La saga del debito

Di Tarantini Graziano
28 Giugno 2000
Come si è formato il debito estero dei paesi del terzo mondo? Perché non riescono a ripagarlo? Perché è ragionevole -anche se da sola non risolve il problema del sottosviluppo- la sua cancellazione o almeno una forte riduzione? Una narrazione per chiarirsi un po' le idee e un'indicazione per andare oltre: il futuro dell'economia è nella qualità del capitale umano, i soldi risparmiati dal debito i paesi poveri devono spenderli nella formazione.

Nel 1980 il debito estero dei paesi in via di sviluppo (pvs) ammontava a 658 miliardi di dollari, nel 1990 era salito a 1.539 miliardi e nel 1998 ha raggiunto i 2.536 miliardi, cioè più del doppio del prodotto interno lordo (pil) dell’Italia. é senz’altro una cifra enorme per le economie dei paesi poveri, lo è di meno se rapportata alla ricchezza complessiva di quelli ricchi.

I numeri dei ricchi e dei poveri.

Oggi oltre 80 paesi hanno redditi pro capite più bassi di quelli che avevano dieci anni fa, e una famiglia media africana consuma il 20% in meno rispetto a 25 anni fa. Il divario di reddito tra il 20% più ricco e il 20% più povero della popolazione mondiale sta crescendo spaventosamente: nel 1960 il rapporto era 30 a 1, oggi è di circa 74 a 1.

Cresce anche la concentrazione della ricchezza: le 200 persone più ricche del mondo hanno più che raddoppiato il proprio patrimonio negli ultimi quattro anni: con oltre 1.000 miliardi di dollari possiedono un patrimonio pari al reddito del 41% della popolazione mondiale. é stato osservato che basterebbe un contributo dell’1% anno sul patrimonio di queste 200 persone per offrire l’accesso universale alla istruzione primaria. Nel 1998 i paesi industrializzati, con il 19% della popolazione mondiale, controllavano il 71% del commercio globale di beni e servizi e il 58% degli investimenti diretti esteri.

Le prospettive per i prossimi anni restano negative. Secondo un rapporto della Banca Mondiale dell’aprile ’99, il tasso medio di sviluppo dei Paesi sottosviluppati è destinato a scendere all’1,5% rispetto al 4,8% del 1997, arrivando cos al livello più basso dal 1982 e non è prevista una ripresa significativa prima del 2001. Il rallentamento del commercio mondiale, il calo dei prezzi delle materie prime non petrolifere e la forte riduzione degli investimenti esteri (il netto del flusso di capitali internazionali verso i pvs è sceso nel 1999 a 24 miliardi di dollari dai 175,8 miliardi del 1996) obbligherà questi paesi ad adottare ulteriori politiche restrittive con drammatiche conseguenze sulle condizioni di vita delle popolazioni.

In questo quadro appare sconcertante l’abbandono delle politiche di cooperazione e di aiuto da parte dei paesi ricchi: nel 1999 gli aiuti concessionali si sono fermati alla cifra globale di 39,4 miliardi di dollari, ben al di sotto dei 50,8 miliardi del 1991. I paesi industrializzati si erano impegnati a portare il totale dell’assistenza allo sviluppo allo 0,7% del pil, invece gli aiuti sono calati allo 0,24% rispetto allo 0,33% del 1990.

Tutto cominciò coi petrodollari.

Tra la fine degli anni Cinquanta e l’inizio degli anni Sessanta il mondo occidentale si accorse che la decolonizzazione stava creando stati poveri, incapaci di provvedere ai propri bisogni e di avviare la macchina dello sviluppo economico. Fu deciso che i paesi industrializzati non potevano limitarsi a smantellare i loro vecchi imperi in Africa e in Asia. Dovevano aiutare i nuovi stati e quelli più poveri dell’America Latina a costruire infrastrutture, creare industrie, modernizzare l’agricoltura e organizzare i servizi essenziali. Gli aiuti in molti casi rispondevano a un calcolo strategico. In epoca di guerra fredda ciascuno dei due blocchi aveva interesse a mantenere un paese nella propria sfera di influenza o a strapparlo al blocco avversario. Ma in ultima analisi l’operazione fu dettata da una filosofia economica e politica: la convinzione che lo sviluppo dei paesi poveri avrebbe generato stabilità, prosperità e aperto nuovi mercati per i paesi industrializzati.

In alcuni casi gli interventi diedero buoni risultati; in altri, soprattutto in Africa, mediocri o pessimi. Si scoprì che i crediti e i prestiti sono utili soltanto quando vengono concessi a stati che sanno farne buon uso, cioè con una buona classe dirigente.

Questo è quanto è accaduto agli inizi. Ma per un’analisi completa è importante risalire anche ai meccanismi che hanno accelerato la crescita del debito estero e che lo hanno portato alle dimensioni attuali. Sostanzialmente il meccanismo scatenante della crescita esponenziale del debito estero dei paesi più poveri va individuato nella politica perseguita dal sistema bancario internazionale in conseguenza degli shock petroliferi del 1973 e del 1979. L’aumento del prezzo del greggio, deciso unilateralmente dai paesi produttori di petrolio, fece affluire nelle casse di questi rilevantissime disponibilità finanziarie (i cosiddetti “petrodollari”) che non trovando occasione di impiego all’interno dei paesi stessi vennero immessi nel sistema bancario occidentale. Le banche commerciali gestirono questa eccezionale disponibilità (che nel 1980 aveva raggiunto la cifra record di 113 miliardi di dollari) ricercando una collocazione sul mercato, e indirizzandola prevalentemente, data la stagnazione delle economie occidentali, verso il Terzo mondo. La forte concorrenza tra le banche portò a una politica del credito poco attenta alla qualità degli investimenti, ai rischi specifici dei singoli paesi e alla loro effettiva capacità di sostenere processi di sviluppo capaci di generare risorse aggiuntive per il pagamento del debito.

