La santa Endesa

Di Bottarelli Mauro
15 Marzo 2007
Dalla guerra per il colosso energetico iberico a quella per Generali. Passa per il risiko italo-spagnolo la vendetta dei grandi esclusi dall'abbuffata bazolian-prodiana

Autostrade e Abertis, Telecom e Telefonica, Enel e Endesa. Negli ultimi mesi, a giorni alterni, il cosiddetto risiko italo-spagnolo ha catalizzato l’attenzione dell’informazione economica e non. Sono già stati dedicati fiumi di inchiostro a ipotizzare e ricostruire, con alterne fortune, più o meno realistici piani di fusione o acquisizione tra i campioni industriali di Roma e di Madrid. Ma forse è opportuno dedicare ancora un po’ di spazio a ciò che sta avvenendo tra Enel e Endesa, l’operazione che più di tutte potrebbe svelare i colori del quadro generale.
Endesa, il gigante energetico spagnolo, ha ricevuto da parte della tedesca E.on una proposta di Opa da 41 miliardi di euro, offerta che sarebbe stata gradita dal presidente del gruppo iberico, Manuel Pizarro, brillante manager e strenuo oppositore del premier Zapatero. Quest’ultimo, per tutta risposta, attraverso il ministro dell’Industria, Joan Clos, ha cercato e trovato in Italia il “cavaliere bianco” necessario a rompere il gioco teutonico. Enel infatti ha rastrellato sul mercato il 10 per cento di Endesa, vanificando le aspirazioni di E.on. L’operazione, però, ha scatenato l’ira del Partito Popolare, che ha chiesto alla Cnmv (l’autorità di controllo della Borsa spagnola) di vigilare sull’intenzione di Enel. Il sospetto dell’opposizione è che il gruppo italiano intenda continuare a scalare quello spagnolo fino a raggiungere il 24,9 per cento del capitale, in modo da non essere costretto a lanciare un’Opa sul totale (che in Spagna è obbligatoria quando si superi il 25 per cento). In tal caso, lamentano i popolari, addio dividendi per i piccoli azionisti. Quanto a Enel, invece, l’operazione in terra di Spagna appare priva di qualsiasi controindicazione. In caso di successo, si troverà in posizione dominante all’interno di Endesa, in caso contrario potrà comunque contare sulle plusvalenze garantite dalle azioni che potrà rimettere sul mercato. Ma perché Madrid dovrebbe essere così gentile con Roma? Semplice timore di un’invasione tedesca? Patto di amicizia tra Zapatero e Prodi? Sicuramente anche questo, ma per capire meglio il significato di ciò che si sta muovendo in Spagna, suggeriscono gli osservatori, non bisogna dimenticare l’Italia, e più precisamente lo scontro bancario tra il fronte di Giovanni Bazoli (Intesa-Sanpaolo) e quello organizzato da Cesare Geronzi (Capitalia) e Alessandro Profumo (Unicredit). La grande guerra per banche infatti potrebbe riaccendersi in primavera, e gli spagnoli ne diverrebbero una pedina fondamentale. E a chi storcerà il naso per la discesa in campo degli “stranieri” nella delicata partita per il controllo del sistema bancario italiano basterà ricordare proprio il trattamento di favore ricevuto da Enel su Endesa.
In questo scenario, la parte del leone spetterebbe, ovviamente, al Banco Santander di Emilio Botin, estromesso da Intesa dopo la fusione con Sanpaolo, e ora alleato privilegiato di Capitalia grazie alla mediazione del finanziere francese Vincent Bolloré. La strategia basco-romana sarebbe destinata a blindare l’assetto azionario di Mediobanca, e la prima mossa di Santander in questo piano sarebbe crescere di peso dentro l’istituto capitolino al fine di difenderlo dalle mire dei soci olandesi di Abn Amro. Secondo le indiscrezioni, Botin avrebbe già posizioni in derivati per arrivare al 5 per cento.
Trattandosi di Mediobanca, e quindi di Generali (di cui piazzetta Cuccia è il principale azionista), è ovvio che a questo punto si starebbe profilando una sorta di resa dei conti nei confronti di Bazoli. Il quale, sponsorizzato politicamente da Romano Prodi e tra gli applausi del centrosinistra, negli ultimi mesi si è aggiudicato praticamente tutte le partite che contavano, dalle banche (Sanpaolo, Lombarda, Bpu) a Hopa a Rcs, dal Fondo per le infrastrutture a Telecom. Mentre gli altri grandi player venivano tutti ridimensionati o al massimo trattati come comprimari.
Per forza di cose, dunque, lo scontro coinvolgerebbe i vertici di Generali che sono vicini all’asse di Geronzi: Botin, oltre a fare parte del board di Mediobanca, è anche presente in quello della compagnia assicurativa attraverso la figlia, Ana Patricia. A fine gennaio a Trieste hanno contato, con sgradevole stupore, quanti sportelli l’Antitrust avrebbe tagliato a “IntesaVita” (partnership di Generali con Intesa) come conseguenza della maxifusione tra l’istituto di Bazoli e quello di Enrico Salza, e l’amministratore delegato del Leone Giovanni Perissinotto, viste sfumare le mire bancassicurative, è sbottato: «Non siamo soddisfatti dell’esito della fusione tra Intesa e Sanpaolo, aspettiamo di vedere il piano industriale, i target e gli assetti definitivi. Poi vedremo». Quasi in contemporanea l’altro ad di Generali, Sergio Balbinot, si trovava a Madrid nelle sede di Santander proprio con Botin. Un duplice attacco a Bazoli, quello del gruppo guidato da Antoine Bernheim, che alle orecchie esperte è suonato come una dichiarazione di guerra.

La partita Telecom
Sarà quindi Mediobanca il campo su cui si affronteranno i due blocchi di potere. A giorni è previsto il rinnovo del patto di sindacato della merchant bank e prima di allora si consumeranno sicuramente diverse cartucce: Cesare Geronzi cercherà in tutti i modi di puntellare l’asse Capitalia-Mediobanca-Generali, magari con l’aiuto di Unicredit che di piazzetta Cuccia è il primo azionista con oltre il 7,7 per cento del capitale e che resta il principale antagonista di Sanintesa.
Il tempo stringe, lo showdown è dietro l’angolo. Le conseguenze delle dichiarazioni di Emilio Botin e di Giovanni Perissinotto arrivavano giusto 60 giorni prima della fine di marzo, il “mese magico” per le intricate vicende della finanza italiana: rinnovo del board di Generali, anticipo del nuovo patto di sindacato di Mediobanca e questione Telecom. La soluzione prospettata da Guido Rossi per rilanciare il colosso dei telefoni si basa infatti sul modello Fiat, ovvero sul massiccio intervento delle banche. Ma Mediobanca e Generali, titolari di azioni Telecom, hanno già stretto un patto di sindacato con Olimpia, holding che controlla il gestore di telefonia, mentre Sanintesa tace in attesa della fusione tra Mittel e Hopa, operazione che porterebbe alla nascita a Brescia di una merchant bank in grado di contrastare Mediobanca. Se però non verrà trovata una soluzione e Marco Tronchetti Provera deciderà di rischiare fino in fondo, si tornerà sulla pista spagnola di Telefonica e tutti i giochi si riapriranno. A quel punto il ruolo di Botin e del suo istituto (che capitalizza 30 miliardi in più di Sanintesa) diverrà strategico e farà pendere dalla parte dell’asse Mediobanca-Capitalia-Generali il piatto della bilancia del potere in Italia. E qualcuno potrebbe essere tentato di ripagare Prodi per le eccessive attenzioni riservate a Bazoli.

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