LA SAGGEZZA DI SARID E IL RITARDO DEL MANIFESTO
Yossi Sarid, capogruppo alla Knesset (il Parlamento israeliano) del partito d’opposizione Merez, espressione politica del movimento socialista dei kibbutzim, nel 2001 lo aveva detto. «Noi non appoggiamo i refusnikim, i soldati israeliani che rifiutano di operare nei Territori nelle operazioni contro i terroristi e nella protezione degli israeliani che abitano negli insediamenti. Questi militari stanno creando un precedente. Quando finalmente lasceremo ai palestinesi Gaza, Giudea e Samaria vi saranno anche allora nostri soldati che sentiranno autorizzati a non eseguire gli ordini e a non far sgomberare le città israeliane. Se noi oggi appoggiassimo i disobbedienti, domani non potremo parlare».
Parole sagge, che allora sembravano improbabili e che oggi puntualmente si avverano. Sarid non ha dato quindi ascolto ai compagni del Manifesto, che incensavano i renitenti. Ricorderete le lunghe liste coi nomi dei soldati, presentati in Italia come eroi e incitati nei giornali del politicamente corretto. Sarid avrebbe potuto accodarsi e cercare di cavalcare su quel versante la rabbia e la paura degli israeliani per gli attentati; non lo penso, ma magari nel breve periodo gli sarebbe pure convenuto. Sicuramente in molti tra i suoi lo avrebbero seguito volentieri; un membro del suo gruppo era stato, fino alla elezione in Parlamento, segretario dei pacifisti di Peace Now. Sarid invece ha tenuto duro e ha avuto ragione. Altri, come detto, si sono sbagliati. Lo ammetteranno, forse, tra vent’anni.
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