La seconda crisi petrolifera portò all’adozione da parte dei paesi più ricchi (Usa e Gran Bretagna in particolare) di politiche che ebbero come conseguenza un forte rafforzamento del dollaro e una lievitazione dei tassi di interesse sui prestiti ai pvs, cresciuti in termini reali tra il 1978 e il 1981 di oltre il 20%. I pvs si sono trovati così a pagare interessi crescenti con una moneta sempre più debole, innescando una spirale perversa. Nel 1982 il Messico nell’impossibilità di onorare i propri debiti decise la sospensione unilaterale dei pagamenti. La comunità internazionale reagì predisponendo i primi programmi di ridefinizione delle scadenze del debito, allungandone i termini e ricontrattandone le condizioni.

In questa situazione le nuove risorse finanziarie che affluirono ai paesi poveri servirono di fatto a liberare le banche commerciali. I crediti vennero assunti dagli organismi finanziari multilaterali: Fondo monetario internazionale (Fmi) e Banca Mondiale. Essi subordinarono i propri interventi all’adozione da parte dei debitori di “programmi di aggiustamento strutturale”. Furono necessari così l’aumento dell’imposizione fiscale e ingenti tagli alla spesa pubblica, misure che hanno aumentato le condizioni di povertà delle popolazioni.

Interessi troppo onerosi, urge cancellazione.

I Paesi indebitati hanno dovuto, e devono, rifondere i debiti con valuta pregiata, avendo come unica fonte significativa di approvvigionamento l’esportazione di materie prime. Ma il prezzo delle materie prime è costantemente in calo sui mercati internazionali (nell’ultimo anno, con l’eccezione dei prodotti petroliferi, il prezzo medio delle materie prime è diminuito del 16%), quindi i Paesi più indebitati si sono trovati, e si trovano, nella condizione di essere due volte sfruttati: primo, per via degli interessi elevati che li hanno costretti in molti casi a restituire più volte il capitale avuto in prestito; secondo, perché la valuta pregiata che devono acquisire costa sempre di più in rapporto alla loro moneta.

Basti pensare che i Paesi dell’Africa subsahariana, la parte più povera del continente, devono in media impiegare il 20% del loro prodotto interno lordo per pagare gli interessi dei debiti contratti: spendono quattro volte di più per pagare i debiti alle nazioni ricche di quanto spendono per gli interventi sanitari a favore delle proprie popolazioni. Il 20% del pil è un’enormità che impedisce di avviare qualsiasi processo di sviluppo.

Vi sono buoni motivi per procedere alla cancellazione o alla sostanziale riduzione del debito dei paesi più poveri. Quale interesse hanno i paesi occidentali a pretendere il pagamento di debiti da parte di economie che non hanno la possibilità di sostenere un onere così rilevante? Non si otterrebbe, comunque, l’adempimento delle obbligazioni e si completerebbe solo la distruzione di economie che in prospettiva potrebbero diventare utili partner dei paesi più ricchi: infatti le disponibilità ricavate dall’annullamento del debito potrebbero essere riconvertite nel finanziamento di politiche attive di sviluppo. Siccome la crescita del debito è stata determinata da fatti eccezionali, è normale che anche l’iniziativa di cancellarlo o ridurlo abbia un carattere straordinario. Ci sono stati anche casi di cattivo uso delle risorse, ma la ragione fondamentale dell’enormità del debito sta prima di tutto nella necessità dei Paesi occidentali di trovare, alla fine degli anni Settanta, una collocazione al surplus di “petrodollari”.

Ma dopo bisogna investire nel capitale umano.

Come ha recentemente ricordato anche monsignor Diarmuid Martin, segretario del Pontificio Consiglio Giustizia e Pace, quando nel 1986 fu pubblicato il documento della Chiesa sulla riduzione del debito, alcuni importanti rappresentanti delle istituzioni finanziarie internazionali lo definirono non solo idealista ma “addirittura pericoloso, perché rimetteva in questione la fiducia tra Paesi debitori e creditori. Quattordici anni dopo le stesse persone o loro collaboratori sono alla testa della campagna per la riduzione del debito”. Il cambiamento in generale è stato notevole: prima è stata promossa l’iniziativa Hipc per alleviare il carico dei paesi poveri altamente indebitati (cfr. Tempi n. del 1999, pp. ), poi nelle ultime tre riunioni del G7 il tema del debito è sempre stato all’ordine del giorno; già tre volte il presidente Clinton ha affermato in discorsi internazionali che è necessario rispondere all’appello del Papa.

“Parallelamente – ha sottolineato ancora Martin – è emersa nella comunità internazionale una nuova riflessione sullo sviluppo economico in un mondo tecnologizzato. Poiché si tratta sempre di più di un’economia della conoscenza, basata sul sapere, la persona umana ne è la materia prima. Ormai è evidente che il futuro dell’economia è legato alla qualità del capitale umano. In tale contesto, chiedere ai Paesi poveri di ridurre le spese per l’istruzione è un controsenso. Oggi investire sulle capacità umane non è filantropia, ma buonsenso. é il mattone su cui si costruisce un’economia moderna”.

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