il Partito.
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