Per la salute, devolvi la sanità
Piero Micossi è medico, docente universitario, giornalista e assessore alla Sanità della Regione Liguria. Il suo intervento al primo congresso nazionale di “Medicina e Persona” sul tema “Tra statalismo e devoluzione: quale futuro?” ha tracciato la difficile strada della ricostruzione di un servizio sanitario al servizio della persona dopo il fallimento del modello statalista.
Professore, lei ha affermato che un modello di sanità tutto centrato sui fondi pubblici e sull’intervento dello Stato non è più sostenibile. È possibile a questo punto passare ad un altro modello senza diminuire le prestazioni e intaccare il principio di universalità?
In tutti i paesi Ocse si registrano 3-4 punti di Pil che i cittadini destinano ad acquisto di prestazioni in aggiunta a quanto viene fornito dallo Stato. Questa differenza dice che l’idea di garantire universalismo e totalità della copertura con le risorse pubbliche non è più sostenibile. Nello stesso tempo dobbiamo chiederci in quale modo difendiamo l’equità e l’universalità del servizio aggiungendo ad esso un sistema di acquisto delle prestazioni che sia fondato su di una nuova forma di mutualità, cioè i fondi integrativi.
Esatto, non c’è il rischio che i cittadini cadano dalla padella nella brace, cioè dall’inefficienza dello Stato alla voracità delle assicurazioni?
Io credo che il nuovo sistema di acquisto integrativo delle prestazioni, costituito dai fondi integrativi, dovrà essere caratterizzato dall’assenza di scopo di lucro. Il problema è che l’Italia, contrariamente agli Stati Uniti o al Canada, non vanta una presenza significativa del Non profit nel settore dell’assistenza. Questo è un punto di debolezza che ci lascia nelle mani di una presenza del mondo for profit certamente legittima, ma che però non può svolgere tutte le funzioni di tutela e di garanzia di cui la coesione sociale ha bisogno.
Federalismo, devolution e sussidiarietà in che cosa facilitano tutto questo processo?
L’idea giacobina dello Stato intellettuale collettivo che garantisce tutte le prestazioni ha prodotto un effetto perverso: nella società si è creata la predisposizione a chiedere tutto allo Stato, si è sviluppata cioè una nozione di diritto senza responsabilità, di diritto senza dovere, che allarga infinitamente le rivendicazioni del cittadino nei confronti dello Stato. La novità contenuta nella nozione di sussidiarietà consiste in questo: c’è una comunità territoriale reale che fa il conto delle risorse di cui dispone, dei patrimoni che è in grado di garantire e di alimentare, dei servizi che è in grado di dare, e quindi c’è di nuovo la corrispondenza fra carico fiscale, carichi aggiuntivi nei fondi, coesione sociale e quantità di servizi erogabili nel circuito pubblico, coi fondi pubblici, e in quello integrativo.
Il governo uscente ancora una volta critica le Regioni e le accusa di sfondare il tetto della spesa sanitaria. Lei che è un assessore regionale alla Sanità che cosa replica?
A causare lo sfondamento è stato in gran parte il governo stesso. La Finanziaria approvata da Amato è stata una grande disavventura elettorale. Il disavanzo provocato dalle sue norme è stimabile nel 10 per cento del Fondo corrente delle Regioni italiane. Le decisioni del governo sui ticket, sull’abolizione delle note Cuf, sulla firma della convenzione della medicina generale e su altri provvedimenti quali l’adeguamento automatico dei prezzi dei farmaci ai livelli europei, hanno provocato un disavanzo che come minimo è di 12.500 miliardi, ma probabilmente è più alto. Ad esso bisognerà far fronte, perché siamo legati al Patto di stabilità europeo; è un conto che ci lascia il governo Amato e che pagheranno i cittadini italiani.
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