LA SAGGEZZA DI SARID E IL RITARDO DEL MANIFESTO

Di Reibman Yasha
07 Luglio 2005

Yossi Sarid, capogruppo alla Knesset (il Parlamento israeliano) del partito d’opposizione Merez, espressione politica del movimento socialista dei kibbutzim, nel 2001 lo aveva detto. «Noi non appoggiamo i refusnikim, i soldati israeliani che rifiutano di operare nei Territori nelle operazioni contro i terroristi e nella protezione degli israeliani che abitano negli insediamenti. Questi militari stanno creando un precedente. Quando finalmente lasceremo ai palestinesi Gaza, Giudea e Samaria vi saranno anche allora nostri soldati che sentiranno autorizzati a non eseguire gli ordini e a non far sgomberare le città israeliane. Se noi oggi appoggiassimo i disobbedienti, domani non potremo parlare».
Parole sagge, che allora sembravano improbabili e che oggi puntualmente si avverano. Sarid non ha dato quindi ascolto ai compagni del Manifesto, che incensavano i renitenti. Ricorderete le lunghe liste coi nomi dei soldati, presentati in Italia come eroi e incitati nei giornali del politicamente corretto. Sarid avrebbe potuto accodarsi e cercare di cavalcare su quel versante la rabbia e la paura degli israeliani per gli attentati; non lo penso, ma magari nel breve periodo gli sarebbe pure convenuto. Sicuramente in molti tra i suoi lo avrebbero seguito volentieri; un membro del suo gruppo era stato, fino alla elezione in Parlamento, segretario dei pacifisti di Peace Now. Sarid invece ha tenuto duro e ha avuto ragione. Altri, come detto, si sono sbagliati. Lo ammetteranno, forse, tra vent’anni.

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